Esus, L’Essere supremo delle Gallie, a Notre Dame

Altare dei naviganti a Notre Dame di Parigi

Cattedrale cattolica di Parigi, Notre Dame, uno dei migliori esempi del gotico francese, ha iniziato a vivere nel 1163, quando, per volere del vescovo della città, Maurice de Sully, presero avvio i lavori di costruzione, che terminarono un secolo dopo, anche se non sono mancate diverse modifiche realizzate almeno fino alla seconda metà dei XIV secolo.

Negli anni della Rivoluzione francese la cattedrale ha subito vandalismi e la distruzione di immagini sacre. Danni minori si sono avuti anche durante la Liberazione di Parigi, al termine della Seconda Guerra mondiale.

La storia della cattedrale si è intrecciata inevitabilmente con la storia del paese.

Meno nota è la storia del luogo sul quale la cattedrale cristiana è sorta, dove, ai tempi in cui Parigi era Lutetia Parisiorum, sorgeva un tempio dedicato a Juppiter.

Notre Dame è una foresta di pietra, il cui tetto era una foresta di querce, ben 1.300, sacrificate dal fuoco nell’incendio del 15 aprile 2019.

Notre Dame è, indubbiamente, Maria Vergine, la madre di Gesù, ma è anche la Virgo paritura dei Druidi, la Grande Dea Madre Cosmica, così come il dio venerato per secoli tra le sue mura è indubbiamente Gesù il Cristo, dio dei cristiani, ma, al contempo, per la continuità che connota i luoghi sacri, anche lo Juppiter greco-romano e il gallico Esus, l’Essere assoluto delle Gallie, associato alla quercia, citato da Lucano e da Lattanzio e raffigurato proprio su un altare allocato sotto il coro della cattedrale.

Sull’altare, eretto sotto il regno di Tiberio (imperatore romano dal 14 a.C al 37 d.C) dagli Esuvii, tribù di naviganti, scoperto nel ‘700 sotto il coro e denominato dagli scopritori: “Stele dei naviganti”, c’è Esus: un personaggio vestito con il saio gallico, coronato di quercia e armato da un coltello o da una piccola ascia e impegnato a tagliare quello che sembra un ramo di vischio da una quercia.

In un’altra stele a Treviri, detta appunto: “Stele di Treviri” Esus è rappresentato con l’aspetto di un taglialegna, ossia di un uomo che con un’ascia sta abbattendo un albero.

Stele di Treviri

L’ascia è lo strumento del carpentiere, del guerriero e del Druida. I Druidi portavano asce rituali di giada, importate dall’Asia.

Esus, Essus, Aius, Aisus, detto anche Tarvos Trigaranus, un toro sulla cui schiena ci sono tre gru (rappresentato sulla stessa Stele dei naviganti), è probabilmente una romanizzazione di una forma originale simile ad Aisus, dal proto celtico Wesu: eccellente, nobile.

E’ tuttavia possibile anche una derivazione da Aisa, il destino in greco antico. Nell’Aisa greco e in Aisos, Jean Reynaud, ritrova il significato di: “Colui che è sempre”. Aisa (Aei Ousan), “Colui che esiste sempre”

“L’autore dell’Etimologicon[1] – sostiene infatti Reynaud – ragionando allo stesso modo su questo radicale, si sforza di penetrare il segreto della sua formazione, derivandone a sua volta l’aei-ise, “Colui che è sempre come lui”.[2]

Esus potrebbe anche derivare da Ais, etrusco, che significa, secondo Romolo Staccioli,  dio, essendo Aiusna o Aisna il servizio divino.[3]

“Svetonio ci riferisce – scrive in proposito Jean Reynaud – che, essendo caduto un fulmine sulla statua di Augusto ed avendo tolto dal piedistallo la prima lettera del nome di Cesare, gli auguri consultati dichiararono che questo avvenimento presagiva che l’imperatore era stato elevato al rango di dio dopo la sua morte, atteso che in lingua etrusca si diceva Aesar. «Futurumque ut inter deos referretur, quod AEsar, id in reliquia pars a Caesaris nomine, etrusca lingua deus vocaretur». (Svet.Vit.Aug.). AEsar, con l’ortografia greca, dà aisar: nella finale differisce da aisos; ma si sa che le finali sono variabili e contano poco, e non è impossibile che aisar, in etrusco, facesse al plurale aisoi”. [4]

Interessante anche un possibile riferimento all’egizio As-Ar (Osiride) e As-At (Iside).

Parrebbe del tutto evidente che Esus sia un vocabolo che ha derivazioni non gaeliche, ma un vocabolo contenuto nelle Triadi bardiche parrebbe, al contrario, indurci a dire che Esus esprima il concetto di necessità come insopprimibile volontà di manifestazione.

Nella settima Triade bardica[5], infatti, troviamo un riferimento interessante: Eisiau, vocabolo che in gaelico significa volontà e necessità nel senso di desiderio insopprimibile, come il tapas vedico. Un vocabolo che ci riporta al concetto di necessità, ma di una necessità che è connessa alla volontà di quell’Essere assoluto che si manifesta tramite l’azione del Duw.

Nella settima Tiade è scritto: Tri pheth nis gall Duw lai na’u gwneuthur; y tnwyaf ei lěs; y mwyaf ei eisiau, a’r mwyaf’ er harddwch o bob peth.

Tre cose che Dio non può non compiere: ciò che c’è di più utile al benessere, ciò che c’è di più necessario, e ciò che c’è di più bello, per ogni cosa. Qui la necessità è eisiau, ossia volontà, insopprimibile desiderio manifestativo nel bello e nell’utile al benessere.

Qui la necessità è eisiau, ossia volontà, insopprimibile desiderio manifestativo nel bello e nell’utile al benessere.

Il concetto di necessità ricorre in più triadi, ma con un altro vocabolo: angen, che significa bisogno, ma anche necessità di fare, necessità come condizione imposta.

Abred, il ciclo delle migrazioni, ossia la realtà terrestre nella quale l’essere umano vive, è governato dalla legge di necessità, in questo caso angen, ossia bisogno, necessità di fare, necessità imposta, la cui trasgressione è il frutto di un’evoluzione dell’essere umano che lo porta a traguardare il cerchio di Abred per entrare in Gwynfyd, il mondo bianco, il mondo di luce.

Nelle idee dei Pitagorici non ci sono un inferno, un paradiso, un purgatorio; ci sono molti mondi tra loro comunicanti: un mondo degli arché, dei principi, al quale appartiene il daimon e un mondo delle peregrinazioni corporee retto dalla necessità. Esiste, cioè, una legge universale che fa sì che il mondo spirituale, ovvero il mondo senza limite, si cali in quello materiale, ovvero il mondo del limite. Sono idee simili a quelle espresse nelle Triadi Bardiche.

Non c’è colpa, non c’è peccato. C’è una legge di necessità che governa le migrazioni e che va superata.

Necessità in greco è Anagke, la sorte che “…nelle sue diverse forme è una fune o un laccio stretto intorno all’uomo dalle potenze superiori. L’espressione popolare per la nozione di necessità rivela proprio questa immagine”. [6]

“L’etimologia di anagkh – suggerisce Onians -, usualmente tradotto con «necessità», è incerta ma è stato suggerito un nesso con agkein, «strangolare», nel qual caso la corda (o il serpente) che lega non andrebbe cercata lontano. Orfici, Pitagorici e altri credevano in una potenza personale e suprema Anagkh”.[7]

Anagkh tiene salda nei vincoli del peirar, il limite avvolgente,  la realtà.

Nella dottrina pitagorica Anagkh giace intorno all’universo; è il margine estremo dell’universo.

Nella dottrina Orfica il serpente Cronos è avvolto intorno alla Terra.

La legge di necessità, intesa come angen, è dunque la legge del limite materiale, entro  il quale lo spirito fluente, ossia l’Awen, è fissato nella forma per compiere le esperienza della vita nel mondo (nei mondi).

Bene è, pertanto, “trasgredire la legge”, ovvero andare oltre la “legge di necessità” che governa Abred, per conquistare la libertà, passando per la via dell’eroe o dell’iniziato, che è nel punto dove gli opposti si equilibrano.

La piena conoscenza di se stessi è il frutto delle migrazioni, dell’esperienza di ogni cosa e di ogni stato. In Gwynfyd non c’è più necessità di manifestarsi, ossia di tornare in Abred, spinti da un’insopprimibile volontà che, evidentemente l’essere umano, in quanto Manred (scintilla divina) condivide con la divinità ed è chiara la vocazione di ognuno, ovvero la parte che ognuno svolge nel concerto degli esseri in base alla propria caratteristica.

Nella trentunesima Triade è infatti scritto: Tri chyntefigaeth Gwynfyd : annrwg, anneisiau, ag annarfod1.

Tre vantaggi principali nel cerchio di Gwynfyd: assenza del male (la traduzione più vicina al significato del termine non è male, come afferma il Pictet, ma esprime il concetto di cattura, costrizione e in effetti il “male” è Drug, espansione caotica e Cytraul, coazione a ripetere, ndr), assenza della necessità (intesa come desiderio insopprimibile di manifestarsi, ndr), assenza del corpo materiale (tradotto dal Pictet con morte, ma la traduzione più vicina al significato del termine è: l’armatura, ossia il corpo materiale, ndr).

In Gwynfyd, pertanto, non c’è più alcuna costrizione, non c’è più la necessità di manifestarsi nello spazio-tempo e non c’è l’armatura, ossia il corpo materiale.

Jean Reynaud scrive: “E’ dalla libertà, come insegnano i nostri padri, che tutto comincia. L’infinita potenza di Dio non l’annienta. Contraddizione misteriosa, che la ragione, che non la può smentire, accetta senza risolverla, e che consacrò già l’antica religione allorquando tutto invocando Esus, il tipo dell’Essere assoluto, essa elevò così in alto il ruolo della libertà che essa giunse fino a persuadere gli uomini che l’ora della morte, lontano da essere scritta irrevocabilmente, si poteva discutere di volta in volta con Dio. Questa libertà, di cui Dio, nel mistero della sua indipendenza, diede lui stesso l’esempio, è in effetti la condivisione prima dello sviluppo dell’uomo; senza di essa egli arriva a nulla, poiché egli è nulla”. [8]

Nelle Triadi Bardiche, raccolte e tradotte, sulla base dei testi di Iolo Morganwg[9], da Adolphe Pictet sotto il titolo: “Il mistero dei Bardi dell’Isola di Bretagna o la dottrina dei Bardi gallici del Medioevo su Dio, la vita futura e la trasmigrazione delle anime”, il tema fondamentale della libertà compare sin dall’inizio.

La prima e la seconda Triade si occupano infatti delle tre unità primitive, che rappresentano la necessaria introduzione a tutto l’impianto concettuale delle Triadi successive e sono la trinità con la quale un’origine che rimane sconosciuta e inconoscibile, residente in Ceugant, si manifesta.

Nella prima triade è scritto. “Ci sono tre unità originarie e di ciascuna non se ne può avere che una sola: un Dio, una verità e un punto di libertà: vale a dire dove si trova l’equilibrio di tutti gli opposti”.  Nella seconda Triade è scritto: Tre cose procedono dalle tre unità originarie, ogni vita, ogni bene, ogni potenza.

Di seguito il testo originale e le varie tradizioni della prima Triade.

Tri un cyntefig y sydd, ag nis gellir amgen nag un o honynt, un Duw, un gwirionedd, ag un pwngc rhyddyd, sef y bydd ile bo cydbwys pob gwrth.

E’ abbastanza chiaro che c’è un’origine inconoscibile, che risiede in un cerchio vuoto, che si manifesta in una trinità costituita da un Dio, da una verità e da un punto di libertà, inteso come punto di equilibrio tra gli opposti.

Il vocabolo dio deriva dalla radice indoeuropea div- o diu- dal significato di splendere.

Un’origine sconosciuta e inconoscibile, dunque, si manifesta nella triade luce, verità e libertà.

Di Dio si occupa la terza Triade che così lo definisce: O dri anghenfod y mae Duw; sef y mwyaf parth bywyd, y mwyaf parth gwybod, a’r mwyaf parth nerth; ag nis gellir namyn un o’r mwyaf ar un peth.

Dio è necessariamente tre cose, ossia: la maggior parte della vita, la maggior parte della scienza, e la maggior parte della forza; ed egli non saprebbe averne che solo la maggior parte di ogni cosa.

Il Duw è dunque il Demiurgo, che è la triade manifestativa.

La libertà è intrinsecamente legata anche all’essere umano.

Nella Ventiduesima Triade è scritto: Tri chynghyfoedion y sydd : dyn, rhyddyd a goleuni.

Tre cose sono primitivamente contemporanee: l’essere umano, la libertà e la luce.

Notre Dame è, pertanto, molto di più di una cattedrale gotica; è il simbolo polivalente dell’archetipo del divino così come è stato declinato nelle varie culture che si sono stratificate sull’isola sulla quale sorge, così come si sono stratificate le pietre e il legno su un luogo sacro antico.

© Silvano Danesi


[1] L’Etymologicum Magnum è il titolo di un lessico compilato a Costantinopoli da uno sconosciuto lessicografo intorno al 1150.

[2] Jean Reynaud, L’esprit de la Gaule, Paris, Firne, 1864

[3] Romolo A.Staccioli, Gli Etruschi, Newton Compton.

[4] Jean Reynaud, L’esprit de la Gaule, Paris, Firne, 1864

[5] Adolphe Pictet, Il mistero dei bardi dell’isola britannica”, Joel Cherbuliez libreria editrice, Ginevra, 1856

[6] R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[7] R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[8] Jean Reynaud, L’esprit de la Gaule, Paris, Firne, 1864

[9] Iolo Morganwg (1747-1826) – Iolo Morganwg nacque nel 1747, di stato civile del Glamoran, nel Galles. Nel 1770 questo operaio muratore espatria a Londra per trovare del lavoro. Come molti emigranti soffre la nostalgia del suo paese, frequenta i suoi compatrioti e prende rapidamente coscienza della necessità di salvaguardare la cultura degli antenati. Egli trascrive tutto ciò che conosce della tradizione gallese del Glamoran, compila degli antichi manoscritti redatti nel XVI secolo dal bardo Llywlyn Sion e si mette lui steso a scriverne. Nel 1772 pubblica, un’elegia in gallese intitolata Dugrau yr awen, “Le lacrime dell’ispirazione”, alla memoria del suomaestro bardo Lewis Hopeyn. Nel 1794, a Londra, escono i suoi “Poemi lirici e pastorali”, oltre ad una raccolta di inni, con il concorso Gwyneddigion Society. A lui si devono sopratutto le famose “Triadi druidiche”, che i suoi detrattori accuseranno essere apocrife, come d’altronde l’Ossian dello scozzese Mac Pherson, pubblicato nel 1762. Di tendenza paganizzante, anticonformista, pacifista, repubblicano e nazionalista gallese, Iolo Morganwg è l’iniziatore della cerimonia del 22 giugno 1792 sulla collina di Primrose Hill, che prefigura il Gorsedd. Egli è il creatore del rituale e del vocabolario della Dotta Assemblea Gallese. Dopo la prima assemblea dei neobardi cimrici, “sotto il sole, occhio di luce”, egli viene pregato dalle autorità inglesi di non ricominciare con questo tipo di eccentricità e invitato persino a lasciare Londra nel più breve tempo possibile. Benchè iniziatore e animatore infaticabile del Gorsedd gallese, non permetterà che suo figlio Taliesin gli succeda alla sua morte nel 1826, e il titolo di Arci Druido non apparve (in Galles) per la prima volta che nel 1876.

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