RICOSTITUIRE IL CORPO DI LUCE, IL VALORE DELL’ESPERIENZA.

L’esperienza

Mentre stavo iniziando la terza ed ultima parte di un testo che vorrei titolare: “Il Tutto divino, Grande Architetto dell’universo, Fondamento di energia informata, intelligente, significante e cosciente”, è entrata nel Mondo dei Vivi dell’Oriente Eterno Ginetta Ferraguti, la figlia della mia compagna Teresa Bertocchi. A ucciderla è stato un glioblastoma. Qualche giorno prima del passaggio, mentre ormai respirava a fatica con l’ausilio dell’ossigeno, si è rivolta alla madre che le era accanto e le ha sussurrato. “Il corpo è una pompa e io sto ricostituendo una parte del mio corpo”. Sconcertata, la madre le ha fatto cenno di non aver capito bene e, a quel punto, Ginetta le ha chiesto di togliere la maschera e ha ripetuto con voce calma e chiara: “Il corpo è una pompa e io sto ri-co-sti-tu-en-do una parte del mio corpo”.

Messaggio chiaro.

Subito dopo Ginetta è rientrata nel sopore nel quale era ormai da alcuni giorni.

Non nascondo che è nata nella madre e in me l’illusione che stesse avvenendo il miracolo della guarigione, ma il messaggio aveva ben altro valore.

Ginetta stava ri-co-sti-tu- en-do il suo corpo di luce, lo stesso con il quale era arrivata, per tornare da dove era venuta.

Il concetto è reso chiaro dalla tradizione egizia.

Noi siamo Sakhu (Sa-Hu), forme pensiero in azione rivestite di Akhu, il corpo di luce, ossia di un campo elettromagnetico, che è il veicolo con il quale veniamo al mondo e che avvia la costruzione del corpo terreno, alla quale e al successivo mantenimento provvede in seguito il Ka, la forza vitale universale, che nell’uomo diventa corpo energetico.

Ginetta o, più probabilmente, la voce della sua Sa o Sia (la sua essenza intelligente), ossia Hu, il Verbo, ha trasmesso un messaggio davvero fondamentale: quando stiamo per lasciare la vita terrena, ri-costituiamo il corpo di luce per andare da dove siamo venuti.

Il messaggio, che sembra giungerci dalle profondità del rituale osiriaco, ha il suo inestimabile valore in quanto è frutto di esperienza. Ginetta, con quel suo dire, ha trasmesso un’esperienza che stava vivendo e l’aspetto esperienziale è fondamentale nel suo rapporto con la coscienza in quanto tra l’esperienza e la coscienza c’è un nesso informazionale che fa dell’esperienza una delle basi fondative dell’evoluzione della coscienza.

Il filosofo australiano David John Chalmers, per fare un solo esempio, pone al centro della sua teoria della coscienza l’esperienza. “Il problema difficile della coscienza – sostiene il filosofo australiano – è il problema dell’esperienza. Quando pensiamo e percepiamo c’è un processo di informazioni che ci ronza intorno, ma c’è anche un aspetto soggettivo. Come ha sostenuto Nagel c’è qualcosa come essere un organismo conscio. Questo aspetto soggettivo è l’esperienza”. “Talvolta – aggiunge – si usano termini come «coscienza fenomenica» e «qualia», ma ritengo sia più naturale parlare di «esperienza cosciente» o semplicemente di «esperienza»”. [i]

Una spiegazione egizia

L’antico Egitto ci consegna una struttura dell’essere umano che rende più facile comprendere il passaggio tra i mondi di quanto lo possa la solita bipartizione tra corpo e anima o la tripartizione tra corpo, anima e spirito.

Khat o Get è il corpo, la parte più materiale dell’essere umano. Khat è il cadavere e Get è il corpo vivo.

Il Ba è l’anima intesa come essenza presente, come Akh manifesto.

Ib-Ab è il cuore-coscienza, sede di Sia ( l’intelligenza) e controparte spirituale di Haty (il cuore materiale).

Khaibhit è il corpo eterico, un’ombra, un doppio immateriale che funge da collegamento tra il corpo e gli elementi incorporei dell’individuo.

Il Ka è la forza vitale universale che nell’essere umano diventa corpo energetico.

Il Sekhem è la forza di coesione dei vari elementi che costituiscono il corpo.

Il Ren è l’identità dell’essere, il nome occulto che mantiene in vita e conferma la vita. Nel nome occulto è racchiusa l’essenza della cosa nominata.

L’Akh o Akhu  è il corpo di luce, l’ipostasi luminosa dell’eterna energia cosmica che si congiunge con il divino. L’Akhu, nell’essere umano incarnato esiste in potenza, ma per dargli corpo è necessario un lavoro su se stessi. L’Akhu determina il destino degli esseri umani risvegliati e li trasfigura.

Sakhu o Sa-Hu è l’intelligenza suprema (Sa), in azione (Hu). S (la sapienza) causa l’Akhu, il primo involucro dello “spirito divino”, ossia della particella di Sa che entra in azione.

Quando un essere umano si stacca dal mondo materiale si spegne il Ka, la forza vitale che nutre il corpo e cessa di essere attivo il Sekhem, la forza di coesione dei vari elementi che mantengono il corpo in ordine.  Il Get, o corpo vivo, si trasforma in Khat, il cadavere. Il Ren, che possiamo considerare come il codice segreto dell’Io, ossia il codice che lega l’identità eterna con l’identità transeunte terrena, cessa di essere attivo.  Il Khaibhit, il corpo eterico, un’ombra, un doppio immateriale che funge da collegamento tra il corpo e gli elementi incorporei dell’individuo, continua ad esistere per qualche tempo, per poi dissolversi.

Dei nove elementi costituenti un essere umano vivo nel mondo materiale, al passaggio di quest’ultimo dallo status di Get a quello di Khat, ne rimangono tre: il Ba, che rappresenta la presenza dell’essenza e l’Akhu manifesto e che ci fa capire che la nostra identità non cessa con la morte del corpo materiale; l’Akhu, o corpo di luce e il Sakhu o Sa-Hu, il nostro “grumo” di pensiero in azione.

Il pensiero,  kephalé e la pietra

Uso il termine grumo, in quanto deriva dal greco kro-max, dal significato di roccia o di mucchio di pietre e deriva dalla radice gru-kru, con il senso di ammucchiare.

Due famosi passi evangelici, se ben letti oltre il significato apparente, ci danno chiavi interpretative assai interessanti.

Mi riferisco a due passi di Matteo e di Luca, che riguardano la pietra.

Nel testo di Matteo si legge: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Matteo, 16,17-19).

Nel testo greco sono usati due vocaboli: petros e petra.

In Luca (20,17), la pietra rifiutata dai costruttori è chiamata liton, ma diviene kephalé gonias, pietra angolare, pietra capitale, akrogōniaíos quando viene indicata come testata d’angolo della costruzione del Regno.

Luca usa il termine greco κεφαλή, “capo”, mentre, a proposito di Pietro, Matteo usa i termini Petros e petra.

Tuttavia, Petros è la traduzione greca dei vocaboli aramaico kepha ed ebraico kephas, che significano roccia e l’aramaico è la lingua nella quale il Gesù dei Vangeli si rivolgeva ai suoi contemporanei.

Anche il vocabolo greco kephas deriva dall’aramaico. Kephalé è la testa.

Kephas in ebraico è un sasso quadrato, ossia un cubo.

Petros, prima di essere chiamato con questo nome, è Simone, ossia Shime’on da shama: ascoltare. Simone è colui che ha ascoltato.

Jung scrive che Hogeland, in De alchimiae difficultatis, “spiega la necessità dell’illuminazione divina col fatto che la produzione della pietra trascende la ragione e che soltanto la scienza soprannaturale e divina conosce il momento esatto della nascita della pietra. Infatti Dio soltanto conosce la prima materia”. [ii]

Nel Rosarium philosophorum la prima materia è detta radix ipsius, radice di se stessa, ossia un principio principiante, increato.

Il rapporto simbolico tra pietra o roccia e cervello ci dà qui l’idea di una pietra angolare (potremmo dire Sakhu) che è il punto essenziale sul quale è costruito l’essere umano nelle sue varie e possibili dimensioni.

Il corpo di luce e la scienza

Il corpo di luce, o Akhu, trova anche una sua possibile spiegazione in altre tradizioni e, ora, anche nella scienza.

La luce, nel mondo fisico materiale, è una manifestazione del campo elettromagnetico.

James Owen Weatherall scrive che “secondo Maxwell la luce non è che un tipo particolare di vibrazione dell’etere, ovvero un’istanza di ciò che è noto come radiazione elettromagnetica, una vibrazione ondulatoria dell’etere che si propaga attraverso lo spazio (le onde radio, le microonde e i raggi X ne sono altri.  Da un punto di vista fisico la luce non ha nulla di speciale, se non il fatto che si tratta dalla radiazione elettromagnetica che i nostri occhi possono vedere”. [iii]

Ritornano gli antichi concetti di etere, da cui la differenza tra enti materiali e enti eterei. Tuttavia la fisica oggi ci dice che l’etere “è il campo elettromagnetico stesso”. [iv]

Il campo elettromagnetico sembra sempre più assumere il ruolo di organizzatore. 

La fisica e la biologia, infatti, ci dicono che il biocampo è composto in forma fisica da campi elettromagnetici coerenti e che un campo elettromagnetico complesso disegna e organizza ogni cosa vivente. Non solo: la struttura di un sistema è la materializzazione fisica del suo schema di organizzazione e la materia è una configurazione provvisoria di energia.

Detto in altri termini, è il nostro corpo di luce che tiene assieme il nostro corpo materiale. Il campo elettromagnetico è il campo dominante.

Sorge a questo punto l’interrogativo: quando il campo dominante smette di tenere assieme il nostro corpo materiale, cosa rimane e in che modo rimane?

Nelle Triadi bardiche è scritto che in Gwynfyd l’essere umano avrà una forma, la qual cosa introduce il concetto di trasfigurazione, ossia di un mutamento di figura. Molte tradizioni parlano di seconda morte come abbandono della figura fantasmatica dell’essere umano che perdurerebbe per un certo tempo dopo la morte del corpo fisico per assumere una forma completamente diversa o, comunque diversa. E’ il transito dall’ombra al corpo di luce del rituale osiriaco. E’ il corpo trasfigurato della narrazione evangelica.

La tradizione ebraica e il 137 di Feyneman

La tradizione ebraica ci consegna un altro elemento di riflessione.

Il professor Arie Ben Nun, uno dei maggiori cabalisti mondiali, assegnando un valore numerico alle lettere che compongono il vocabolo  kabbalah, in ebraico  קַבָּלָה‎ (letteralmente ‘ricevuta’, ‘tradizione), sostiene che le lettere, tradotte nei numeri dell’alfabeto ebraico alfanumerico, valgono 137, ossia il numero della relazione tra un fotone e un elettrone e che la kabbalah “governa il legame tra materia e luce”.

Vediamo cosa ci dice Richard P. Feyneman riguardo all’elettrodinamica quantistica. [v]

Feyneman ci dice che “ci sono solo tre eventi di base necessari per dar luogo a tutti i fenomeni associati con la luce e con gli elettroni”. [vi]

Tutte le particelle presenti in natura si presentano un po’ come particelle e un po’ come onde.

  1. – un fotone si propaga da un punto ad un altro;
  2. – un elettrone si propaga da un punto ad un altro;
  3. – un elettrone emette un fotone.

Queste leggi, ci avverte Feyneman, permettono di costruire il mondo intero, esclusi i fenomeni nucleari e gravitazionali.

L’ampiezza di accoppiamento fotone elettrone è un numero indicato con J, che vale circa -0,1 per l’elettrone e viene chiamato carica. “Ogni particella esistente in Natura – spiega Feynman – ha un’ampiezza per muoversi all’indietro nel tempo e perciò una corrispondente antiparticella. Se particella e antiparticella si urtano, possono annichilirsi a vicenda dando luogo ad altre particelle. Così un elettrone e un positrone che si annichiliscono producono, di solito, uno o due fotoni.

La costante di accoppiamento reale, chiamata e, cioè l’ampiezza per emissione di un fotone reale, da parte di un elettrone reale risulta prossima a -0,08542455, che i fisici preferiscono ricordare come l’inverso del suo quadrato, che vale 137,03597.

Ecco di nuovo il nostro 137.

Il calcolo della costante, misurata nella realtà, è oggetto di numerosi tentativi e rappresenta un enigma della fisica.

Nel mondo materiale, pertanto, esiste un rapporto preciso tra elettroni e fotoni, dove ad essere prodotti sono i fotoni.

Può la luce produrre la materia?

La domanda, a questo punto è: possono i fotoni produrre la materia? Domanda che in altri termini può essere così formulata: può il mondo di luce produrre il mondo materiale?

Teoricamente è possibile e ora siamo alla vigilia della dimostrazione sperimentale del fenomeno.

Il processo che nei primi istanti dell’universo ha permesso la trasformazione dei fotoni in materia potrebbe infatti, per la prima volta, venire riprodotto in laboratorio. L’apparato progettato, un collisore fotone-fotone, permette di superare gli ostacoli che finora hanno impedito la verifica sperimentale di uno dei processi fondamentali di interazione fra luce e materia.

Creare un elettrone e un positrone (l’antiparticella dell’elettrone) dalla collisione di due fotoni. È questo infatti l’intento di alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra e del Max-Planck Institut per la fisica nucleare a Heidelberg, che hanno ideato un esperimento in grado di verificare per la prima volta una previsione formulata nel 1934 da Gregory Breit e John A. Wheeler.

La correttezza della previsione del processo di Breit-Wheeler è garantita dalla sua aderenza alle leggi dell’elettrodinamica quantistica, ma gli stessi Breit e Wheeler dissero all’epoca di non aspettarsi che qualcuno riuscisse a darne una conferma sperimentale.

L’assetto sperimentale proposto da O. J. Pike e colleghi – descritto in un articolo pubblicato su “Nature Photonics” – riuscirebbe ad aggirare questo ostacolo e permetterebbe la verifica sfruttando tecnologie già disponibili.  La dimostrazione della teoria di Breit-Wheeler fornirebbe l’ultimo tassello della descrizione dei modi più semplici in cui possono interagire luce e materia. [vii]

Nell’insieme delle sue teorie, la fisica ci dice che luce e materia possono trasmutarsi vicendevolmente.

La vita nell’Altromondo

Quanto è affermato nelle Triadi riguardo a Gwynfyd trova riscontro in altre tradizioni, ma sembra trovare appoggi anche nella moderna fisica.

Dall’insieme delle riflessioni emerge la possibilità, a questo punto assai probabile e basata anche su possibili ulteriori scenari che la fisica ci può consegnare, che l’idea di una sopravvivenza di un corpo fisico di luce alla morte del corpo materiale sia non solo una narrazione mitologica, ma una concreta realtà.

In questa prospettiva, Gwynfyd sarebbe, come ci dice la filosofia druidica, il nostro approdo esistenziale. Un approdo che non ci consegna all’annichilimento in Ceugant (il Cerchio Vuoto, l’Arché, il Fondamento), ma ad una vita nell’Altromondo: un Aldilà assai  prossimo alla nostra terrena realtà.

In un testo anonimo, citato da Jung, è scritto: “Ti prego, guarda con gli occhi della mente e sotto tutti i suoi aspetti la pianticella del seme di frumento, affinché tu possa piantare allo stesso modo l’albero dei filosofi…”. [viii]

© Silvano Danesi


[i] David Chalmers, Che cos’è la coscienza, Castelvecchi editore

[ii] C.G.Jung, Psicologia e Alchimia, Bollati Boringhieri

[iii] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Le scienze

[iv] James Owen Weatherall, La fisica del nulla, Le scienze

[v] Richard P. Feynman, QED, La strana teoria della luce e della materia, Adelphi

[vi] Richard P. Feynman, QED, La strana teoria della luce e della materia, Adelphi

[vii] Le Scienze (19 maggio 2014).

[viii] Citazione in C.G.Jung, Psicologia e Alchimia, Bollati Boringhieri

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