La Massoneria e il segreto di Pulcinella

“Segreto di Pulcinella” è un modo di dire usato per indicare un segreto che non è più tale, qualcosa che ormai è diventato di pubblico dominio nonostante i tentativi di tenerlo nascosto. L’origine del detto nasce dal mondo della Commedia dell’Arte.

Il personaggio di Pulcinella è conosciuto per la sua forte ironia, per l’abitudine a prendersi gioco dei potenti e a svelare i retroscena delle situazioni scottanti. Non è, quindi, un personaggio in grado di tenere un segreto a lungo.

Gli statuti e i regolamenti di molte istituzioni massoniche impongono la segretezza sugli statuti e sui regolamenti stessi, nonché sui rituali in base ai quali si svolgono i lavori massonici.

Quanto è prescritto dagli statuti e dai regolamenti è in assoluta contraddizione con la realtà.

Gli “Statuti Generali della Società dei Liberi Muratori del Rito Scozzese Antico ed Accettato” (ai quali si riferiscono molte Obbedienze), pubblicati in Napoli nel 1820/21, sono stati ripubblicati e sono di pubblico dominio.

I testi dei Rituali sono stati pubblicati da Salvatore Farina e sono disponibili in tutte le librerie.

In Internet si trovano pubblicati rituali completi di parole sacre e di parole di passo. Questa è la realtà.

L’insistenza nel richiedere una segretezza che nei fatti non esiste è patetica e squalifica l’insistente, che perde la propria credibilità agli occhi di chi sappia usare il minimo lume della ragione.

Questa segretezza fasulla è dannosa per la Massoneria. Pertanto è non solo lecito, ma doveroso, togliere di mezzo definitivamente tale segretezza in quanto fasulla.

Ha poco senso anche evocare la segretezza imposta dalle gilde, giustificata dalla difesa dei segreti del mestiere o quella richiesta dalla tutela della libertà e della vita stessa in tempi in cui il libero confronto delle idee poteva costituire un serio pericolo.

Da evitare è l’insistenza nel ritenere segreto ciò che segreto non è, al fine di evitare il ridicolo o, peggio, accuse insensate tanto quanto l’insistenza.

Fatta l’opportuna pulizia delle scorie di una finta segretezza, rimane aperto l’interrogativo se esista una segretezza riguardante la ritualità massonica.

La risposta, evitata quella ridicola, inutile e dannosa relativa alla non pubblicità di statuti e rituali,  va ricercata altrove, ossia nella Tradizione e nella Sapienza antica. Nei riti eleusini, le cui origini risiedono in quelli egizi1, l’iniziazione “in senso largo – scrive Giorgio Colli – avveniva in due tempi, a sei mesi di distanza, attraverso i piccoli misteri (celebrati in primavera ad Agra) e i grandi misteri. Inoltre le fonti enumeravano una serie di condizioni che dovevano essere soddisfatte dagli iniziati: istruzioni rituali, astensione da certi cibi, purificazione, digiuno…..E infine lo stadio supremo, visionario, dei misteri, l’epopteia, che non si poteva raggiungere se non trascorso un anno dall’iniziazione ai grandi misteri”. 2

E’ un percorso, quello dei riti eleusini, costellato di prove, tese a condurre alla consapevolezza di una vita oltremondana, al fine di evitare nuove incarnazioni.

Diverso il percorso orfico.

Nelle varie lamine attribuite all’orfismo è evidente la speranza di ottenere, grazie all’iniziazione (muesis), la salvezza da ulteriori esperienze esistenziali, ma nelle lamine più propriamente attribuibili alla tradizione orfico-pitagorica, è la conoscenza di se stessi, della propria origine che dà la possibilità di percorrere la via “sulla quale anche altri mystai 3 e bacchoi 4 si inoltrano gloriosi”.5 Dai testi «mnemosynii», “si desume che l’attinta consapevolezza del proprio vero essere, la memoria (compendiata dalla formula di riconoscimento) della propria origine urania prima che terrena, e quindi della presenza, destinata a prevalere, di un elemento divino, è la condizione per ottenere la liberazione dal peso dell’esistenza mondana…”. 6

L’iscrizione nel tempio di Apollo a Delphi: “Conosci te stesso” è l’esortazione all’essere umano a riconoscere il suo vero essere, a ricordare la propria origine e l’Origine.

Memoria è dunque conoscenza o, meglio, ri-conoscenza.

“Il conoscere come essenza della vita e come culmine della vita – scrive Colli -: tale è l’indicazione di Orfeo”. 7

In un testo che ha contribuito al formarsi delle idee del Rinascimento tanto quanto il Corpus Hermeticum, ossia Picatrix (opera elaborata in Spagna alla metà dell’XI secolo da Maslana al Magriti) è scritto che “il più grande e nobile dono che Dio fece agli uomini di questo mondo è la conoscenza… Questo è il più grande dono che Dio stesso fece agli uomini: che si applichino a capire e conoscere”.

Aggiunge Picatrix, in chiusura del primo capitolo: “Sappi dunque che il segreto che vogliamo svelare in questo libro non può essere colto se prima non si è raggiunto il sapere. Colui che vuole acquisire il sapere deve studiare le scienze e conoscerle per ordine e in dettaglio: infatti questo segreto non può essere posseduto se non dal saggio studioso delle scienze secondo il loro ordine. In questo segreto c’è una grande purezza che ti potrà essere di grande aiuto”.

Il segreto non è nella lettera di statuti e rituali e non è raggiungibile con la ripetitiva, quand’anche perfetta, esecuzione di passi, movimenti, posture, ma è accostabile con il sapere.

A che serve, dunque, frequentare i lavori di Loggia, se non si percorre il cammino della conoscenza? A conseguire gradi, medaglie, insegne, “onori”, presunto potere?

Il vero onore (parola della quale spesso ci si riempia la bocca) è l’onestà verso se stessi e si è dei dissimulatori verso se stessi se non si segue la via della conoscenza.

Nel Gabinetto di riflessione non a caso è scritto: “Se tu sei capace di simulazioni trema: sarai scoperto”.

“La sapienza e la giustizia – scrive Giordano Bruno – cominciarono ad abbandonare la Terra allorquando i dotti, organizzati in sette, cominciarono ad usare la loro dottrina a scopo di lucro”. 8

La segretezza acquista, in un percorso di conoscenza e di memoria, un significato in quanto tale percorso si nutre di miti, di archetipi e di simboli. E’ Mnemosyne, “l’augusta dea orfica, che attinge al pozzo della visione misterica e additando il passato riconduce attraverso la poesia – è madre delle Muse – alla grande iniziazione” 9 ed è Mnemosyne che “ci insegna che l’origine di tutti i ricordi – là dove il tempo non è ancora cominciato – è quello appunto che si deve recuperare”. 10

Nessun rituale scritto e pubblicato è in grado di comunicare un percorso che è di conoscenza e di memoria, costellato di archetipi, di simboli, di miti e sostenuto da un’onesta tensione di ricerca.

Rito, dal latino ritus, è vocabolo che deriva da una radice indoeuropea *are-, la stessa della voce greca arithmós (numero), in sanscrito ritis e *ri- scorrere. Il rito si collega semanticamente al ritmo, rhyitmós e introduce una ripetizione che induce alla non linearità e, conseguentemente, alla circolarità, al cerchio, allo zero, l’eternamente immobile che è perennemente in movimento e ad un tempo non lineare, con un prima e un dopo, ma ad una infinita ripetizione atemporale. Poiché il cerchio in sanscrito è reso con il vocabolo sakra, il rito si collega al sacro. Il rito, se così inteso, attiva, pertanto, la circolarità in uno spazio.

Necessaria la distinzione del rito dalla liturgia (greco leiturgía = servizio pubblico da léiton = popolare e érgon = lavoro), che si occupa di allestimenti e aspetti cerimoniali.

Fatte queste due essenziali premesse etimologiche è opportuno, come abbiamo fatto, condurre la nostra attenzione alle antiche ritualità misteriche, strettamente connesse con la «filosofia presocratica», che mi sembrerebbe più pertinente denominare «sapienza greca», in sintonia con quanto scrive Giorgio Colli, il quale aggiunge: In quell’epoca «sapienza» significava anche abilità tecnica, oppure saggezza della vita, prudenza politica: ma sapiente che non fosse tale in qualcosa e in qualcosa no, ma sapiente in assoluto, era uno che possedeva l’eccellenza del conoscere”. 11

“I riti di una civiltà – scrive Campbell – riproducono i miti a essa sottostanti. Si potrebbe definire, come ho fatto, il rituale come la possibilità di partecipare direttamente al mito. Il rito mette in atto una situazione mitica; partecipando al rito, si partecipa direttamente al mito”.12 E aggiunge: “Ciò che il mito fa per noi è mostrare il trascendente oltre il campo fenomenico”. 13

Ognuno di noi, secondo Campbell, ha “un proprio mito individuale, che lo sappia oppure no” 14 e in effetti “l’individuo deve imparare a vivere secondo il proprio mito”. 15

“L’intera concezione degli archetipi della psiche umana – sostiene il grande antropologo – si basa sulla nozione che nel cervello umano, nel sistema nervoso simpatico, ci siano strutture che creano la predisposizione a rispondere a certi segnali. Sono strutture condivise da tutta l’umanità, con variazioni individuali, ma essenzialmente allineate”.16 Tuttavia, ognuno di noi ha “i propri favoriti; ognuno è pronto a un’esperienza diversa rispetto a chiunque altro. I simboli, per cui siamo già pronti, evocano in noi la risposta”.17

“Un rituale – sostiene Campbell – non è altro che la manifestazione o la rappresentazione drammatica, visiva e attiva di un mito. Partecipando a un rito, ci impegniamo in un mito e il mito opera su di noi, posto naturalmente che siamo catturati dall’immagine”. 18

Quattro, secondo Campbell, le funzioni del mito:

La prima riguarda la ricerca di un ordine e di un senso, che renda cosciente un certo significato dell’esistenza. La mente va sempre in cerca di un ordine e di un significato.

La seconda (funzione cosmologica) riguarda la presentazione di un’immagine del cosmo e dell’universo circostante.

La terza riguarda la convalida e il sostegno ad un sistema sociale.

La quarta è psicologica.

La prima funzione, teleologica, appartiene più propriamente all’ordine di indagine filosofica e religiosa. La seconda trova risposta in un orizzonte scientifico che ormai si discosta necessariamente dal positivismo e che lambisce tangenzialmente l’orizzonte metafisico. La terza riguarda la contingenza conservativa di uno schema.

La quarta, quella psicologica, ossia quella del discorrere intorno alla psiché e di sperimentare ciò che attiene alla psiché, sembra essere la funzione più consona ad un percorso di conoscenza come quello che vorrebbe essere l’itinerario massonico, che è anzitutto conoscenza di sé, del Tempio dell’Uomo. Conoscenza che ci conduce al ricordo della nostra essenza divina, della divina origine e della natura universale e delle sue regole, che ci conducono alla Regola.

Mito e rito, pertanto, sono gli strumenti, con il loro corredo archetipico e simbolico, per una conoscenza di sé che è, conseguentemente, conoscenza del mondo e del divino.

“Un archetipo, per essere tale – scrive Éllemire Zolla -, deve avere una parte inconscia, sommersa: la sua denominazione deve accompagnarsi a sofferenze e allucinazioni e al minimo esige un animo commosso, capace di trasporsi in simboli. Soltanto tramite il simbolo un archetipo traspare”. 19

L’apporto archetipico e simbolico della ritualità massonica acquista qui il suo vero significato.

Simboli e archetipi sono eterni e sono paradossali, in quanto naturali. La natura, nella sua paradossale essenzialità, 20 li consegna alla nostra sensibilità, alla nostra intuizione, alla nostra capacità interpretativa, che ne cattura, di volta in volta, un significato, mentre gli altri ci sfuggono; e così la ricerca continua, senza sosta, poiché l’orizzonte del conoscere si sposta e ciò che viene all’evidenza è solo una parte di un nascosto che ci rimane segreto, ossia appartato, occulto. Questo è il palese segreto.

Il segreto è insito nella ricerca stessa, poiché il “finito”, ossia il ricercatore, non raggiunge la piena conoscenza dell’Essere infinito che, mentre si fa conoscere, si nasconde, cosicché “la Notte è la più grande divinità” (Eudemio di Rodi, Fr. 150) ed è la “primissima dea” (Crisippo Fr. 636) e “dentro invero, nel santuario della Notte, siede Fanes” (Ermia, Commento al Fedro di Platone, 284c), poiché “tutte le cose derivano da Notte” (Filodemo, Sulla pietà, 137,5) e le creture della Notte “rimangono dentro di lei” (Ermia, Commento al Fedro di Platone, 274 d).

E Fanes, la luce, “manifesta qualcosa che apparenza non è, l’emergere in altra forma, con un sussulto di una realtà abissale”. 21

Silvano Danesi

1 Vedi Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi; Le lamine orfiche, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, Adelphi; Paul Foucart, Les Mistèr d’Éleusis, Pardès

2Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi

3Iniziati ai Misteri eleusini.

4Coloro che hanno raggiunto l’epopteia, la conoscenza, con la visione illuminata e illuminante. Bacco è un attributo dell’iniziato che ha raggiunto tale conoscenza e il primo Bacco è Dioniso, dio della conoscenza.

5Le lamine orfiche, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, Adelphi

6Le lamine orfiche, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, Adelphi

7Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi

8Giordano Bruno, L’immenso e gli innumerevoli, Mondadori

9Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi

10Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi

11Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi

12Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

13Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

14Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

15Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

16Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

17Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

18Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

19Ellemire Zolla, Archetipi, Marsilio

In fisica una legge paradossale è quella il cui enunciato, pur essendo corretto, appare errato, assurdo, insensato, irragionevole. La fisica quantistica ci ha abituati ad una Natura le cui leggi appaiono assurde, insensate, irragionevoli, ma corrette.

20Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi

 

 

 

 

 

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