Ritualità massonica e via iniziatica

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, ritengo necessaria una precisazione.

Rito, dal latino ritus, è vocabolo che deriva da una radice indoeuropea *are-, la stessa della voce greca arithmós (numero), in sanscrito ritis e *ri- scorrere. Il rito si collega semanticamente al ritmo, rhyitmós e introduce una ripetizione che induce alla non linearità e, conseguentemente, alla circolarità, al cerchio, allo zero, l’eternamente immobile che è perennemente in movimento. Poiché il cerchio in sanscrito è sakra, il rito si collega al sacro. Il rito, se così inteso, attiva, pertanto, la circolarità in uno spazio, connotato da un orientamento e da una scansione temporale.

Da qui la necessaria distinzione del rito dalla liturgia (greco leiturgía = servizio pubblico da léiton = popolare e érgon = lavoro), che si occupa di allestimenti e aspetti cerimoniali, utili, ma non essenziali.

Il teatro dell’antichità è il luogo del mito.

“I riti di una civiltà – scrive Campbell – riproducono i miti a essa sottostanti. Si potrebbe definire, come ho fatto, il rituale come la possibilità di partecipare direttamente al mito. Il rito mette in atto una situazione mitica; partecipando al rito, si partecipa direttamente al mito”. [1] E aggiunge: “Ciò che il mito fa per noi è mostrare il trascendente oltre il campo fenomenico”. [2]

Ognuno di noi, secondo Campbell, ha “un proprio mito individuale, che lo sappia oppure no”[3] e in effetti “l’individuo deve imparare a vivere secondo il proprio mito”. [4]

“L’intera concezione degli archetipi della psiche umana – sostiene il grande l’antropologo – si basa sulla nozione che nel cervello umano, nel sistema nervoso simpatico, ci siano strutture che creano la predisposizione a rispondere a certi segnali. Sono strutture condivise da tutta l’umanità, con variazioni individuali, ma essenzialmente allineate”.[5] Tuttavia, ognuno di noi ha “i propri favoriti; ognuno è pronto a un’esperienza diversa rispetto a chiunque altro. I simboli, per cui siamo già pronti, evocano in noi la risposta”.[6]

La domanda che sorge è: qual è il mito che mi è proprio, al quale sono empaticamente risonante in questo momento della mia vita?

Prima di procedere è necessario considerare l’idea che Campbell ci consegna del rito: “Un rituale non è altro che la manifestazione o la rappresentazione drammatica, visiva e attiva di un mito. Partecipando a un rito, ci impegni amo in un mito e il mito opera su di noi, posto naturalmente che siamo catturati dall’immagine”.[7]

Quattro, secondo Campbell, le funzioni del mito:

  • La prima riguarda la ricerca di un ordine e di un senso, che renda cosciente un certo significato dell’esistenza. La mente va sempre in cerca di un ordine e di un significato.
  • La seconda (funzione cosmologica) riguarda la presentazione di un’immagine del cosmo e dell’universo circostante.
  • La terza riguarda la convalida e il sostegno ad un sistema sociale.
  • La quarta è psicologica.

Sorge una seconda domanda: quale funzione deve attivare la ritualità massonica? A quale funzione dare la precedenza?

La prima funzione, teleologica, appartiene più propriamente all’ordine di indagine filosofica e religiosa. La seconda trova risposta in un orizzonte scientifico che ormai si discosta necessariamente dal positivismo e che lambisce tangenzialmente l’orizzonte metafisico. La terza riguarda la contingenza conservativa di uno schema.

La quarta, quella psicologica, ossia quella del discorrere intorno alla psiche e di sperimentare ciò che attiene alla psiche, sembra essere la funzione più consona ad un percorso di conoscenza, come quello che vorrebbe essere l’itinerario massonico, che è anzitutto conoscenza di sé, conoscenza del Tempio dell’Uomo.

Mito e rito, pertanto, sono gli strumenti, con il corredo archetipico e simbolico, per una conoscenza di sé che è, conseguentemente conoscenza del divino e del mondo.

Sorge a questo punto una terza domanda: a quali miti si riferisce la ritualità massonica e i miti a cui si riferisce come vanno letti e vissuti?

Gran parte della ritualità massonica ha come riferimenti schemi narrativi e mitologici medio orientali e in particolare biblici, riguardo ai quali si sono sviluppate vaste e interessanti ricerche da parte di molti studiosi appartenenti alle istituzioni latomistiche.

Innumerevoli sono anche gli studi relativi alle tradizioni greche e latine, mentre assai poco indagate sono quelle che riguardano altre culture indoeuropee e in particolare quelle celtiche e del tutto ignorate quelle relative alla cultura basca.

“A lungo – scrive Philippe Walter, professore di letteratura francese del Medio Evo all’Università di Grenoble – ha regnato l’idea secondo la quale la cultura e la civiltà europee sarebbero esclusivamente nate in Grecia e si sarebbero espanse grazie all’Impero di Roma. Questo dogma merita di essere rivisto. Esso non rappresenta che una parte della verità. Esso non rende giustizia all’importante eredità culturale scandinava che irriga ancora oggi la parte settentrionale d’Europa e che si è costituita fuori dal mondo greco latino. Esso ignora ancor più il fondo culturale celtico che si estendeva su uno spazio quanto meno tanto vasto quanto quello dell’Impero romano all’apogeo della sua vasta potenza e che lo ha preceduto”.[8]

Quanto scrive Philippe Walter a proposito delle culture scandinava e celtiche vale anche per quella basca.

Le riflessioni che seguono costituiscono il tentativo di rintracciare quanto delle culture norrene, celtiche e basca ha influenzato la Tradizione massonica e quanto dei miti, degli schemi narrativi, degli archetipi e dei simboli di queste culture sia identificabile sotto il velame degli schemi narrativi, degli archetipi e dei simboli di derivazione biblica ai quali in gran parte si riferisce la ritualità massonica.

L’influenza delle culture norrene, celtiche e basca è, del resto, già riscontrabile nel contenuto speculativo della Massoneria operativa, che rappresenta, a tutti gli effetti, una radice profonda della Libera Muratoria.

Le radici libero muratorie, infatti, sono antiche e i «Muratori» non furono soltanto degli «esecutori» della volontà altrui (Bonvicini)[9] “Essi – scrive Bonvicini – furono partecipi di una ricerca allegorico-simbolica di contenuto teologico che valicava gli angusti confini exoterici e che si richiamava a Tradizioni extra-cristiane che nell’età Umanistica erano intese come «anticipatrici» di un Cristianesimo interiorizzato che era in auge in quel tempo fra le persone di maggiore cultura”. [10]

“Riteniamo – scrive ancora Bonvicini – che quei lontani maestri siano stati, da uomini eclettici, dotati di una vasta cultura in quelle che erano le Arti liberali del tempo, degli uomini aperti alla «riscoperta» e alla «rivisitazione» dei tesori culturali del passato, non soltanto nelle «tecniche» dell’«Arte classica»”. [11]

E’ indubitabile, sostiene il Bonvicini, un «commercio di idee»[12] con trovatori provenzali, minnesänge tedeschi, simplices inglesi e scozzesi, stilnovisti italiani e scuole arabo-ebraiche di Spagna e in queste idee sono ampi gli echi della culture norrene, celtiche e basca (vedi in proposito il mio “Tu sei Pietra”). Echi che sono riemersi nel nuovo pensiero che, a partire dal XII secolo, ha cambiato i riferimenti culturali europei e, tra questi, l’autonomia della ricerca dall’auctoritas.

“A partire dall’XI secolo e con maggiore forza nel XII e nei successivi, l’uomo” rivendica – scrive Nicola Abbagnano – una sempre maggiore autonomia della ragione, cioè della sua iniziativa intelligente, nei confronti delle istituzioni tipiche del mondo medievale (la chiesa, l’impero, il feudalesimo) che tendevano a far apparire come derivanti dall’alto tutti i beni di cui egli potesse disporre”. [13]

Il conflitto tra libero pensiero e auctoritas, tra libera ricerca e schemi dogmatici è un tema che connota gran parte della storia europea da quando il Costantinismo (il cristianesimo codificato da Costantino) è diventato religione dell’Impero ed è un conflitto che inevitabilmente riguarda la Massoneria in quanto istituzione fondata sul libero pensiero e quindi, per logica conseguenza, non dogmatica e non soggetta ad alcuna auctoritas sedicente rappresentante di verità divine.

La ritualità massonica, per la sua natura simbolica, consente più piani di lettura, i quali conducono il libero pensatore, lungo i sentieri della Tradizione, a superare ogni assolutizzazione interpretativa. Nel Convito Dante, che Réné Guénon (L’esoterismo di Dante, Atanor) considera affiliato all’Associazione della Fede santa, Terzo ordine di filiazione templare, avverte che tutte le scritture “si possono intendere e debbonsi sponere massimamente per quattro sensi”: letterale, filosofico-teologico, politico-sociale e iniziatico.

L’esercizio costante dell’ermeneutica è necessario per evitare l’illusione di essere giunti alla verità e, al contempo, per evitare che le interpretazioni di chi ci ha preceduto assurgano allo status di verità.

Il grado di comprensione di una realtà la determina, cosicché è l’osservatore, con la sua capacità cognitiva, a creare attorno a sé la sua realtà.

Conoscere se stessi e cambiare se stessi, in un processo evolutivo delle proprie capacità cognitive, è pertanto il punto essenziale di inizio di ogni mutamento della realtà.

L’esperienza lo insegna.

Questa consapevolezza induce ad uno sforzo interpretativo della Tradizione massonica, nel tentativo di estrarne le antiche radici, norrene, celtiche, basche e, in particolare, druidiche, attraverso un percorso archetipico, simbolico e mitologico.

In questo sforzo interpretativo mi è di conforto quanto scrivono R.B. Onians (Le origini del pensiero europeo) e Éllemire Zolla (Archetipi). Scrive R.B. Onians: “Si vedrà, credo, come le fondamentali concezioni delineabili tramite la lingua e la più antica letteratura della Grecia e di Roma fossero condivise dai Germani, dai Celti e da altri popoli; come esse fossero presenti, quanto meno in alcuni casi, già nel Paleolitico, di cui spiegano alcune singolari pratiche; come ancora sussistano, restando inosservate, in usanze e locuzioni odierne”.[14] “Un archetipo, per essere tale – scrive Éllemire Zolla -, deve avere una parte inconscia, sommersa: la sua denominazione deve accompagnarsi a sofferenze e allucinazioni e al minimo esige un animo commosso, capace di trasporsi in simboli. Soltanto tramite il simbolo un archetipo traspare”. [15]

Simboli e archetipi sono eterni e sono paradossali, in quanto naturali. La natura, nella sua paradossale essenzialità, li consegna alla nostra sensibilità, alla nostra intuizione, alla nostra capacità interpretativa, che ne cattura, di volta in volta, un significato, mentre gli altri ci sfuggono, secondo un processo cognitivo che oggi potremmo assimilare al principio di indeterminazione di Heisemberg.

Ogni interpretazione di simboli e archetipi è datata, in quanto frutto di una focalizzazione che risente, inevitabilmente, della cultura del tempo e del luogo e ogni focalizzazione è una traduzione e, pertanto, una limitazione.

Rifrequentare simboli e archetipi e rileggerli equivale a riattivarli, a toglierli dalle fossilizzazioni interpretative precedenti e a renderli vivi e operanti.

Essere religiosi, in questo ambito semantico, è essere vivificanti. “Il termine religione – scrive Umberto Gorel Porciatti – deriva dal latino religio ed è di etimologia incerta. Secondo la più accreditata etimologia la radice comune è quella del verbo relegere che vale anche aggomitolar di nuovo, scorrere di nuovo, risolcare; come tale è data da Cicerone (De Nat. Deorum, II, 28)….L’etimologia da religare – rilegare, legar dietro, attaccare, aggiogare – è quella di Lattanzio (Instit. VI, 28)”. [16]

Tra le possibili etimologie preferisco quella che fa discendere il vocabolo religione dalla particella re, che significa frequenza, e dal verbo legere, che equivale a scegliere e, in senso figurato, a cercare, guardare con scrupolosa cura. Cercare è il modo essenziale per conoscere.

Per questo motivo un massone non può essere un libertino (colui che esercita il libero pensiero) irreligioso, in quanto il suo operare è costante ricerca, rilettura, osservazione scrupolosa, sulla via illimitata della Conoscenza. Nulla a che fare, dunque, la sua religiosità con le “religioni”, ossia con i sistemi ideologici che si occupano, a vario titolo, del Divino. Tali sistemi ideologici, che hanno origine in pensieri frutto della mente umana eretti allo status di verità rivelate, assiomatiche, dogmatiche, elaborano in seguito scolastiche che costituiscono il tentativo di trovare ad essi vie d’accesso razionali. La scolastica non è, come la filosofia greca, della quale assume il metodo e gli strumenti logici, una ricerca autonoma che affermi la propria indipendenza critica di fronte ad ogni tradizione. La tradizione religiosa è per essa, il fondamento e la norma della ricerca.

Di qui l’uso costante dell’auctoritas nella speculazione. Auctoritas è la decisione di un concilio, un detto biblico, una sentenza di un Padre della Chiesa.

La scolastica “non si propone di formulare ex novo dottrine e concetti. Il suo scopo è quello di intendere la verità già data, non quello di trovare la verità”. [17]

Il Postulante, ossia colui che aspira a diventare Massone, deve essere libero e di buoni costumi.

La libertà è coessenziale al druidismo e alla natura umana. Come ho scritto nel mio “La via druidica”, “il druidismo è una via filosofica fondata sulla libertà come valore essenziale; è una via spirituale e conseguentemente libera per accedere alla Conoscenza”.

Lo Spirito è libero, senza vincoli.

Porciatti traduce opportunamente il concetto “buoni costumi” con: “esente da pregiudizi”[18], essendo il riferimento alle qualità morali di per sé inconsistente, poiché la morale cambia in relazione ai tempi e ai luoghi. La morale, scrive Porciatti, “non dispone di quel carattere di immutabilità che le consenta di assumere la veste di verità assoluta da fornire addirittura lo scopo di un’istituzione universale quale la Massoneria”. [19]

Essere di “buoni costumi” non è essere orientato alla morale, ma all’etica, laddove êthos significa “soggiorno”. Scrive Eraclito (frammento B119): “Êthos anthropoi daimon”, il soggiorno dell’uomo è nel divino. Questo soggiornare, questo farsi ospitare dal divino, è tensione conoscitiva. “Il soggiornare presso l’Essere, questo farsi ospitare, è proprio del semnoteo, ossia del druida, nella sua tensione verso l’unità dell’Essere e nel suo essere osservatore, contemplatore dell’Essere nel suo apparentemente paradossale rendersi evidente mentre si nasconde”. (Silvano Danesi, I druidi e l’Etica).

Sin da questi primi accenni si rende evidente l’intreccio tra tradizione massonica e tradizione druidica, che a sua volta trae alimento dalle tradizioni norrene, celtica e basca.

Estrarre le possibili antiche radici druidiche dai rituali massonici non è impresa facile, in quanto la cornice leggendaria nella quale si incardina la ritualità dei vari gradi è in gran parte biblica e, tuttavia, sia pure così incorniciato, il quadro simbolico e archetipico consente di guardare oltre le apparenze.

La cornice biblica e il riferimento costante alla lingua ebraica è, infatti, un dato storico, un modo di espressione dettato dalla contingenza.

Qui ci aiutano Arturo Righini e Umberto Gabriel Porciatti.

“Come è noto – scrive Righini – l’iniziazione Massonica conserva le caratteristiche della cerimonia sacrale propria delle antiche iniziazioni, e con essa si conferisce, nel nome del G.A.D.U., la facoltà di pervenire alla Conoscenza. Trattandosi di cerimonia sacra è naturale che le parole Sacre e di Passo, e non soltanto esse, ma anche gli elementi costituenti la liturgia del Rito, siano state tolte dall’ebraico poiché nell’epoca in cui la Massoneria prese l’attuale forma «l’ebraico era considerato una scrittura sacra in cui Iddio aveva parlato all’uomo nel Paradiso terrestre»”. [20]

“I dotti, a cominciare dai Padri della Chiesa – scrive Porciatti – hanno sempre ritenuto che la lingua ebraica fosse la prima lingua umana, quella parlata da Abramo. Questa più che una convinzione è stata una certezza sino alla seconda metà del secolo scorso [l’Ottocento, ndr], quando la scoperta del sanscrito e lo studio delle affinità grammaticali e lessicali delle varie lingue, portò un serio colpo alla teoria della monogenesi del linguaggio. Ma la Massoneria è sorta assai prima che la scienza avesse detto queste cose, che forse non saranno le ultime, e perciò il cerimoniale massonico si è inquadrato nella lingua sacra che nel contempo era ritenuta la più antica: l’ebraico”. [21] La scelta dell’ebraico è, dunque, un fatto contingente.

Una cornice biblica, peraltro, è stata adottata anche da quei bardi e da quei druidi che, convertitisi alla nuova religione dominante dopo l’editto di Teodosio, hanno scritto le antiche tradizioni, consentendoci oggi di conoscerle e di distillarne gli antichi significati.

Se gli antichi druidi tramandavano oralmente le loro tradizioni, furono i monaci cristiani che compilarono l’antica storia d’Irlanda, basandosi in larga misura sulle leggende locali, sempre premurandosi di accordare l’intera loro tradizione con il sistema universale elaborato sulla base dell’autorità biblica, della storiografia classica e dei testi dei padri della Chiesa.

Questo riscrivere le tradizioni irlandesi alla luce del dettato biblico, progressivamente elaborato nel corso dei secoli, fu principiato dai grandi bardi del IX secolo, i quali misero in poesia le leggende e le genealogie bibliche, mescolandole alle tradizioni irlandesi; fu adottato in seguito dalla maggior parte dei testi genealogici e culminò nel XII secolo nel resoconto del Libro della Invasioni.

Gli annalisti irlandesi presero la Bibbia come punto di riferimento, come confine invalicabile entro cui circoscrivere le tradizioni celtiche, ma vi mescolarono, in qualche modo, tradizioni di diversa provenienza ed antichi miti locali.

Negli Annali del regno d’Irlanda o dei “Quattro Maestri” si trova un riferimento ai “quaranta giorni prima del diluvio”.

Nel Libro delle Invasioni d’Irlanda, compilato in ambiente monastico a cavallo tra XI e XII secolo, si legge: “In principio fecir Deus Coelum et Terram…”e poi ci sono riferimenti a Adamo, Caino, Abele, Noè, ecc. Da Jafeth, figlio di Noè, si fanno discendere gli abitanti di tutta Europa: “Magog, figlio di Jafeth, della sua stirpe sono i popoli che vennero in Irlanda prima dei Gaeli: vale a dire Portholon figlio di Sera figlio di Srù figlio di Esrù figlio di Braiment, figlio di Aithecht figlio di Tat figlio di Agnoman figlio di Pàmp, figlio di Tat figlio di Sera, figlio di Srù; e la progenie di Nemed, cioè i Galeoin, i Fir Domnann, i Fir Bolg e i Tuatha Dé Danann”.

Questo breve lavoro non consente, per quanto riguarda la riscoperta di antiche radici indoeuropee e basche che albergano, non riconosciute, sotto la veste mitologica biblica della Tradizione massonica, che alcuni, pochissimi esempi: Giovanni e Hiram.

Giovanni

I lavori massonici si svolgono nel lasso di tempo che intercorre tra il concepimento di San Giovanni Battista alla sua nascita. San Giovanni Battista è l’uomo naturale, assimilabile al Selvatico (Baxa Jaun basco, Merlino celtico, Silvano latino, ecc.).

San Giovanni evangelista è colui che annuncia (angelo Gabriele, Thoth, Hermes, Mercurio).

Jaun in basco (la lingua del popolo che ha ripopolato l’Europa dopo l’ultima glaciazione) significa Signore.

I due Giovanni (Jaun, Signori) sono tra loro strettamente intrecciati: rappresentano due aspetti dello stesso archetipo.

Le date di simbolica nascita e di simbolico concepimento, poste sulla ruota del tempo, formano una X, o croce di Sant’Andrea, dove nella parte chiara (estate) troviamo la nascita del Giovanni vitale e nella parte oscura (inverno) quella del Giovanni mentale.

I lavori massonici si svolgono dal tempo che introduce la semina (equinozio autunnale-concepimento di Giovanni Battista) al tempo che introduce il raccolto (solstizio estivo – nascita di Giovanni Battista). Il tempo del raccolto (solstizio estivo-equinozio autunnale) non appartiene al massone. Al massone appartiene il tempo del progetto (seme), il tempo della sua messa in opera (semina), il tempo della sua edificazione (gestazione), il tempo della nascita (realizzazione compiuta). La sua “paga” e il suo “raccolto” sono nel lavoro stesso.

Per comprendere lo stretto rapporto tra il San Giovanni Battista e il San Giovanni Evangelista è utile uscire dallo schema interpretativo cristiano e riferirci all’antica tradizione druidica, che ci propone l’archetipo del Figlio della madre: Mabon. Archetipo che troviamo narrato nel racconto gallese del Mabinogion Culhwuch e Olwen, composto nell’XI secolo sulla base di narrazioni orali precedenti e uno dei riferimenti più antichi della mitologia celtica: un mito complesso, nel quale troviamo la ricerca e la liberazione di Mabon, figlio di Modron. Ricerca che rappresenta uno dei temi narrativi indoeuropei più antichi.

Artù (arctio, orso, il sovrano) si reca dal gigante Yspadadden Penkawur, che tiene prigioniero Mabon per liberarlo. L’impresa viene affidata a Gwrhyr, Interprete di Lingue, che sa parlare con alcuni uccelli e certi animali (si intravvede qui la figura del Merlino, archetipo sincretico, che raggruppa molti temi narrativi archetipici). Gwrhyr interroga il merlo di Cilgwri (opera al nero), il cervo di Redynyre (rinascita), il gufo di Cwm Cawlwyt (tristezza, oscurità), l’aquila (simbolo animico che vola verso la luce), ma tutti questi animali rinviano a quello successivo senza dare una risposta e un’indicazione sul luogo dove è tenuto prigioniero Mabon. Sarà l’ultimo animale interrogato, il salmone (saggezza) del lago di Llyw, dal quale Gwrhyr e i suoi compagni sono condotti dall’aquila (anima), che li indirizzerà verso la meta.

Possiamo qui intravvedere un percorso iniziatico. Il profano incontra la sua parte oscura, si immerge nel nero, per rinascere; è colpito da profonda tristezza a causa dell’oscurità, ma la sua anima gli viene incontro e lo fa incontrare con la Saggezza, che sa dove trovare Mabon, il Figlio della Luce.

Mabon è prigioniero a Caer Lloyw, in un luogo circondato da una muraglia. Non può essere riscattato, ma solo liberato combattendo (la prova), il ché avviene e Artù può tornare a casa con Mabon libero.

Mabon è il risorto: prigioniero dell’infero, del chaos rappresentato dal gigante, viene liberato grazie ad Artù (Arctio, Orso, la stella polare che presiede al ciclo temporale terrestre e solare) e all’intercessione del salmone, che rappresenta l’animale metamorfico che consente la trasmissione della saggezza, come è evidente nel mito di Fintan (druida primordiale) che si metamorfosa in molte forme e, infine, nel salmone, il quale, mangiato da Fin mac Cumhal, capo delle Fianna (schiere di druidi guerrieri), gli trasmette la saggezza.

Interessante notare che Fin (bianco) è un attributo del capo delle Fianna, il cui nome è Demne (daino). La sposa di Demne è Sabh, per metà dell’anno cerva, e il loro figlio è Oisin, cerbiatto. La saggezza primordiale è dunque attributo del daino/cervo, (bianco, Apollo Iperboreo), paredro della cerva Sabh (Artemide). Siamo in presenza della coppia archetipica primordiale della Signora degli animali e della foresta e del suo paredro, il Signore degli animali e della foresta.

I due miti ci aiutano a stabilire il rapporto Mabon-Cervo.

Il mito di Mabon è all’interno di quello di Culhwuch (il dio cinghiale, prototipo del druida) e di Olwen, dove Olwen è la figlia del gigante Yspadadden Penkawur. Culwuch decapiterà il gigante (come Indra il serpente Vritra/Ouroboros), dopo aver superato le prove impostegli da Yspadadden e libererà Olwen, la Bella Stagione (la Prima-vera, prima estate/verano). Olwen, infatti, ovunque passa fa sbocciare i fiori (vedi in proposito Philippe Joüet, Études de symbolique celtique, Label LN).

Mabon, figlio per eccellenza di Modron, la Madre – Notte (come Apollo, gemello di Artemide sono figli di Leto, la Notte, la Nascosta) è liberato. Anche il suo doppio e cugino Eidoel, figlio di Ar, è prigioniero nel Castello di Glivì (gemelli archetipici).

Mabon è figlio della Notte perché è nella notte che il seme svolge il suo progetto e si trasforma in un nuovo virgulto.

Mabon è associato al cervo e questa associazione mitologica riguarda uno degli archetipi più antichi, risalente al Paleolitico: il Kernunnos, il Signore degli Animali, a sua volta associato alla Signora della Natura, Artemide (Sabh, Bendis, Diana).

All’equinozio d’autunno il cervo Mabon perde le corna (radice indoeuropea Ker), simbolo generativo e di rinascita e si avvia verso la morte (Samain) per poi rinascere nel ventre della Notte (Modron, Leto) e tornare alla luce all’equinozio di primavera: il nero, il bianco, l’oscurità feconda e la luce, la materia e lo spirito, il tutto senza separazione, ma in ciclica continuità.

Mabon è un gemello divino (come Apollo lo è di Artemide) e il cugino Eidoel è il suo doppio, così come i due San Giovanni, i due Jaun, i due Signori e quello dei gemelli divini rappresenta uno dei temi narrativi indoeuropei più arcaici, anteriore a quello della triplicità (Asvin vedici, Castore e Polluce, Romolo e Remo, San Giovanni Battista e il cugino Gesù, Llew/Lug e Dylan, ecc. ).

Il mito dei gemelli divini si è evoluto nel tempo, ma ha mantenuto intatto l’antico significato di due aspetti di una medesima realtà, così come le statue bicefale: un aspetto mortale e uno immortale, uno giovane e uno vecchio, uno oscuro e l’altro chiaro, ecc.

Il mortale-immortale e il vecchio-giovane sono paradossi che superano la forma mentis del principio di non contraddizione e che appartengono alla sfera del simbolico.

La scansione dell’anno massonico, per quanto sin qui detto, si innesta dunque in schemi arcaici, anche se i suoi riferimenti espliciti sono desunti dalla tradizione cristiana. A ben guardare , tuttavia, è proprio la tradizione cristiana che ci fornisce la chiave più significativa. I due gemelli divini del cristianesimo sono San Giovanni il Battista e Gesù il Cristo, l’uno cugino dell’altro, come Mabon e Eidoel e, in una versione calendariale solare, rappresentano il sole d’estate (re d’estate) e il sole d’inverno (re d’inverno).

La Massoneria, tuttavia, ha come riferimento San Giovanni il Battista e San Giovanni Evangelista (che sostituisce Gesù). I due gemelli divini sono dunque un Giovanni (Jaun) selvatico e un Giovanni (Jaun) intellettuale, il quale scrive un vangelo che non esordisce con la cronaca della vita di Gesù, ma con i principi fondamentali della manifestazione divina. Il Verbo (la parola, la vibrazione, vac, la parola vedica, la vacca di luce) dà inizio alla manifestazione e la Parola è presso Dio ed è Dio stesso.

La Parola è al contempo separazione (nominatio est determinatio), relazione (Logos) e esplicitazione dell’implicito (pensiero).

San Giovanni Battista è assimilabile al Baxa Jaun, il Signore dei Boschi (come Mabon, Kernunnos), colui che possiede la conoscenza pratica, quella della vita (amore, a-mors) e delle sue regole, declinazioni della Regola universale.

San Giovanni Evangelista è assimilabile a Jaun Goikoa (o Jain Goikoa), il dio universale dei Baschi e Jaun Goinkoa, il Signore Goikoa (Signore della Luna), ha creato i tre principi della vita: Egia, la luce dello spirito; Ekhia, il sole, la luce del mondo e Begia, la luce del corpo.

L’anno massonico, come s’è detto, ha la scansione temporale della gestazione di San Giovanni il Battista, ossia dell’operatività del semen: dal progetto alla realizzazione.

Il tempo di San Giovanni evangelista (Jaun Goikoa) non è quello del Baxa Jaun, del San Giovanni Battista; è il suo specchio, perché Jaun Goikoa è dell’Altro Mondo.

Signore il San Giovanni Battista (Baxa Jaun) della Natura naturata e Signore il San Giovanni Evangelista (Jaun Goikoa) della Natura naturans: due aspetti della medesima realtà.

Realizzatore del progetto, il Baxa Jaun (San Giovanni Battista) è operaio nel Tempio della vita.

Jaun Goikoa (San Giovanni evangelista) è, in quanto annunziatore, il verbo generatore (l’informazione vibra, diventa “parola”, energia e, conseguentemente, materia).

Nel suo essere generatore in quanto annunciatore, il Giovanni Evangelista evidenzia anche la sua archetipicità indoeuropea.

Se poniamo attenzione alle radici indoeuropee, An è energia generatrice. Il prefisso Di- significa luminoso. La consonante D è luce. La radice Di significa andare continuo della luce, da cui Div, giorno e cielo e Deva, dio. D è la luce creata da cui nacquero il cielo, il giorno, gli dèi, essendo la luce creatrice Ka, sorta nell’oceano cosmico con il nome di Eka.

A volte il prefisso Di si trasforma in J e altre volte cade del tutto, cosicché abbiamo Di-ana (Artemide), Jana, Ana (la Dea madre degli dèi). A volte cade la i e si ha, ad esempio, Dana. (vedi in proposito Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea).

Seguendo l’evolversi delle radici indoeuropee, abbiamo così che anche Jan è il liminoso generante, la luce che genera, come Giana, Diana, Janus, Giano.

La radice indo europea ci fa ben capire anche la luminosità di Artemide, altro nome di Diana. Diana/Artemide è così generatrice luminosa, che brilla e perfetta gemella divina di Apollo, l’iperboreo dio luminoso.

L’anno massonico racchiude in sé, nel suo simbolismo dei Giovanni, aspetti archetipici fondamentali che si riferiscono a una coppia divina, bicefala o bifronte, paradossale.

Il tema della coppia divina ci conduce oltre, nell’approfondimento dell’orizzonte archetipico sottostante all’anno massonico.

Hiram

 Vediamo, ora, di penetrare il mito, che trascende la stessa figura biblica di Hiram, la quale, si riferisce ad un abile artigiano e non a un architetto. Gabriel Porciatti a questo proposito è chiaro: “In quanto a Hiram, esso assurge massonicamente alla dignità di Architetto in conseguenza delle sue qualità mirabili di fonditore, implicitamente Signore del Fuoco, dell’Ardore spirituale”. Gli si attribuisce una discendenza, quella di Tubalcain, assimilabile a Vulcano, a Goibniu, al faber universale.

Negli Annales Maçonniques universelles (Marzo-Aprile 1933) si legge: “Hiram Abif è un eponimo come Hammurabi, Moab, Achalo, ecc … La terminazione trilittera ram è comune a Hiram e a Huram: ram (essere elevato). Hur evoca aur (luce, fuoco). Hi (vita, vivente – sumero; generatore, famiglia, prosperità). Huram (candidato, nobile, onesto, bianco, innocente). Huram (vita superiore)”.

“Secondo il Ragon, Hiram, parola che significa «elevato», simboleggerebbe il sole: Hiram, eroe della nuova leggenda con il titolo di «architetto» è l’Osiris (il sole) dell’iniziazione moderna; Iside, sua vedova, è la Loggia emblema della Terra (in sanscrito loga=mondo) e Horus, figlio di Osiride (o della luce) e figlio della vedova è il «massone», cioè l’iniziato che abita la Loggia terrestre. Di qui la dizione: «Figlio della Vedova o della Luce»”. [22]

In un testo egizio troviamo un’interessante chiave di lettura.

“Il sole di colui che non ti riconobbe è tramontato, ma esso risplende per chi ti conosce. Il tempio di chi ti ha assalito è nelle tenebre, mentre tutto il paese è nella luce! Chi ti pone nel suo cuore, o Amun, il suo sole brilla”. (Ostracon 5656 – British Museum).

Se prestiamo attenzione all’indoeuropeo e al sanscrito, notiamo che Hi significa cambiamento di posizione, moto continuo (i) di spostamento (h) (indoeuropeo) e spingere avanti con forza, mandare avanti, incitare (sanscrito). R ha il significato di raggiungere, muovere verso (indoeuropeo) e ir di andare, muovere, alzare (indoeuropeo e sanscrito). Am è avviarsi verso il limite, il percorso che condurrà a mr, a raggiungere il limite, a morire (indoeuropeo). [23]

Conseguentemente Hiram è colui che spostandosi con un moto continuo in avanti si muove verso il limite. Hiram, dunque, non è un nome, ma un’azione: l’azione dell’Essere che, con moto continuo si proietta in avanti, verso il limite (energia e materia), entificandosi. Il suo consegnarsi al limite è il suo morire. Il proiettarsi dell’Essere è il pro-jectum, il progetto e in questo senso l’Essere è il Grande Architetto dell’Universo. Il suo proiettarsi nel limite lo disperde, come Osiride o Prajapati; lo mater-ializza: la res cogitans diviene res extensa.

Umberto Gabriel Porciatti (Simbologia massonica, Atanor), riferendosi alla lingua ebraica, scrive: “Hiram è composto da Hi, che vale vivo, vivente e rem, equivalente a reem, che significa essere alto, superiore o anche rahm, che vale pressoché identicamente elevato, che si innalza, che sta sopra. Ciò permette di stabilire che Hiram significa vita elevata; vita superiore, alla cui identica conclusione, con altre citazioni, è addivenuto Arturo Reghini in Le Parole Sacre e di passo; volendo citare un esempio di analogiacostitutiva del nome, potremmo richiamarci a quello di Abraham che vuol dire Padre superiore, Padre eccelso. ….. Secondo D. Prospero dell’Aquila, la cui alta considerazione in cui è tenuto è ben giustificata, dalla sua ammirevole capacità di penetrare nello spirito biblico. Hirma significa altezza dell’anima”. Albert Pike, nel suo Morale Dogma, riferisce Porciatti legge ram. “E’ interessante – commenta Porciatti – che in sanscrito Ram-a significa l’affascinante e che di tale titolo è rivestita la settima incarnazione di Visnù, a cui si deve, secondo la tradizione indiana, che gli uomini abbiano appreso l’agricoltura e la religione. La leggenda di rama ha alimentato molto della letteratura indiana (Ramajana, Ramapakhyana, ecc. ) ed è stata posta in luce, in occidente, per primo da Fabre d’Olivet che ha precisato la figura di Rama, più tardi vestita della fantasia poetica, di Edoardo Scuré che ne ha fatto il primo dei Grandi Iniziati”.

Il rito massonico relativo a Hiram si riconduce anche ai miti dello smembramento dell’iniziando, che ritroviamo in molte fiabe, le cui radici affondano nell’immaginario collettivo europeo.

“Passando ai miti, dobbiamo tener presente – scrive in proposito Propp – che il mito non va considerato come un’illustrazione assolutamente esatta del rito. Forse non è possibile una completa coincidenza del mito col rito. Il mito, che è un racconto, vive più a lungo del rito. ….talora i miti furono trascritti là dove il rito non si celebrava più. Perciò il mito contiene tratti posteriori, tratti d’incomprensione o di una certa deformazione o mutamento di aspetto…”. [24]

La morte rituale, la rinascita, il determinanarsi di un uomo nuovo, avviene anche attraverso il simbolico inghiottimento (Giona), lo smembramento, il divoramento da parte di animali (Cappuccetto Rosso), lo squartamento, la bollitura, la permanenza presso la casa del Silvano o della vecchia Megera (Baba Iaga) nella foresta, il rogo.

Il rito di iniziazione dei giovani al sopraggiungere della pubertà è ” così strettamente connesso con le rappresentazioni della morte, che non è possibile studiare una cosa senza l’altra”. [25]

“Il rito di iniziazione – scrive ancora Propp – era una scuola, un insegnamento nel vero senso della parola. Con l’iniziazione i giovinetti erano inseriti in tutte le rappresentazioni mitiche, in tutti i riti, i rituali e le norme della tribù”. [26]

Mito e rito: conclusione.

Dopo questa breve riflessione ed esemplificazione sulle radici mitologiche indoeuropee e basche sottostanti alla mitologia biblica della Tradizione massonica, torniamo a Campbell. Se è vero che i riti di una civiltà riproducono i miti ad essa sottostanti è ovvio che per ottenere una ritualità corretta, ovvero incardinata nelle radici mitologiche della civiltà europea, culla della Massoneria, è necessario un attento riconoscimento, un lavoro di scavo che recuperi l’autenticità di un mito per consentire ad ognuno di noi di poterlo vivere nella sua verità, ossia nel suo mostrarsi come fondamento.

E’ un compito da riformatori? No, da restauratori.

Il ritorno a Campbell consente, a questo punto, anche di poter svolgere alcune considerazioni sulle funzioni del rito che non possono essere che la conseguenza dell’apparato mitologico.

Il rito, per essere efficace, va pertanto riportato all’essenzialità della sua corrispondenza con il mito e ripulito dalle sovrastrutture liturgiche che lo affaticano e lo sviliscono e da manifestazioni di celebrazione dell’Ego: titoli altisonanti, salamelecchi iperbolici, esteriorità profane e profananti.

Il rito va riportato alla sua essenziale funzione di drammatizzazione del mito, di attivazione archetipica e simbolica, dove la vera maestria è ars maieutica e non inutile e dannosa esternazione gerarchica.

[1] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[2] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[3] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[4] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[5] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[6] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[7] Joseph Campbell, Percorsi di felicità, Cortina

[8] Philippe Walter, Merlin ou le Savoir du monde, Imago

[9] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[10] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[11] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[12] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[13] Nicola Abbagnao, Storia della filosofia, Edit. L’Espresso

[14] R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Gli Adelphi

[15] Ellemire Zolla, Archetipi, Marsilio

[16] Umberto Gabriel Porciatti, Simbologia massonica, Atanor

[17] Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Ed. L’Espresso

[18] Umberto Gabriel Porciatti, Simbologia massonica, Athanor

[19] Umberto Gabriel Porciatti, Simbologia massonica, Athanor

[20] Arturo Righini, I numeri sacri della tradizione pitagorica massonica, Atanor

[21] Porciatti, Simbologia massonica, Gradi Scossesi, Atanor

[22] Salvatore Farina, Il libro dei rituali del Rito Scozzese Antico ed Accettato, Edizioni Piccinelli, 1946

[23] Vedi in proposito Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[24] Propp – Le radici storiche dei racconti di fiabe – Boringhieri.

[25] Propp – Le radici storiche dei racconti di fiabe – Boringhieri.

[26] Propp – Le radici storiche dei racconti di fiabe – Boringhieri.

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