La ricomposizione del viaggio

“L’uomo del Tao vive nel Tao come un pesce nell’acqua.

Se cerchiamo di insegnare ad un pesce

che l’acqua

è fisicamente composta

da due parti di idrogeno e una di ossigeno,

il pesce si metterà a ridere”.

Al Chung-liang Huang[1]

 Il tema del viaggio è fattore costitutivo dell’iniziazione massonica sin dai primi passaggi, quando, ancora pro-fanum, l’iniziando è invitato al Vitriol. Nei passaggi successivi il tema si ripete con i viaggi dell’apprendista nel rumore dell’operosità della Loggia, quelli del compagno e quelli alla ricerca della tomba di Hiram. Non meno significativi quelli del Rito Scozzese Antico e Accettato.

Il viaggio, sin dai primi passi, si svolge sia in senso verticale, ossia alla ricerca del rapporto tra l’essere umano e il divino (tra l’essere umano materiale e l’essere umano spirituale), sia in senso orizzontale, alla ricerca delle leggi della natura.

Le due linee si intersecano in una croce che è simbolo della fissazione (croci-fissione) dello spirito nel limite spazio temporale, ossia materiale, dove compie il suo viaggio di conoscenza della limitatezza, delle emo-azioni (le azioni del sangue), della dualità e della separazione. Il mondo materiale, in questa concezione del viaggio nel mondo, che i Druidi chiamavano Abred, non è una prigione, ma un’opportunità di conoscenza e di esercizio della volontà.

Il viaggio verticale e quello orizzontale, nel corso della storia dell’umanità, a volte sono stati percorsi come fossero un binario, a volte come fossero due percorsi divergenti, o, addirittura, incompatibili.

La storia della Massoneria del ‘700 di questa voluta incompatibilità è un’evidente dimostrazione.

Il Settecento per le varie correnti esoteriche che si sono riferite alla Massoneria o che si sono identificate con essa, è il secolo della contrapposizione conflittuale tra Aufklärung (la chiarezza della ragione) e la Schwärmerei (l’illuminazione derivante dell’entusiasmo, inteso nel senso letterale di en-theos).

Il Settecento massonico è lo specchio della fase culminante di un confronto secolare iniziato con Parmenide e con la scelta della razionalità a discapito dell’intuizione. Un confronto che ha relegato tutto ciò che non soggiaceva al principio di non contraddizione nel tempo dell’infanzia dell’umanità, elevando a paradigma della conoscenza l’aut-aut, l’analisi, ossia la divisione (dia ballo), a discapito della compresenza degli opposti (cospiratio oppositorum) e del linguaggio simbolico (sym ballein), che è tensione unificante.

Anche la verità ha subito lo stesso processo di determinazione unilaterale. Mentre prima coesistevano la verità come a-letheia, ossia svelamento del nascosto, e la verità come orthotes, ossia come esatta corrispondenza, nei secoli successivi a Parmenide l’Occidente si è avviato solo sulla strada del riconoscimento dell’orthotes. Una strada che ha costretto l’a-letheia nella camicia di forza del dogma. L’accesso allo svelamento, riservato a pochi, è stato non a caso chiamato ri-velazione, in quanto, essendo la verità possesso di alcuni illuminati o sedicenti tali, è stata subito ri-velata, a vantaggio di caste sacerdotali e di sistemi di potere.

Nei secoli, anche i viaggi si sono frammentati, con il corrompimento, a volte, degli uni e degli altri al servizio dei poteri terreni e, in altri casi, con lo scadimento in pratiche magiche, teurgiche, spiritistiche, ancora una volta soggiacenti alla ricerca del potere per il potere. L’amore per il potere è la vera corruzione dello spirito. I viaggi si sono popolati di un esercito di ciarlatani, di funzionari del dogma, di assertori fanatici dell’una o dell’altra verità.

Tuttavia, l’antico e originario senso del viaggio non s’è perso. A ricordarcelo sono intervenuti nei secoli grandi donne e grandi uomini.

C’è il grande viaggio della conoscenza orizzontale di Ipazia, scienziata ellenistica e quello verticale di Margherita Porete, mistica del ‘300.

C’è il viaggio interiore alla scoperta del proprio nucleo divino di Dante, Fedele d’Amore e intellettuale di frontiera tra la Scolastica e l’Umanesimo e quello proposto da Francesco Bacone nella Nuova Atlantide.

Bacone si stacca dal Neoplatonismo e dall’Umanesimo e propone la restaurazione del potere dell’uomo sulla natura, che si realizza attraverso la scienza e la tecnologia.

Sull’isola governa il re legislatore Solamone (sic!), che ha fondato l’Ordine o la Società Casa di Salomone (inversione voluta) che guida la Nuova Atlantide.

I membri della Casa di Salomone vengono inviati nel mondo per riferire su usi, costumi, conquiste scientifiche e tengono nascoste la loro origine. Essi portano a Nuova Atlantide libri, sommari ed esemplari delle scoperte di tutti gli altri paesi e sono chiamati “Mercanti di luce”.

Qualche parallelismo con il XVIII grado del Rito Scozzese è evidente.

Ci sono viaggi iniziatici come quello greco di Odisseo o quello del celtico Bran; viaggi negli inferi greco latini e viaggi celtici nell’Oltremondo, il Sidhe, parallelo e patria del Piccolo Popolo, ossia dei Tuatha Dé Danann, la tribù degli Dei di Dana, passati oltre le nebbie all’arrivo dei Gaeli (gli indoeuropei).

C’è il viaggio, per introdurre un’ultima citazione, del Parsifal di Chretien de Troyes, alla ricerca del Graal, che narra di un giovane tenuto nell’ignoranza da una madre timorosa della sua sorte (la paura), il quale intraprende, avendo conosciuto i cavalieri di Artù, la sua avventura nel mondo, che lo porterà, dopo errori, cadute, riprese del cammino, al castello del Graal, governato dal re ferito all’inguine, ossia privato della sua potenza fecondatrice. Parsifal, che era stato invitato a non porre domande imprudenti, interpreta il consiglio oltre misura (senza spirito critico) e nonostante gli passi davanti più volte la processione del Graal, non profferisce parola, non chiede e così il castello del Graal svanisce.

Questo viaggio introduce i temi della parola e della domanda.

E’ il potere della domanda opportuna, posta con la giusta parola, che guarisce il re ferito, ed è il Graal, il nostro Sé, che la suggerisce, nel raccoglimento del silenzio, che essendo raccoglimento raccoglie l’essenza dei viaggi orizzontali nel viaggio verticale, per ritrovare la potenza «racchiusa» nella «pietra» interiore, che ci consente il ricordo e il ri-accordo (Atman-Brahman) con l’immortalità dello spirito.

Nel viaggio dentro di Sé, alla scoperta del Sé (il Graal), il ricordo della sapienza «racchiusa» nella «pietra» (la perla essenziale, la luz), l’essere umano acquisisce la coscienza della sua potenza e dalla massima concentrazione può emettere il «ruggito» del leone, la parola manifestativa.

Senza la giusta domanda: “Chi sono io?”, il Graal, il Sé non può guarire il re ferito, l’Io nel mondo, perché non viene attivato, rimane racchiuso nella «pietra» e l’Io nel mondo, rigonfio di egoicità, identificato nella propria maschera (persona), anziché edificare, con la pietra luz riattivata, il Tempio dell’uomo, vive nella «gaste terre», nella terra desolata del potere illusorio, degli onori fasulli, della tracotanza.

La potenza della domanda è il presupposto della potenza della parola. Chi ha in testa solo punti esclamativi (per tracotanza o per pavido rifugiarsi nelle certezze) non conoscerà la potenza del Graal, come è accaduto a Parsifal.

Del potere della domanda ci riferisce Roberto Calasso a proposito di Prajapati: «Con la sua mente egli si congiunse con Vac, Parola: egli diventò gravido con otto gocce». Che diventarono altrettanti dèi, i Vasu. Quindi li dispose sulla terra. Il coito continuava. Prajapati venne ingravidato di nuovo da undici gocce. Diventarono altri dèi, i Rudra. Allora si dispose nell’atmosfera. Ma ci fu anche un terzo coito. E Prajapati fu ingravidato da dodici gocce. Questa volta furono gli Aditya, i grandi dèi della luce: «Egli li pose nel cielo». Otto, undici, dodici: trentuno. Prajapati venne ingravidato da un’altra goccia: i Visvedevah, Tutti-gli-dèi. Si era giunti a trentadue. Mancava un essere solo per completare il pantheon: Vac stessa, la trentatreesima”. [2]

La Parola, Vac (il Logos) è la trentatreesima divinità che completa il pantheon e Prajapati è il senza numero, il cui nome è un punto interrogativo.

“Il dio dell’origine di tutto non aveva nome, ma un appellativo: Prajapati, signore delle creature. Lo scoprì quando uno dei suoi figli, Indra, gli disse: «Voglio essere ciò che tu sei». Allora Prajapati gli chiese: «Ma io chi (Ka) sono?». E Indra rispose: «Appunto ciò che hai detto». Quindi Prajapati ebbe per nome Ka”. E così, nell’istante “in cui seppe di essere Ka, Prajapati diventò il garante dell’incertezza connessa al domandare”.[3]

E il domandare è simbolizzato dal punto di domanda. Il punto di domanda è il confine tra l’ignoto e la sua manifestazione; è il simbolo della tensione conoscitiva e dell’etica, dove êthos è il soggiornare presso il divino ed è, al contempo, il segnale di un limite invalicabile: il limite della conoscenza che, come scrive Vittorino Andreoli, “è la stessa impossibilità di rappresentarsi un inconoscibile”. [4]

Invalicabile?

Lasciamo agire la domanda e affrontiamo, per avviarci alla conclusione di questa riflessione sui viaggi, la questione della ricomposizione.

 

Oriente e Occidente

Richard E. Nisbett, psicologo sociale e cognitivo americano, nel suo “Il Tao e Aristotele”, dopo aver descritto le diverse modalità con le quali occidentali e orientali pensano e interpretano se stessi, il mondo e la realtà e dopo aver preso in considerazione l’idea tutta occidentale che il pianeta deve “occidentalizzarsi” e l’altra, opposta, che si possa avere una prospettiva di “divergenza duratura”, propone l’idea che tra pensiero occidentale e pensiero orientale possa esserci una convergenza.

“Si deve però considerare – scrive Richard E.Nisbett – un terzo punto di vista, cioè che il mondo potrebbe essere sulla strada della convergenza, invece che della divergenza duratura, ma una convergenza fondata non puramente sull’occidentalizzazione, ma anche su un’orientalizzazione e su nuove forme cognitive basate sull’amalgamarsi dei sistemi sociali e dei valori”. [5]

Nisbett elenca alcune tendenze occidentalizzanti in atto in Oriente e altre orientalizzanti in atto in Occidente e, soprattutto, evidenzia un aspetto fondamentale, ossia il fatto che “gli occidentali sperimentano sistemi logici che non richiedono che un’affermazione debba essere vera o falsa. Alcuni grandi fisici del XX secolo, come Nils Bohr – sottolinea lo psicologo americano – hanno attribuito il loro progresso nella meccanica quantistica alle idee orientali”. [6]

“Sono convinto – afferma pertanto a conclusione del suo libro Nisbett – che Oriente e Occidente si incontreranno grazie all’avvicinamento di ognuno nella direzione dell’altro. Est e Ovest possono contribuire alla realizzazione di un mondo più omogeneo dove le peculiarità sociali e cognitive delle due culture saranno entrambe rappresentate ma trasformate, come i singoli ingredienti di una macedonia, che sono riconoscibili ma appaiono diversi, perché ognuno di essi modifica l’insieme. E’ lecito sperare che questa macedonia contenga gli elementi più gustosi e maturi di ciascuna cultura”. [7]

“Jaspers – scrive in proposito Umberto Galimberti – ritorna al «periodo assiale» dell’umanità in cui l’Occidente ancora non si distingue dall’Oriente, perché il pensiero, nell’ápeiron o nel Tao, pensa, sotto la differenza linguistica, qualla stessa cosa che poi resterà impensata nella terra della sera”. [8] Heiddeger scrive di ritorno all’epoca “aurorale” del pensiero greco. “Per questo compito non serve la logica che regola il «pensato», ma il linguaggio cifrato e il mito che dell’«impensato» sono i gelosi e rispettosi custodi”. [9]

Quali sono le principali differenze di pensiero che distinguono Occidente e Oriente?

“Gli occidentali – scrive Nisbett – sono inclini alla categorizzazione, intesa come strumento per conoscere quali regole applicare gli oggetti in questione, e la logica formale svolge un ruolo rilevante nella risoluzione dei problemi. Al contrario, gli asiatici orientali prestano attenzione non solo agli oggetti, ma anche a tutto ciò che li circonda, il mondo sembra più complicato e la comprensione degli eventi presuppone sempre l’analisi di numerosi fattori che interagiscono in maniera complessa e non deterministica. Gli orientali ritengono che la logica formale giochi un ruolo limitato nella risoluzione dei problemi: infatti le persone troppo interessate alla logica sono spesso considerate immature”. [10]

 

Caratteristiche occidentali Caratteristiche orientali
   
Forte senso di identità del singolo Armonia – “Ogni essere era prima di tutto il membro di una collettività o, piuttosto, di molteplici collettività: il clan, il villaggio e, specialmente, la famiglia”. [11] Godere di un’esistenza tranquilla vissuta in un contesto agreste e caratterizzato da una rete sociale armonica
Categorizzazione della realtà Visione olistica – Gli eventi hanno sempre luogo in un campo di forze. Tutte le cose sono profondamente collegate e ognuna di esse è alterata dal contesto
Libertà di esercitare le proprie attitudini Consapevolezza dell’importanza dell’agire collettivo – Il bisogno di godere di stima della comunità (la faccia).
Esaltazione dell’agire individuale Una genialità prettamente empirica, non un interesse astratto per il pensiero e la ricerca scientifici. Il sinologo e filosofo Donald Munro, citato in Nisbett, scrive: “Nel confucianesimo non vi era alcun pensiero sul conoscere che non implicasse delle conseguenze sul fare”. [12]
Logica lineare aut-aut – Principio di non contraddizione – Interazione degli opposti – Lo yin più vero è lo yang che è nello yin
   
La natura è oggettivata Nel taoismo: grande amore per la natura; religione della meraviglia, della magia e dell’immaginazione; considerava la natura come risultato dell’interazione tra la natura e gli eventi umani.
   

 

 

Le caratteristiche del pensiero orientale sono in gran parte riscontrabili in quello della civiltà celtica, frutto dell’innesto delle idee delle popolazioni europee del Neolitico con quella delle popolazioni indoeuropee.

 

Il druidismo rappresenta un sistema di pensiero che ha molte similitudini con quello orientale. Un esempio significativo è quello degli “indivinelli” celtici.

 

“Lo schema degli indovinelli celtici – scrive Tom Cowan – era simile a quello dei koan dello Zen: una perplessità iniziale allargava i limiti mentali e di conseguenza aumentava l’elasticità delle categorie mentali che limitano la nostra percezione alla sola realtà ordinaria quotidiana. Non è possibile trovare la soluzione di un koan, essa deve presentarsi spontaneamente alla coscienza, in un istante di illuminazione che si verifica spesso mentre siamo impegnati in un’attività ripetitiva. I koan e gli indovinelli dei Celti sfidano qualunque soluzione confezionata razionalmente ed esigono una sospensione dei parametri razionali dell’esistenza. Per risolverli dobbiamo affidarci all’ambiguità e all’enigma e imparare ad ambientarci nello stato crepuscolare in cui tutto è possibile. Dobbiamo adattare la visione del mondo dello sciamano e vedere i misteri nascosti dietro il mondo fisico in cui viviamo. Dobbiamo rompere l’incantesimo della realtà ordinaria”. [13]

Indovinello della nascita di Cuchulainn: “Un cane che non è un cane, nato da una donna che non è una donna, in una casa che non c’era, generato da un uomo che non è un uomo, allevato dalla madre come suo figlio, un figlio che morì e non morì, e sia madre inghiottì un verme che non era un verme, e suo padre era anche suo zio”. [14]

Indovinello di Diarmaid e Grainne: Diarmaid dice a Grainne: “Non ti vorrò né di giorno né di notte, né vestita né svestita, né a piedi né a cavallo, né dentro né fuori”. Una fata procura a Grainne un vestito di fiori e le dice di presentarsi al tramonto in groppa ad una capra. “Sulla soglia Grainne si annuncia dicendo: “Non sono dentro né fuori, non sono a piedi né a cavallo, non sono vestita né svestita, non è notte né giorno”.

 

Un altro esempio significativo riguarda la visione olistica del mondo celtico. “L’arte di cambiar forma deriva – scrive Tom Cowan – da un’altrettanto antica visione dell’universo che le popolazioni celtiche hanno conservato sino ai tempi moderni: l’interrelazione di tutte le cose create, comunemente chiamata il Cerchio o la Rete della vita. Come il noto elemento decorativo celtico, una treccia attorcigliata su se stessa , l’esistenza è una catena continua e ininterrotta che collega tutti gli elementi dell’universo. L’arte sciamanica di assumere un’altra forma è direttamente collegata alla consapevolezza che, nella Rete della vita, tutte le cose create partecipano dello stesso potere e possono quindi scambiarsi potere, vita e coscienza. Sapendo che la creazione è intrecciata molto più strettamente di quanto appaia, lo sciamano sa penetrare nello stato esperienziale delle altre entità e lasciare che esse condividano le sue esperienze conscie”. [15]

La scienza moderna, la fisica quantistica, ci sta portando alla ricomposizione dei viaggi.

“Il determinismo come necessità – scrive Andreoli – è morto. La fisica quantistica ha abbandonato l’antica concezione del determinismo su cui era fondata la fisica meccanica”. [16] E aggiunge che il “sistema logico è dunque uno dei possibili modi di strutturare una realtà, anche se storicamente nel mondo noccidentale si è imposto sul piano gerarchico come «il» sistema”. [17]

La gnoseologia moderna è passata dalla“necessità”, alla probabilità. La scienza sta perdendo ogni illusione e pretesa di assoluto. E’ ormai acquisito che anche il “mondo selvaggio, quello mitologico o fantastico, espresso nelle favole, avevano una propria coerenza, proprie leggi. Avevano, cioè una ben definita struttura…. e che il mito ha una logica «altrettanto esigente di quella su cui poggia il pensiero positivo»…. E sono “sempre più numerosi gli esempi di credenze «non-scientifiche» di cui si scoprono fondamenti scientifici”.

Il Tempio della ricomposizione

In questo contesto ricompositivo, il Tempio massonico, concepito e costruito con le regole del cosmo, del cosmo è, come gli edifici antichi, una riproduzione, una chiave per comprenderne le regole e uno strumento di calcolo per edificarne in ogni tempo l’armonia. Il Tempio massonico, in quanto Tempio del cosmo, è anche Tempio dell’uomo, della sua intelligenza e del suo itinerario di conoscenza, che si sostanzia di numeri, di geometrie, di regole, di archetipi e di simboli.

Gli archetipi (impronte dell’Arché, ossia del Principio, del Nous, dell’Intelletto originario) come ci chiarisce Carl Gustav Jung, “non sono invenzioni arbitrarie, ma elementi autonomi della psiché inconscia preesistenti ad ogni invenzione. Essi rappresentano la struttura immutabile di un mondo psichico che, con i suoi influssi determinanti sulla coscienza, dimostra di essere «reale»”.[18]

I simboli, nella loro paradossalità (compresenza degli opposti) sono il linguaggio dell’inconscio e della natura (la cui paradossalità sta emergendo sempre più, soprattutto nell’infinitamente piccolo) e “agiscono anche se la nostra parte razionale non li comprende”, perché il nostro inconscio li riconosce come espressione di condizioni psichiche universali”. [19]

Nelle opere degli antichi costruttori, sapienti liberi muratori, sono presenti le regole numeriche e quelle archetipiche e simboliche e il tempio massonico è una sintesi mirabile di numeri, forme, algoritmi, archetipi e simboli.

Il profano, essere umano del XXI secolo, occidentale (di questo stiamo parlando) ha conformato la sua mente al principio di non contraddizione e ha disabituato la sua mente al linguaggio archetipico e simbolico.

Nel Tempio massonico il profano con l’iniziazione incontrerà la razionalità (numeri, forme, geometrie) alla quale è abituato, ma la sua forma mentis incontrerà anche il linguaggio archetipico e simbolico, al quale è disabituato.

La sua iniziazione (il suo inizio), pertanto, avrà, sin dai primi passi, il significato di una desituazione, di uno smarrimento, di uno spaesamento, di un abbandono delle certezze del linguaggio sequenziale e razionale e di un incontro con il linguaggio paradossale degli archetipi e dei simboli, ma anche il significato di una ricomposizione dei viaggi della conoscenza.

Il Tempio massonico pertanto, può essere il Tempio della ricomposizione dei viaggi, della riattivazione della «pietra», del «ruggito» del leone, dell’edificazione del Tempio dell’uomo e, con le pietre della conoscenza, di nuove cattedrali per l’umanità.

Oggi lo è? Lasciamo agire la domanda.

Silvano Danesi – Grande Oratore e Gran Maestro Aggiunto della Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli A.L.A.M., Tradizione di Piazza del Gesù, Grande Oriente di Roma.

 

[1] Premessa di Al Chung-liang Huang a Alan W.Watts, Il Tao: la via dell’acqua che scorre, Ubaldini Editore

[2] Roberto Calasso, L’ardore, Adelphi

[3] Roberto Calasso, L’ardore, Adelphi

[4] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[5] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[6] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[7] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[8] Umberto Galimberti, Il tramondo dell’Occidente, Feltrinelli

[9] Umberto Galimberti, Il tramondo dell’Occidente, Feltrinelli

[10] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[11] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[12] Citato in Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[13] Tom Cowan, Il fuoco nella testa, Edizioni Crisalide

[14] Rees, L’eredità dei Celti, Ed. Mediterranee

[15] Tom Cowan, Il fuoco nella testa, Edizioni Crisalide

[16] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[17] Vittorino Andreoli, La terza via della psichiatria, Ed. Corriere della Sera

[18] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

[19] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

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