Il Divino non sottomette, si mostra alla conoscenza.

Un’intelligenza, che è un’armonia invisibile, governa l’universo e questa intelligenza è il Logos eracliteo, il quale, nel Prologo del Vangelo di Giovanni, è theos ed è in Arché presso theon, ossia presso se stesso, e poiché una parte del Logos è compresa in noi, in quanto esseri appartenenti alla natura universale (Zoé), che è nel Logos, ecco che noi, possiamo accedere alla conoscenza del Logos conoscendo Zoé,  che “è la luce degli uomini”.

Al Divino arriviamo attraverso la conoscenza di noi stessi e di Zoé, la vita universale, compiendo un viaggio iniziatico che dal lumen naturae conduce al lumen nascosto.

Il Logos è il concetto più raffinato che la civiltà occidentale ha elaborato per esprimere la dinamicità intelligente del Divino nel suo divenire e farsi vita universale.

Il Divino è Archè, racchiuso abisso insondabile, Principio principiante, Puro Pensiero e il Logos è il suo soffio, quello spiritus che accende il nostro intelletto senza bisogno di intermediari, di dogmi, di norme tribali elette a parola divina.

Il Logos non ha rappresentanti, non scrive libri normativi, non detta dogmi, ma è intelligenza universale che parla agli esseri umani con la voce dell’Archè, la quale rimane il Divino nascosto e inconoscibile.

Nello Zohar, opera della mistica ebraica, redatto in Spagna alla fine XIII secolo, En Soph (letteralmente senza fine) è il nome che lo Zohar attribuisce al Dio nascosto e infinito, senza qualità e senza attributo; “è segreto e inaccessibile, radice e motore di tutto, abisso profondo e imperscrutabile. Dio “è profondo, profondissimo; chi lo può trovare?”. (Ecclesiaste VII 24).  “Egli pose l’oscurità, come suo nascondiglio” (Sal. XVIII, 12). “La nube e la caligine è intorno a lui”. (Sal. XV VII, 2).

Questo En Soph, come l’Arché, è il principio principiante.

Nello Zohar,  in quello tra Machshabà e Ruach  ritroviamo gli stessi concetti relativi al rapporto esistente tra Arché e Logos.

“Il pensiero abissale (Machshabà) è il principio di tutto. Per il fatto che è pensiero, si trova all’interno, segreto e non palese. Spingendosi oltre il pensiero giunge laddove si trova il respiro (Ruach); e quando giunge in quel luogo prende il nome di parola interna (Binà) e pur non essendo segreta come il pensiero precedente, è in qualche misura segreta e non udibile. Il respiro (Ruach) si diffonde e produce la voce percepibile formata di fuoco, acqua e respiro,  che sono nord, sud e oriente. La voce guida il discorso, che esprime la parola nella sua articolazione; infatti la voce è emessa dal luogo del respiro (Ruach) e viene a guidare la parola, sicché le parole siano pronunciate giustamente. Se tu porgerai mente alle sephirot, vedrai che il pensiero abissale, la parola interna, la voce percepibile e il discorso sono la stessa cosa. Tutto è uno. Il pensiero è il principio di tutto e non c’è separazione, ma tutto è uno e il legame è uno. Questo è il pensiero reale legato al «nulla» (Ayn), che non ha separazione in eterno, come è scritto: «Il Signore è uno, ed il suo nome è uno». (Zacc.XVI,9)”. [1]

Il nascondimento del Divino è affermato anche nella teologia dell’antico Egitto.

“Uno è Ammone, che si tiene nascosto ad essi [gli dèi],
che si cela agli dèi,
nessuno conosce la sua natura.
Egli è più lontano del cielo
e più profondo degli inferi.
Nessun dio conosce il suo vero aspetto,
la sua immagine non appare nei rotoli delle scritture.
Egli è troppo misterioso per essere svelato,
troppo grande per essere investigato,
troppo potente per essere conosciuto.
Nessun dio può chiamarlo per nome,
egli è simile a Ba,
colui che tiene nascosto il proprio nome come il proprio segreto”.

Amon è l’origine, come l’Arché e l’En Soph, della manifestazione ed è sia racchiuso nel suo nascondimento, sia l’Uno che si rende molteplice.

In un inno ad Amon la dinamica manifestativa è resa esplicita nell’Uno che si fa milioni.
“Lode a te, Uno, che ti fai milioni
l’Uno soltanto, che creò tutto ciò che è,
l’insigne Ba degli dèi e degli uomini”.
(Papiro di Bruxelles).

Così è anche per  l’En Soph, il quale, quando si manifesta nel processo cosmico, riceve degli attributi positivi e non vi è luogo ove egli non sia. La stessa dinamica manifestativa si riscontra nel rapporto Arché-Logos, nel quale è la vita universale (Zoé).

Il vocabolo theos deriva dalla sostantivazione del verbo theeîn, correre e del verbo theâsthai, vedere. Pertanto il potere improntante e determinativo dell’Arché, ossia il Logos, che è theos ed è presso di sé nell’Arché, agisce inducendo un correre verso l’evidenza, ossia un manifestarsi (uscire alla luce), di ciò che è tenebroso, un distendersi ordinato di ciò che è racchiuso e caotico.

Se gli attributi positivi dell’En Soph sono le sephirot, quelli dell’Arché sono gli archetipi, Arché typos, impronte dell’Archè, principi che dal Principio principiante emergono per opera del Logos.

Nell’antico Egitto a esprimere il Nascosto sono i Neter: princìpi, archetipi, impronte di Amon.

Tutto è Uno, come ci suggerisce l’inno ad Amon, è un altro raffinatissimo concetto elaborato dalla cultura occidentale, della quale è parte integrante quella Egizia antica, non fosse altro che per il fatto che l’Oriente e l’Occidente si distinguono in base ai meridiani, ma soprattutto per l’intenso e secolare dialogo tra sapienti egiziani e sapienti europei. Un dialogo che ha avuto uno dei suoi periodi  più significativi nell’ellenismo alessandrino, dal quale sono scaturiti i testi attribuiti ad Ermete Trismegisto.  Qui, nell’elaborazione pitagorica, il Divino è il “numero dei numeri”.

Pitagora, i cui insegnamenti hanno influenzato nei secoli la cultura occidentale, credeva in una “verità-purezza-eterna” che comanda l’universo, non molto lontana da quello che sarà il Logos eracliteo. [2] Tale “unità-purezza-eterna” è il numero, che governa tutta la natura essendo all’interno d’essa. Il numero è l’essenza delle cose ed è una realtà e i numeri che dall’Uno Tutto derivano sono principi,  per significare i quali sono state usate le cifre.

C’è un numero numerante, ante rem e in re e un numero numerato, post rem, come astrazione mentale.[3]

Ecateo di Abdera afferma che Pitagora apprese dagli Egiziani le dottrine sacra, le nozioni di geometria e l’aritmetica, nonché la dottrina della trasmigrazione dell’anima in ogni essere vivente e Aristosseno sostiene, a proposito del numero, che esso fu scoperto da Ermes, ossia da Thoth, la “lingua di Ra”, la parola e, quindi, ancora una volta il Logos. Ritroviamo Thoth nei testi attribuitigli con il nome di Ermete Trismegisto.

Il pitagorismo è l’assertore dell’armonia universale che scaturisce dall’opera del Logos, il quale estrae l’ordine dal caos (ordo ab chao), e afferma che tutti gli esseri e tutte le cose si associano e si affastellano in un solo grandioso organismo, la cui legge è l’amicizia o amore (filia, eros): amicizia o amore che si esprimono nel numero e nella misura. Le cose, seguendo la logica dei numeri, si connetto le une con le altre e partecipano all’orchestra generale dell’universo.

Il concetto che tutto è numero ci rimanda a quello di codice, espressione determinativa del Puro pensiero, ossia del Divino che dal suo abissale nascondimento esprime se stesso nell’ordine numerico dell’universo. La realtà si pone così come un tessuto di codici che si compongono in un universo intelligente, la cui origine è il Puro pensiero

La conoscenza di noi stessi e della vita universale (Zoé) è pertanto l’accesso alla conoscenza del Divino e conseguentemente è la via soteriologica per eccellenza, come ci insegnano gli antichi misteri.

Infatti, come scrive Giorgio Colli: “Che l’evento misterico di Eleusi, uno dei vertici della vita greca, celebrato annualmente alla fine dell’estate, fosse una festa della conoscenza risulta chiaro dalle testimoniante antiche”. [4]

La raffinata idea del Divino elaborata dall’Occidente è agli antipodi di quella di un dio normativo, una sorta di Super Io che di fatto è un Super Si, ossia l’ipostatizzazione delle norme che governano una comunità, una tribù, un popolo.

Normatori antichi dei propri popoli hanno scritto libri che sono stati attribuiti al Divino, mentre sono solo norme umane contingenti, datate e, pertanto, modificabili e, se obsolete, eliminabili a sostituibili.

Il Si impersonale e collettivo (si dice, si pensa), ossia l’insieme delle credenze di un popolo, viene trasformato nella parola del Divino, la quale, al contrario, è il Logos, le cui regole sono quelle della vita universale (Zoé), nella quale il Divino (Arché) si determina.

È Zoé la “luce degli uomini”, non la regola di questo o di quel profeta, di questo o di quel popolo o, peggio, di questo o di quel sedicente ispirato.

Ecco, dunque, che l’Occidente, che ha del Divino un’idea raffinatissima, che lascia da ogni essere umano la libertà di conoscere se stesso e di riconoscersi come parte del Divino,  non ha bisogno di divinità locali impositive, tribali e frutto della mente umana, che le ha elaborate a scopo normativo.

Il Divino non sottomette, si mostra alla conoscenza.

 

[1] Zohar, Il libro dello splendore a cura di Elio e Ariel Toaf.

[2] Vedi André Pichot, La naissance de la science, Folio

[3] Vedi Julius Evola, introduzione ai Versi d’Oro, Atanor

[4] Giorgio Colli, La sapienza greca, Adelphi

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