L’inesistenza di una “Massoneria Europea”

Libro Curami

Esiste una Massoneria unitaria dei paesi che compongono la Comunità europea? La risposta è semplice: no.

Esiste una possibilità concreta che le massonerie europee contribuiscano insieme ad elaborare le linee politiche di quel salto necessario che la Comunità europea deve compiere per non implodere? La risposta è semplice: no.

I complottisti che si esercitano  nell’attribuire un ruolo di potere occulto alla Massoneria farebbero bene a leggere attentamente gli atti del convegno: “Vecchio continente e Massoneria”, che si è svolto a Milano nel 2016 e che ha viso riuniti alcuni dei più importanti rappresentanti del Rito Scozzese Antico ed Accettato.

Gli atti, gentilmente inviatimi dal professor Gianni Curami, che ne ha curato l’edizione per i tipi di Tipheret, evidenziano la incapacità delle varie espressioni nazionali del Rito Scozzese Antico ed Accettato  ad esprimere una linea unitaria di ricerca di soluzioni da offrire alla società civile e ai poteri politici.

Di tale incapacità è testimonianza preziosa, per chi voglia capire il fenomeno massonico, l’intervento di Alain de Keghel, segretario generale del Consiglio Europeo dei Sovrani Gran Commendatori dei Riti Scozzesi Antichi e Accettati. Alain de Keghel, dopo aver elencato alcuni tentativi di attivare organismi di ricerca e di formazione, ammette che una Massoneria europea unita “rimane un eterno miraggio”. “D’altra parte – aggiunge il segretario generale – la divisione delle forze massoniche del continente europeo […] non contribuisce certamente a una intesa reciproca”.

“La separazione quasi inconciliabile – afferma ancora Alain de Keghel – tra le potenze massoniche che si vantano di essere “regolari”, da un lato, cioè quelle che rifiutano ogni partecipazione a qualsivoglia azione istituzionale concertata con le Giurisdizioni liberali, e le nostre, dall’altro lato, è ben lungi dallo scomparire”.

La grande bufala, made in England, della “regolarità” è, come si può ben vedere, una delle cause maggiori della divisione.

Chi continua a pensare alla Massoneria attuale come ad un unico centro di comando capace di determinare i destini del mondo si sbaglia di grosso.

Non esiste la Massoneria, ma un insieme di massonerie diverse, divise, incapaci di trovare un comune denominatore che non sia quello del nome. Già nel cognome le divisioni appaiono evidenti.

La lettura degli interventi è, del resto, prova evidente della confusione di non poco conto esistente sui temi maggiori riguardanti i destini d’Europa.

Panagiotis Moutzourakis, rimanendo nel mondo dei desideri e non in quello della realtà, affronta il tema dei rifugiati ricordando che i principi della Massoneria invitano a tendere la mano a tutti coloro i quali ne abbiano bisogno e aggiunge: “Ma la costruzione di una cultura europea di alti valori presuppone che i valori di libertà, di giustizia, di tolleranza, di solidarietà, di democrazia e di diritti dell’uomo siano stati compresi e recepiti tanto dai bambini quanto dagli adulti”.

Il fatto è che i valori di democrazia, di dignità dell’essere umano, di parità dei sessi, di giustizia, di tolleranza non appartengono al patrimonio delle masse di migranti provenienti da culture spesso tribali e, soprattutto, non appartengono alla gran parte di chi professa la religione islamica.

A ricordarlo è Gianni Curami, il quale, a proposito dell’immigrazione in Europa, dopo aver distinto i migranti dai rifugiati, scrive. “L’accoglimento dei rifugiati non può essere negato, va però sottolineato che tale accoglimento deve essere sostenibile e preceduto da una educazione dei valori europei che i rifugiati devono impegnarsi a condividere”.

E se non condividono? E se non si impegnano? E se non vogliono?

Curami ricorda agli ottimisti il monito lanciato da Karl Popper “sulle disastrose conseguenze causate dal governo dell’amore: crea, in ogni caso, ingiustizia e conseguenti lacerazioni”, e aggiunge: “Per concludere, K.Gibran nel suo celebre “Il Profeta” sosteneva che l’amore è come la vela che fa muovere la barca, ma è il timone (cioè la ragione) che indica la direzione e i limiti”.

La Francia di Alain de Keghel è il paese europeo più colpito dal terrorismo, ma è anche il paese dove le élite culturali evitano di pronunciare l’aggettivo islamico in ossequio a una malintesa idea di tolleranza e agitando impropriamente le presunte bandiere di Voltaire.

Globalizzazione, potere, sovranità.

Luigi Pruneti, termina un interessante excursus sulle guerre di religione, ricordando quella in atto dovuta all’Isis, ma aggiunge che “la guerra di religione del terzo millennio è un fenomeno della globalizzazione, un rivolgimento in atto del quale ancora ignoriamo le regole e ciò a cui ci porterà”.

Pruneti, a proposito della globalizzazione, ne stigmatizza la tendenza allo sfruttamento sempre più ossessivo del pianeta,  la limitazione del potere e della sovranità degli stati e, non ultima, la “ribellione a sradicare ogni tradizione religiosa e antropologica che la globalizzazione vuol sostituire con la visione dell’uomo in chiave consumistica e standardizzata. Insomma, il darwinismo socio-economico del terzo millennio tende ad evolvere l’uomo in consumatore e il pianeta in un unico mercato con un solo valore: il profitto. Il processo di disumanizzazione è in atto e implicherà reazioni sempre più violente, la guerra di religione è una di queste”.

Tesi condivisibile, quella di Pruneti, ma allora la Massoneria da che parte sta? Dalla parte della globalizzazione o da quella del concerto dei popoli delle nazioni, delle patrie?

Henri Miller scrive, a sua volta, che “l’Europa è posta di fronte a due grandi sfide: un afflusso di immigranti senza precedenti, che cercano di fuggire da zone di conflitti spaventosi o semplicemente di avere accesso a condizioni di vita più umane; un’ondata di attentati commessi da gruppi religiosi che vogliono ricondurci verso un oscurantismo medievale, scalzando alcuni valori fondamentali della Massoneria”. Henri Miller scrive in particolare della mancanza di rispetto della donna, di un potere religioso che interferisce ad ogni livello nella gestione della società, del rifiuto delle nostre tradizioni europee. Peccato che non abbia il buon gusto di chiamare per nome e cognome quei “gruppi religiosi”, ossia non dica che sono gruppi islamici. Sono forse i petrodollari dei wahabiti o dei salafiti a frenare la ricerca delle cause del terrorismo? Inutile parlare di poteri forti se non si affronta il grande tema della finanza globale, dove nel gioco entrano le valanghe di petrodollari dell’Arabia Saudita, del Qatar e via discorrendo. Petrodollari che da una parte condizionano i mercati finanziari e dall’altra finanziano il terrorismo.

Aldo Giobbio scrive di “Orrendo «pensiero unico»”, che “è diventato di fatto la filosofia politica dell’Europa non perché i nostri governanti ne apprezzino in modo eccessivo il valore teorico, che non esiste, ma perché la rinuncia ad agire ha creato un vuoto propizio al laissez-faire, beninteso quello di coloro che al solito si chiamano i «poteri forti», ai quali i mezzi per agire non mancano ma che non hanno il bene pubblico in cima alle loro preoccupazioni”. I poteri forti sono la finanza globale, quella che ha creato, dopo il via libera di Clinton, la bolla finanziaria che ci ha disastrati e ci disastra. I “poteri forti” li vogliamo chiamare con il loro nome?

Da quanto sin qui detto emergono  temi di enorme importanza, sui quali potrebbe essere possibile un contributo della Massoneria: la tolleranza e i suoi limiti; il netto rifiuto del globalismo, che vuole “l’uomo neutro”, con il corollario necessario del netto rifiuto del potere neofeudale della finanza globale e la questione di una religione che conculca i principi massonici ed è incompatibile con la Massoneria, ossia l’Islam.

Il tema della Tolleranza

 Il tema della tolleranza, impostosi con la forza della necessità nell’Europa insanguinata dalle guerre di religione e affermatosi con la forza della ragione, si è imposto come drammatica necessità anche nella prima metà del XX secolo, quando i figli dell’idea dello Stato etico, nuova religione laica, hanno insanguinato il vecchio continente, portando la protervia del potere del Leviatano a livelli orribili di inumanità.

Fascismo, comunismo, nazismo hanno massacrato l’Europa dalla Manica agli Urali e hanno seminato nel mondo i loro semi malefici, che ancora oggi danno origine a piante velenose e infestanti.

Nello scorcio di fine millennio e, drammaticamente, in questo esordio  di inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio, il tema della tolleranza si impone con la forza della necessità per l’insorgere minaccioso della violenza del fanatismo islamico, che intende costituire nel mondo uno stato teocratico contrario ad ogni principio di libertà individuale e di pensiero e alieno ad ogni forma di democrazia.

Libertà personale e di pensiero, democrazia, parità dei sessi, sono conquiste del continente europeo e sono frutti delicati. Questi valori sono, pertanto, figli nostri e come tali vanno difesi.

L’intolleranza – ci avverte Salvatore Veca – si mostra come “promessa di reciprocità violata e negata, non mantenuta”. [1]

La tolleranza sociale,  come virtù della convivenza di differenti mondi identitari, ha come imprescindibile il principio di reciprocità.

La tolleranza tra diversi fa necessariamente i conti con l’idea del mondo che ogni individuo ha.

Il concetto è ben espresso dal vocabolo tedesco weltanschauung, che, suggerisce Jung, può essere definito non solo come “concetto di mondo”, ma anche come “la maniera con cui si guarda al mondo: visione del mondo e della vita” e aggiunge: “E’ lecito parlare di visione del mondo solo quando si è almeno fatto seriamente il tentativo di formulare concettualmente o intuitivamente il proprio orientamento, cioè di comprendere perché ed a quale scopo si agisce e si scrive in questa o in quella maniera”. [2]

“Ogni più alto stato di coscienza – afferma Jung – è condizione di una visione del mondo. Ogni coscienza di ragioni e di intenti è, in germe, una visione del mondo. Ogni accrescimento dell’esperienza e della conoscenza significa un ulteriore passo nell’evoluzione della visione del mondo. Modificando l’immagine che egli si crea del mondo, l’uomo pensante modifica anche se stesso. L’uomo il cui sole gira ancora attorno alla terra è diverso da quello la cui terra è un satellite del sole. Non per nulla il pensiero dell’infinito di Giordano Bruno rappresenta uno degli inizi più importanti della coscienza moderna”. [3]

“In altri termini – sostiene ancora Jung – non è indifferente avere una visione del mondo e avere l’una piuttosto che l’altra, poiché non soltanto noi creiamo un’immagine del mondo, ma questa, di rimando, modifica anche noi”. [4]

“L’errore fondamentale di ogni visione del mondo – ci avverte Jung – è la sua singolare tendenza ad essere considerata essa stessa come la verità delle cose… “. [5]

Bisogna non essere fanatici per meritare la tolleranza

 E qui si annidano il fanatismo e l’intolleranza.

Come afferma Voltaire, “bisogna dunque che gli uomini comincino con non essere fanatici per meritare la tolleranza”. [6]

Il fanatismo si è spesso presentato vestito dai panni delle religioni. Oggi ne abbiamo una prova evidente nel fanatismo islamico, ma l’Europa ha conosciuto nel passato gli orrori del fanatismo cristiano al quale sono rivolte le osservazioni di Voltaire e di quanti, tra il ‘600 e il ‘700 hanno indirizzato le loro riflessioni al concetto di tolleranza.

Bayle, nel Commentaire philosophique contesta la lettura agostiniana del versetto biblico (Luca XIV, 23) “costringerli ad entrare” con il quale si giustificava il ricorso alla forza nelle conversioni. Oggi c’è chi vuol costringere il mondo a convertirsi alla shari’a.

“Ci sono – scrive il teologo cattolico Vito Mancuso – una fede vera e una fede falsa. La fede vera si nutre delle interrogazioni radicali della vita perché sa di essere al servizio della vita e pensa di valere non per se stessa, ma unicamente in funzione del cammino verso la verità. E’ la verità che salva, non la fede. La fede ha senso solo se, senza identificarsi con la verità, pone se stessa al servizio della verità in quanto fiducia che la verità esista, e poi sua ricerca appassionata (infatti, non si cerca una cosa se non se ne conosce, o almeno se ne spera, l’esistenza). La fede falsa, invece, non cerca; sa già, è ideologia”. [7]

Il fanatismo si è anche rivestito con i panni delle ideologie, come quelle del comunismo, del nazismo e del fascismo, figlie dello Stato etico hegeliano. “La filosofia di Hegel è, per Popper, apologia di Stato prussiano e del mito dell’orda; costituisce l’arsenale dei moderni movimenti totalitari…”. [8]

La tolleranza politica è elemento costitutivo degli stati liberali e del liberalismo. Lo stato di diritto è lo stato che elimina la violenza e che è intollerante unicamente con gli intolleranti.

In questa intolleranza con gli intolleranti cominciamo ad intravvedere il limite della tolleranza. Un limite che, se non osservato, può tramutarsi in accondiscendenza, connivenza, vigliaccheria.

La tolleranza, virtù dell’incontro, non può pertanto essere esercitata nei confronti di chi non vuole l’incontro, ma la sottomissione, la conversione, l’adesione ad un’ideologia, ad una religione, ad uno schema. Qui la virtù della tolleranza ha il suo limite e deve trasmutarsi nella virtù del respingimento dell’intollerante che vuol sottomettere. Alla tracotanza e all’aggressione si risponde con la forza della legittima difesa. Altrimenti non si è tolleranti; si è vigliacchi.

Tra la tolleranza e la libertà di pensiero vi è un rapporto biunivoco inseparabile.

Nell’Avvertimento degli editori all’edizione di Kehl del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire, il concetto è espresso in modo chiaro: “Libertà di pensiero e tolleranza sono sinonimi”. “Tutte le volte che gli uomini hanno la libertà di discutere – afferma ancora l’Avvertimento – la verità finisce per trionfare da sola”.

“Si conosce abbastanza – scrive Voltaire – quanto sono costate le dispute dei cristiani intorno al dogma: hanno fatto scorrere il sangue, sia sui patiboli, sia nelle battaglie, dal quarto secolo fino ai giorni nostri”. [9]

Nell’Editto di Milano (313) si afferma che “…..la libertà è garantita anche ad altri che desiderino seguire le loro proprie pratiche religiose….. ciascuno abbia la libertà di scegliere e di adorare qualsiasi divinità preferisca”. Tuttavia, pochi decenni dopo, con l’Editto di Teodosio, il cristianesimo è diventato intollerante e persecutore non solo delle religioni tradizionali, ma anche dell’ebraismo.

Nel VI secolo Cassiodoro, ministro di Teodorico, scrive: “Non possiamo imporre la religione, perché nessuno è costretto a credere contro la propria volontà”, o, anche: “poiché Dio sopporta l’esistenza di tante religioni, noi non osiamo imporne una sola”.

Sono ideali di tolleranza nati nel seno del diritto romano e subito contraddetti dalla violenza del cristianesimo imperante.

La tolleranza di un re Stuart

 Altri ideali di tolleranza li troviamo in una dichiarazione di Giacomo VII di Scozia, erede di un regno celtico che è durato per secoli e fino al quando Giacomo VI lo ha unificato con quello d’Inghilterra.

Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra, successore di Carlo II e ultimo regnante della dinastia Staurt prima dell’avvento nel 1714 degli Hannover, emanò per iscritto una Dichiarazione per la libertà di coscienza (4 aprile 1687) che gli costò il trono. Nel documento proponeva la libertà religiosa per tutti.

“E’ nostra costante e ponderata opinione – scriveva Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra – che la Coscienza non debba essere vincolata, né le persone costrette in questioni di pura religione. La costrizione è sempre stata contraria alla nostra inclinazione, in quanto riteniamo che non sia nell’interesse dei governi che distrugge danneggiando il commercio, spopolando i paesi e scoraggiando gli stranieri. E infine, non ha mai ottenuto lo scopo per cui è stata impiegata…. Dichiariamo quindi che è nostro regale volere e piacere che, d’ora in avanti, l’applicazione di tutte e qualsivoglia sanzioni penali (in materia ecclesiastica) per non andare in Chiesa, o non ricevere il Sacramento o non conformarsi in qualsiasi altro modo alla religione di Stato, o per l’esercizio della religione in qualsivoglia maniera, sia immediatamente sospesa; e l’ulteriore applicazione di dette sanzioni penali è sospesa con la presente dichiarazione […]. E onde evitare che la Libertà ora concessa metta in pericolo la Pace e la Sicurezza del nostro Governo nella pratica della medesima, abbiamo ritenuto opportuno decretare e comandare, e con la presente decretiamo e comandiamo che tutti i nostri affezionati sudditi si sentano liberi di incontrare e servire Dio a loro modo e maniera…”. [10]

Il “trauma della modernità” e il globalismo.

Le questioni del globalismo proposte da Luigi Pruneti meritano un’ulteriore riflessione.

Il dialogo con le singole confessioni religiose è utile per affrontare quello che è stato definito “trauma della modernità”. Una modernità che sta costruendo quello che lo psicoterapeuta e studioso di tradizioni Carlo Risé ha definito l’«uomo neutro», senza identità, “attaccato alla bombola d’ossigeno dei consumi per tentare di darsene”. L’«uomo neutro» non ha identità sessuale, nazionale, culturale, linguistica; è schiavo di Mammona e del mercato globale; non ha radici. L’«uomo neutro», indotto a deliri di onnipotenza, è convinto che l’unico valore della vita sia il denaro e che tutto sia acquistabile. L’«uomo neutro» è l’esatto contrario del massone.

Il massone lavora per se stesso, per conoscersi in tutte le sue dimensioni e in tutti gli stati del suo essere; per conoscersi e individuarsi nella sua unicità.

Il massone lavora per la patria, un concetto al quale va associato quello di matria per completarne il significato di luogo degli antenati, ossia delle radici. La patria è il luogo di identità linguistica, culturale, etnica. La patria va rispettata e onorata. Chi non onora i propri antenati disonora se stesso.

Il massone lavora per il bene dell’umanità, che non è un indifferenziato insieme di esseri umani neutri, schiavi del mercato globale e nemmeno un insieme di sottomessi ad un’ideologia o a una confessione religiosa.

L’umanità è un insieme di individui, di diversità etniche, culturali, linguistiche, religiose, sessuali. Diversità che dell’umanità sono ricchezze da difendere da ogni tentativo di omologazione e di sottomissione. Diversità che vanno armonizzate, per fare dell’umanità una grande orchestra e di questa armonizzazione la Massoneria, come centro di unione, si fa strumento consapevole.

Lavorare per armonizzare i valori delle diversità implica acquisire la capacità di essere tolleranti, ma la tolleranza non è senza limiti e quando diventa tolleranza dell’intolleranza si trasforma in connivenza o, peggio, in vigliaccheria.

La Massoneria conosce se stessa?

E veniamo alla questione delle questioni: la Massoneria stessa, le sue origini, la sua storia.

Come può produrre idee valide per il futuro dell’Europa una Massoneria che non conosce nemmeno se stessa? O che si inventa origini a uso e consumo di una temperie culturale, per quanto nobile e di grande momento come l’Illuminismo? A che serve la confusione?

Joao Alver Dias, dopo aver affrontato il tema della Luce, la collega all’Illuminismo: “La Massoneria – scrive- è stata, senza alcun dubbio, la filosofia maggiore nata dall’Illuminismo. Quando parliamo di Massoneria si fa riferimento al movimento che ebbe il suo avvio nel 1717 e che corrisponde, per me – continua Dias – al momento in cui «l’essere creato osa contemplare il creatore»: di lì iniziò a liberarsi dai preconcetti”.

Cosa voglia dire effettivamente Dias è assai difficile da capire per noi poveri mortali. Il suo pensiero mi pare assai confuso, ma è del tutto probabile che sia io a non capirne le arcane profondità.

Alain de Khegel  scrive: “Noi poniamo sempre l’Uomo e la società al centro del nostro umanesimo  ispirato alla filosofia di Spinoza”.

Aldo Giobbio a sua volta afferma: “la Massoneria è nata politica. Ed è nata in uno dei momenti più terribili, quello della guerra dei Trent’anni, di un’Europa che di momenti terribili ne ha avuti molti”, e aggiunge: “Montesquieu è il padre della massima traduzione politico-istituzionale del pensiero massonico illuminista, che è alla base anche della rivoluzione americana, massimo tentativo riuscito di realizzazione pratica, e anche di quella francese, almeno nella sua fase iniziale se non nei suoi esiti”.

Le affermazioni di Dias, di Keghel e di Giobbio tracciano delle linee di confine che non corrispondono alla stria della Massoneria e, tantomeno, alla complessità del suo pensiero.

La Massoneria definita “moderna”, per distinguerla da quella medievale e da quella antica, non è nata nel 1717, data di nascita della Massoneria dei “Modern”, ossia della Massoneria inglese e protestante voluta dagli Hannover, ma è il frutto di un processo storico durato alcuni secoli, durante il quale le corporazioni medievali si sono trasformate, acquisendo apporti derivanti da linee culturali e iniziatiche che, dopo essere sopravvissute carsicamente durante l’imperium della Chiesa cattolica apostolica romana, erede dell’Impero romano d’Occidente, sono riemerse sulla scena della storia, rivendicando il loro spazio tradizionale.

Tali apporti vanno contestualizzati e inseriti nel travaglio plurisecolare dei cristianesimi non cattolici e nelle linee iniziatiche precedenti al cristianesimo.

Tali apporti hanno avuto come lievito l’Umanesimo, ma è solo con le riforme protestanti e con l’emancipazione di vasti territori europei dal dominio della Chiesa di Roma che antiche linee di pensiero hanno potuto riaffacciarsi sulla scena della storia dopo secoli di percorsi carsici.

Nel ‘600 e nel ‘700 fioriscono gruppi iniziatici e riti che utilizzano le strutture massoniche per radicarsi e diffondersi. In alcuni casi le nuove realtà iniziatiche mantengono una loro lodevole autonomia, in altri casi si sovrappongono alla Massoneria, dichiarando la loro presunta e non dimostrata superiorità. Si assiste inoltre, soprattutto nel ‘700 al fiorire di una quantità impressionante di gradi cosiddetti massonici. Jean Marie Ragon, studioso del fenomeno massonico, annovera ben 1.400 gradi, ai quali accompagna ben 52 riti.

In questo panorama assai complesso, si possono identificare alcuni grandi filoni di pensiero intorno ai quali si sono organizzati gradi e riti.

  1. Il cristianesimo riformato e, in particolare, quello anglicano che influenzò la Massoneria dei Modern.
  2. Il cristianesimo cattolico, che influenzò, soprattutto con l’opera dei gesuiti, varie società esoteriche sorte a fianco degli eredi della corrente stuardista e in rapporto e con la protezione di sovrani illuministi.
  3. Il cristianesimo gnostico, erede dello gnosticismo pagano e protocristiano e delle scuole ellenico-alessandrine, per secoli combattuto come eretico.
  4. La tradizione classica, che rinvia all’ellenismo e all’Egitto.

La Massoneria ha una propria storia e una propria linea tradizionale che si riallaccia al grande oceano della Tradizione, ossia alla trasmissione di antiche sapienze e non è corretto inserire su tale tradizione innesti di altre linee tradizionali, che hanno una loro storia, una loro identità e che hanno seguito altri percorsi.

Come saggiamente afferma Gastone Ventura, “una cosa è tradizionale solo e in quanto tutto ciò che la riguarda proviene dalle sue origini, cioè è stato tramandato integralmente”. [11]

E’ questo trasferimento integro che va affrontato, con il vaglio della ricerca, con particolare riguardo ai libri di pietra, opere dei massoni in senso proprio, i quali, nelle loro proporzioni geometriche e matematiche e nella loro simbologia, rinviano all’orizzonte archetipico della conoscenza, ossia a quella “Conoscenza unica – come scrive Sebastiano Caracciolo – anteriore e superiore all’uomo storico, con carattere di trascendenza e di essenzialità nella quale è immanente la sacralità dell’origine divina e dei valori assoluti”. [12]

La Tradizione, come viene intesa nel mondo iniziatico, è pertanto il trasferimento integro della Conoscenza unica che va continuamente indagato, con spirito critico e nel rispetto delle varie linee di trasmissione nelle quali, nei secoli e per molteplici fattori, la Tradizione unica si è frammentata.

Il metodo peggiore per risalire all’Unica Sorgente è quello di fare confusione tra le fonti dalle quali hanno preso avvio le varie correnti tradizionali, mentre è corretto percorrere ogni fiume fino alla sua fonte, rispettandone il percorso, con la consapevolezza che quello non è l’unico e che non ha il diritto di sovrapporsi ad altri fiumi, i quali, a loro volta, vanno percorsi per quello che sono e per come si sono sviluppati nei secoli e nei contesti culturali e ambientali loro propri.

Così come l’Umanità è composta di individui, unici e irripetibili nella loro individualità e i popoli sono aggregati di individui che nei secoli hanno condiviso ambiente, evoluzione, cultura, anche i vari fiumi della Conoscenza unica si sono strutturati nel tempo e vanno conosciuti e rispettati per quello che sono.

“Per poter comprendere l’essenza della Tradizione – scrive ancora Caracciolo – bisogna analizzare leggende, miti e simboli cogliendo i loro significati più profondi dopo avere sgomberato l’animo da pregiudizi etnici, folcloristici, letterari e storici e individuare, per poi interiorizzarli, i temi di cui essa è l’espressione”. [13]

In particolare, per capire il farsi storico della Massoneria “moderna” è necessario studiare con accuratezza i documenti che ci sono attualmente disponibili e, in particolare, quelli dell’evoluzione delle Logge inglesi e francesi, che meglio di altri ci danno il senso e le caratteristiche della trasformazione.

Tale studio della storia consente di apprezzare sia gli apporti del ‘500, del ‘600 e del ‘700.

Le inutili legittimazioni di chi non ne ha il diritto

Infine, la questione della “legittimità”.

Come ho scritto nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, tradizione e legittimazione costituiscono i due corni di un dilemma costantemente presente nel dibattito massonico. Un dilemma che trova una sua composizione nel rapporto instauratosi tra la Massoneria e la regalità celtica scozzese. Nel 1286 la Loggia di Kilwinning ebbe come Gran Maestro un Lord Stewart di Scozia, ossia un Regio Stewart (maggiordomo di palazzo), carica, divenuta ereditaria, istituita da re David ed assegnata a Walter fitz Alan, di discendenza bretone celtica e scozzese, la cui linea di sangue risale a re Alpin e ai Siniscalchi di Dol. Quando la figlia di re Robert Bruce sposerà Walter lo Stewart, dai maggiordomi di palazzo di discendenza regale avrà inizio la dinastia Stuart. La carica di Gran Maestro della Loggia di Kilwinning, considerata Loggia madre, è stata pertanto conferita a un Lord Stewart di nomina regale celtica e di sangue regale celtico. E’, dunque, un re celtico, incoronato con rito cristiano e con l’antico rito druidico sulla Pietra di Scone, ad istituire gli Stewart ed è uno Stewart ad assumere la carica di Gran Maestro, riconoscendo,  in tal modo, e legittimando la tradizione massonica e incardinandola in quella druidica.

Tra regalità tradizionale celtica e Massoneria si stabilisce un rapporto che dura, ininterrotto, sino al 1717, quando la dinastia degli Hannover, dopo essersi sostituita a quella degli Stuart, si arrogherà il diritto di istituire una Gran Loggia, affidando ad un pastore protestante la stesura di nuove costituzioni per l’istituzione massonica.

Per quanto significativa sia la tradizione che passa attraverso la linea stuardista, anche questa non ci deve condizionare. Tanto meno, ovviamente, dobbiamo farci condizionare da patenti e riconoscimenti posteriori.

 Restaurare la Tradizione, paradigma di regolarità.

“Si è tanto scritto – afferma Guénon, uno dei maggiori studiosi della Tradizione iniziatica – sulla questione della regolarità massonica, e se ne sono date in proposito tante definizioni differenti ed anche contraddittorie, che questo problema, ben lungi dall’essere risolto, è forse divenuto addirittura più oscuro. Sembra del resto, che sia stato mal posto, dato che si cerca sempre di basare la regolarità su considerazioni puramente storiche, sulla prova vera o supposta di una trasmissione ininterrotta di poteri da un’epoca più o meno remota; e bisogna riconoscere che, da questo punto di vista, sarebbe facile trovare qualche irregolarità all’origine di tutti i Riti attualmente praticati. Ma pensiamo che tutto ciò non abbia l’importanza che certuni, per ragioni diverse, gli hanno voluto attribuire, e che  la vera regolarità risieda essenzialmente nell’ortodossia massonica; e questa ortodossia  consiste innanzitutto nel seguire la Tradizione, nel conservare con cura i simboli e le forme rituali che esprimono questa Tradizione e ne sono la veste, nel respingere ogni innovazione sospetta di modernismo. Ed è a ragion veduta che impieghiamo qui il termine modernismo, per indicare la troppo estesa tendenza che, in Massoneria come in qualsiasi altro campo, si caratterizza nell’abuso della critica, nel rigetto del simbolismo, nella negazione di tutto ciò che costituisce la Scienza esoterica e tradizionale. Tuttavia, non vogliamo affatto dire che la Massoneria, per restare ortodossa, debba informarsi ad uno stretto formalismo, che il ritualismo debba essere qualcosa di assolutamente immutabile al quale non si possa aggiungere o togliere niente senza rendersi colpevoli di una sorta di sacrilegio; ciò darebbe prova di un dogmatismo che è del tutto estraneo allo spirito massonico. La Tradizione non esclude in assoluto l’evoluzione e il progresso; i rituali possono e debbono dunque modificarsi ogni qual volta è necessario, per adattarsi alle diverse condizioni di tempo e di luogo, ma, beninteso, solo nella misura in cui le modificazioni non tocchino alcun punto essenziale. I cambiamenti nei dettagli del rituale hanno poca importanza, purché l’insegnamento iniziatico che se ne trae non subisca alcuna alterazione; e la molteplicità dei Riti non porterebbe a gravi inconvenienti, ma forse recherebbe addirittura dei vantaggi, se sfortunatamente non avesse troppo spesso l’effetto di servire da pretesto a spiacevoli controversie tra Obbedienze rivali, di compromettere l’unità, ideale, se si vuole, ma purtuttavia reale, della Massoneria universale”. [14]

La Massoneria è un’istituzione tradizionale

La Massoneria non è la Tradizione, ma un’istituzione umana tradizionale, ossia una comunione di esseri umani che ricercano la verità basando la propria ricerca sulla conoscenza, la quale, necessariamente, se tale vuole essere, indaga l’insieme del manifesto e delle sue regole (verità come orthotes) e, avendo postulato un Principio principiante, tende alla verità come aletheia, ben sapendo che questa è individuale, non dicibile e non trasmissibile come esperienza e che, quando viene comunicata, ossia messa in comune, entra nei limiti della Tradizione, ossia del trasferimento.

La Tradizione, pertanto, è indagabile e sottoponibile a verifica, altrimenti si trasforma in una sorta di grande dogma o in un concetto evanescente, o, ancora, in un concetto mistico.

Quando si parla di tradizione primordiale si intende quanto ci viene trasferito dal primum ordium, ove ordior (radice *òr-ior) ha il significato di cominciamento, di sorgere, così come oriente, che, pertanto, non ha il significato riduttivo di: “dove sorge il sole”, ma quello, ben più radicale,  di: “dove ha luogo l’inizio”, ossia laddove l’immanifesto sorge nel suo cominciamento nel manifesto. Ecco allora che orientarsi non è guardare a Est o al Nord polare, ma alla Sorgente: “là dove sorge la Vera Luce”.

Quando parla della Massoneria Guénon sostiene che occorre “andare in qualche modo contro corrente, e considerare la ‘Massoneria speculativa’ soltanto una degenerazione – sotto molti punti di vista – della ‘Massoneria operativa’. Quest’ultima, in effetti, era veramente completa nel suo ordine, poiché possedeva sia la teoria che la pratica che le corrispondeva, e la sua denominazione può, sotto questo aspetto, intendersi come un’allusione a quelle ‘operazioni’ dell’«arte sacra» di cui la costruzione secondo le regole tradizionali era una delle applicazioni”.[15]

Silvano Danesi

[1] Salvatore Veca, Introduzione a Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[2] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[3] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[4] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[5] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[6] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[7] Vito Mancuso-Corrado Augias, Disputa su Dio, Mondadori

[8] Dario Antiseri, Introduzione a Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, Il Mulino

[9] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[10] Citazione in:Laurence Garner, La linea di sangue del Santo Graal, Newton Compton

[11] Gastone Ventura, Tutti gli uomini del Martinismo, Atanor

[12] Sebastiano Caracciolo, La scienza ermetica, Editrice “Lo Scarabeo”

[13] Sebastiano Caracciolo, La scienza ermetica, Editrice “Lo Scarabeo”

[14] René Guénon (Palingenius), La Gnose, Aprile 1910 numero 6

[15] René Guenon, Studi sulla Massoneria, Basaia Editore – Roma – 1983

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