Solstizio d’estate 2017 a Torino

Venerabilissimi  e Potentissimi Sorelle e Fratelli nostri graditi ospiti.

Venerabilissimo e Potentissimo Sovrano Gran Commendatore

del Rito Scozzese collegato con il nostro Ordine.

Sorelle e Fratelli nelle vostre rispettive Dignità.

Desidero anzitutto ringraziarvi di essere qui, oggi, in comunione d’intenti, per celebrare il Solstizio d’Estate in questa città che ha tanta storia, non solo per la Patria italiana, ma anche per la ricerca di quella “Conoscenza primordiale” verso la quale è teso il nostro operare nel risalire, con spirito critico e accorto, i sentieri della Tradizione, riguardo alla quale un racconto talmudico ci dà il senso compiuto di come possa essere intesa.

Nel racconto, riguardante Mosè e il Rabbi Akiba, riportato da Scholem e citato in un libro di Paolo Zellini, Mosé riceve da Dio la Torah scritta con lettere ornate da infiniti riccioli e corone. Per ogni ricciolo, gli dice Dio, Akiba avrebbe formulato, un giorno, innumerevoli dottrine. Mosè chiede di conoscerle e come d’incanto si trova in ottava fila, assieme agli allievi di Akiba, nell’aula dove il rabbino insegna. Mosè non capisce nulla di quello che Akiba insegna, ma si consola quando gli scolari chiedono al rabbino per quale via egli fosse giunto ad affrontare una certa questione e questi risponde che si tratta di una dottrina consegnata a Mosé sul monte Sinai.

“Qui – commenta Paolo Zellini – sta tutto il senso della tradizione, della continua ripresa di sapienze antiche secondo formulazioni più avanzate e suscettibili di diventare nuova sapienza”. [i]

E’ con questo breve racconto che saluto e ringrazio i Fratelli spagnoli, che ci onorano della loro presenza, nella certezza che ad unirci è la Tradizione e il lavoro comune e costante che compiamo ogni giorno sulla via da essa indicataci.

La Tradizione ci consegna le sue parole sapienziali racchiuse in miti, archetipi, simboli.

M.M.Davy, nel suo saggio: “Il simbolismo medievale” (Mediterranee), scrive che il simbolo “è una modalità di linguaggio che provoca uno stato di coscienza. Colui che lo afferra sale un altro gradino della scala cosmica: si opera un’iniziazione, sorge un modo di conoscenza prima ignoto, l’uomo penetra in un ritmo diverso e cambia di livello”.

Noi oggi, qui riuniti, siamo in presenza di un insieme armonico di simboli che fanno di ogni incontro solstiziale un’opera di iniziazione.

Nel Solstizio d’Estate si celebra la nascita di Giovanni il Battista, uno dei due Giovanni della liturgia massonica e, al contempo, la Rosa, che ogni partecipante riceve come dono e come pegno.

Le uniche agapi rituali obbligatorie dei massoni sono, come è noto, in prossimità dei due solstizi d’estate e d’inverno (San Giovanni d’estate e San Giovanni d’inverno).

Giovanni, dalla radice indoeuropea J, dal significato di generare, è il Generatore ed è quindi il Sole nelle sue funzioni di generatore della vita, ossia di Logos.

Giovanni è l’unico santo cristiano del quale si celebra la nascita ed è pertanto simbolo del nascere, dell’azione del generare. L’aggettivo battista ricorda il battesimo dell’acqua, ossia la nascita nelle acque, liquido amniotico entro il quale ogni essere umano si forma per venire al mondo.

Giovanni Battista è il Logos nella sua verità (a-lethéia) in quanto immerso (greco baptismós), ossia materializzato nell’acqua battesimale.

Nel Prologo del suo Vangelo, l’altro Giovanni, ossia l’evangelista (1,14) scrive: “E il verbo si è fatto carne”.

Nel testo greco si legge, più propriamente: “E il Logos divenne sarx”, dove sarx non è carne, ma corpo in senso generale, esistenza umana, evento.

Il Logos, dunque, non è divenuto un singolo uomo, ma, così come è divenuto Natura, Zoé, è divenuto Umanità.

Ed è per questa essenziale considerazione che Giovanni Battista è il “nostro grande predecessore”. Noi,  siamo degli spiriti “immersi” nelle acque del divenire, in cui l’Arché si riflette, cosicché noi siamo eventi nel tempo: divenienti bios (nature individuali), aspetti parziali dell’Essere.

Il vero battesimo è l’immersione dello Spirito nelle acque terrene della madre, ossia la sua corporificazione, la sua entrata nel campo gravitazionale, ossia nello spazio-tempo.

Il passaggio nelle acque è pertanto la corporificazione dello Spirito.

La donna, come saggiamente sostenevano gli Egizi, è la tessitrice della vita, colei che annoda lo Spirito nell’esistenza umana, così come la Grande Madre, nel suo aspetto acqueo e terreno (il blu-verde, il rosso e il nero) di natura annoda lo Spirito in se stessa.

Qui il vero significato del simbolico nodo di Iside e del nodo d’Amore.

Alla base della “tessitura”, il cui Neter è Neith, vi è il concetto egizio che un’azione determina una reazione e che l’azione  e la reazione danno luogo alla realtà concreta, al volume.

L’azione determina la reazione e la loro dinamica relazione determina la vita. E’ lo stesso concetto del polemos di Eraclito ed è il concetto che oggi ci chiarisce la fisica quantistica, allorquando ci spiega che la realtà è solo interazione, cosìcchè il mondo è una rete di eventi che si influenzano l’un l’altro e che ogni evento è tale solo in relazione ad altri eventi.

Ecco un palese esempio di come la Tradizione sia, per usare ancora una volta le parole di Zellini,  una “continua ripresa di sapienze antiche secondo formulazioni più avanzate e suscettibili di diventare nuova sapienza”.

La Grande Madre, che i Druidi chiamavano Dana, il cui nome ha il significato di acqua, è la Dea, nella sua triplice forma, alla quale è simbolicamente correlata la rosa antica nelle tre forme biancospino, rosa canina e pruno, che segnano, rispettivamente, il passaggio dalla primavera (primo verano), all’estate (verano) e all’autunno. Rosa antica i cui cinque petali rinviano a simbologie pentagonali e pentastellate sulle quali non mi soffermo se non per ricordare Iside e il suo intimo rapporto con Sirio: Sole madre del Sole, come Iside madre di Horus.

La Rosa è anche il simbolo della Santa Sapienza, ossia di quella “Conoscenza primordiale” alla quale si può accedere se animati da amore, da volontà, da perseveranza, da umiltà, da coraggio e da determinazione; che ci è suggerita dalla Tradizione e alimentata dall’intuizione e dall’ispirazione.

Questa rosa è la Rosa dei trovatori, eredi dei bardi, che nell’incontro con la corte di Federico II diedero l’impulso alla nascita e allo sviluppo dei Fedeli d’Amore, il cui lungo cammino nei secoli approda nell’opera di Elias Ashmole.

La tensione d’Amore di Conoscenza è amore della Rosa, della Santa Sapienza, della Donna angelicata, ossia di quell’aspetto dell’archetipo della Grande Madre che spiritualizza il corpo. In questo aspetto la Grande Madre è Iside, le cui rose nutrendo Lucio divenuto asino, ossia soma, lo riportano allo stato di essere umano (corpo, anima, spirito) e, successivamente, di essere umano consapevole (iniziato). In questo aspetto la Grande Madre è Brighit, la Dea Bianca, Bovinda, la Vacca di Luce, fonte dell’Awen, l’ispirazione, il cui nome ha nella radice *br il significato di espansione e di vibrazione, come l’indovedico Brahma.

La Rosa è il simbolo della consapevolezza del rapporto tra spirito, anima e corpo.  

Il Solstizio d’Estate è, pertanto, il punto enantiodromico che ci indica la compresenza del processo di corporificazione dello Spirito e della spiritualizzazione del corpo nella parte di spazio del tempo sacro circolare che va dall’equinozio di primavera all’equinozio di autunno.

L’altra parte del tempo sacro circolare riguarda l’altro Giovanni e un’altra fase dell’iniziazione che i simboli operano; è la fase della morte rituale, della riflessione, del Vitriol, alla quale presiede la Grande regina Morrigane; è il tempo di Demetra e di Proserpina; è il tempo della melagrana e della semina.

E così, sottesa al Figlio solare nascente, irrompe nella ritualità massonica l’archetipo della Grande Madre, quell’eterno femminino dal cui richiamo ancestrale, che ci tende verso l’alto, siamo indotti ad intraprendere la via del ritorno, verso l’Archetipo degli archetipi, ossia l’Arché.

Silvano Danesi

[i] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

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