L’integrazione faceta del tortellino e la macedonia di Nisbett: sfida tra autoritarismo digitale e democrazia liberal

“L’uomo del Tao vive nel Tao come un pesce nell’acqua.
Se cerchiamo di insegnare ad un pesce
che l’acqua è fisicamente composta
da due parti di idrogeno e una di ossigeno,
il pesce si metterà a ridere”.
Al Chung-liang Huang[1]

L’integrazione del tortellino islamico è l’ultima faceta idiozia messa in campo dalla cultura del mondialismo acritico e dal pensiero unico che, tuttavia, nasconde la deriva dell’identità a favore di un ugualitarismo finto e non corrisposto, che è solo la resa al mondialismo delle multinazionali, della finanza e del gesuitismo imperante sul Soglio che fu di Pietro.

La sfida che aspetta l’Occidente è ben altra e non si cura dei tortellini e delle mense addomesticate o dei simboli della civiltà occidentale nascosti per non offendere gli immigrati. Civiltà della quale sono in molti a vergognarsi, quasi che le grandi conquiste dei nostri antenati siano inferiori alle logiche tribali di altri popoli o al totalitarismo della dittatura comunista cinese, che oggi rappresenta la più seria minaccia alla democrazia e alla libertà.

L’Occidente, con la democrazia e la libertà o l’Oriente cinese, con la dittatura?

Dal marzo 2018 a seguito della modifica costituzionale ad opera della Assemblea nazionale del popolo, Xi Jinping – che oltre a essere presidente, è segretario del Partito comunista cinese ed è  capo della Commissione militare che controlla l’esercito – può restare presidente della Repubblica popolare cinese per sempre perché l’ Assemblea ha abolito il limite dei due mandati quinquennali, che era stata voluto nel 1982 da Deng Xiaoping  per evitare il ritorno a un regime dittatoriale come quello di Mao Zedong, al potere assoluto dal 1949 al 1976.

Le recenti rivolte di Hong Kong sono solo la punta dell’iceberg dell’oppressione di una dittatura che non lascia spazio a nessuna dissidenza. Si ricordino la repressione degli Uiguri, la popolazione musulmana dello Xinjang dove sono stati documentati campi di rieducazione o la colonizzazione culturale del Tibet e le ritorsioni o i ricatti economici nei confronti dei Paesi occidentali che ospitano il Dalai Lama. Si pensi alla guerra commerciale, al vantaggio competitivo di un’economia di Stato e del basso costo del lavoro in un Paese dove non ci sono diritti e libertà.

La tv di Stato cinese alla proclamazione di Xi Jinping quale presidente ormai eterno sentenziò: “1,4 miliardi di cinesi ancora uniti sulla stessa strada”. Una strada che oggi è la “Via della Seta” per la conquista del continente europeo.

Questa è la sfida dei prossimi decenni. L’Occidente, con la democrazia e la libertà o l’Oriente cinese, con la dittatura?

Altro che tortellini.

Sul piano militare la Cina è ben lungi dal potersi imporre.

La Cina nell’occasione del Settantesimo della Rivoluzione ha mostrato i muscoli, ma l’analista Carlo Pelanda, in un’intervista a Marco Orioles di Start Magazine, ha sostenuto che “la manifestazione di Pechino è stata copiata da quelle che faceva Hitler. Sul piano scenico peraltro era bellissima e infatti era stata preparata da mesi. Per inciso, dobbiamo chiederci se i complimenti che Trump ha fatto a Xi Jinping erano sinceri, o erano una presa per i fondelli. Perché quello che i cinesi hanno mostrato era carpenteria metallica. Gli americani sulla tecnologia di guerra sono avanti almeno di quindici anni”. E questo è un dato rassicurante.

Ben diversa è la situazione sotto il profilo economico.

Il 12 agosto 2011 il Sole 24 Ore titolava: “Nel 2025 il mondo cambia guida”. Nel 2025 sei paesi: Cina, India, Messico, Russia, Brasile e Corea del Sud faranno da soli metà della crescita economica mondiale. Nel 2018 la Cina supererà gli Stati Uniti.

Nel 2025 il sistema monetario internazionale potrebbe essere basato non più solo sul dollaro, ma su dollaro, euro e renminbi.

Lo scenario che si prefigura è di gran lunga diverso da quello attuale, con conseguenze attualmente non ancora comprese o, più semplicemente, esorcizzate.

Nel 2011 il Pil mondiale era sostenuto dai paesi «emergenti» e i problemi di debito sovrano erano tutti in casa dei paesi più industrializzati. Le multinazionali dei mercati emergenti, secondo la Banca Mondiale, stavano cambiando radicalmente lo scenario della produzione e degli investimenti globali. Tra i colossi mondiali dell’energia le cinesi Sinopec, China National Petroleum e State Grid occupavano rispettivamente il quinto, il sesto e il settimo posto. Il mondo stava cambiando rapidamente e stava diventando multipolare.

L’ordine economico mondiale, che dalla seconda guerra mondiale ruota intorno agli Stati Uniti, è al capolinea. Nel 2050 gli Usa potrebbero essere la terza economia mondiale dopo Cina e India.

Il 22 luglio 2019 il Sole 24 Ore scriveva: “Gli equilibri globali si stanno spostando. E hanno un nuovo padrone: la Cina. La Fortune Global 500, tradizionale classifica sulle maggiori aziende al mondo per fatturato, certifica che per la prima volta nella storia le aziende cinesi presenti in graduatoria superano quelle americane: 129 contro 121.

Ad una netta decelerazione della crescita nel mondo ‘emerso’ fanno eccezione i Paesi emergenti, i quali riprendono a crescere malgrado la fatica delle economie avanzate.

Le economie avanzate, più mature, sono ancora soggette agli alti e bassi del ciclo, mentre le economie emergenti, che hanno più spazio e più slancio per crescere possono andare avanti senza preoccuparsi troppo del ciclo.

L’azienda di consulenze internazionali PwC ha stilato un documento relativo alla crescita presunta entro il 2050 delle 32 più importanti economie mondiali. Ecco la classifica basata sulle stime del PIL, ponderato secondo il PPP, Purchasing Power Parity. E’ un sistema di stima piuttosto accurato, che permette misurazioni precise e affidabili. Le economie attualmente più avanzate d’Europa sono destinate a scendere di molto nella classifica 2050, soprattutto a causa di un tasso di crescita stagnante, unito all’invecchiamento della popolazione e a un lento incremento demografico.

La Cina prima nella classifica nel 2016 è prima nella classifica nel 2050. La Cina anche tra 33 anni sarà la maggiore economia globale, anche se, con una popolazione in invecchiamento e un PIL al 4,4% (risultato ottimo ma comunque peggiore rispetto al passato), Pechino non beneficerà della crescita economica eccezionale a cui è stata soggetta nei primi anni 2000.

Seconda in classifica è l’India che era terza nel 2106. Nel 2050 l’India ruberà il posto agli USA e sarà la seconda economia mondiale, con un Pil al 7,7% (record mondiale), milioni di nuovi nati pronti al lavoro. Per l’India sarà vero e proprio boom. Terzi in classifica gli Usa (secondi nel 2016): una posizione in meno, ma comunque nel “podio” delle economie più in forma del 2050. Terzo posto per gli USA, dunque, con una retrocessione causata da tasso di invecchiamento e performance economiche non strabilianti come quelle dei primi due Paesi che guidano la classifica. Al sesto posto la Russia, che mantiene le posizioni della classifica del 2106. Si tratta di un risultato poco lusinghiero per un’economia emergente come quella di Mosca, a causa di una popolazione in declino demografico e a un PIL la cui crescita non sarà così radicale come quanto annunciato finora. Sale il Brasile dal 7° posto del 2016 al 5° dell’attuale classifica. L’economia brasiliana sta crescendo costantemente, ma manca di quello sviluppo esplosivo tipico di altri Paesi emergenti come Messico e Indonesia. Per questa ragione, il Brasile dovrebbe scalare la classifica solo di due posti: nel 2050 sarà la quinta economia mondiale. Al quarto posto l’Indonesia (8° nel 2106). Nel 2050 sarà uno dei maggiori player internazionali: un balzo in avanti impressionante per l’Indonesia, quarta potenza economica entro il 2050, secondo le stime. L’Europa non è messa bene: Germania al 9° posto, Inghilterra al 10°, Francia al 12°, Italia al 21°, Spagna al 26°, Polonia al 30° e Olanda al 32°.

La vera sfida è quella dell’intelligenza artificiale.

 La vera sfida tra le democrazie occidentali e la dittatura cinese è quella dell’intelligenza artificiale.

“L’intelligenza artificiale – scrive Aspenia (editoriale di Roberto Menotti e Marta Dassù) – ha anzitutto una forte valenza geopolitica: è uno dei fattori centrali della nuova competizione internazionale e in modo particolare della strisciante guerra fredda hi-tec fra gli Stati Uniti e la potenza sfidante, la Cina. Per ora – secondo Aspenia – Washington è in netto vantaggio , anche perché può disporre di maggiori talenti e della spinta del business privato. Ma la Cina sta investendo risorse pubbliche molto più rilevanti e dispone di una mole di dati – la benzina del machine learning – decisamente superiore. L’esito finale del confronto tra «autoritarismo digitale» e «democrazia liberale» non è predeterminato”. [2]

La sfida non è solo economica e tecnologica. Il rischio, avverte Aspenia, “è che il dominio degli algoritmi pregiudichi l’idea stessa di libertà individuale”. [3]

L’Italia e il gioco delle tre carte.

In questo confronto l’Italia fa il gioco delle tre carte e gli Usa stanno chiedendo agli alleati italiani coerenza atlantica.

Sugli obiettivi, espliciti e reconditi, di questo viaggio di Pompeo in Italia, Start Magazine ha sentito il parere di Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di geopolitica economica.

“Gli americani – dice Pelanda – ci stanno facendo capire che si sono stufati di vederci traccheggiare su questioni come il 5G o il Venezuela. Questo è il punto, tutto il resto è fuffa. La questione, dunque, è che se non si rassicurano gli americani sui temi che a loro premono, a partire dal 5G, allora la povera Italia – che non c’entra nulla con l’affaire Airbus – sarà penalizzata con i dazi come se non più dei francesi e dei tedeschi”.

Il promemoria all’Italia, sostiene Pelanda, non lo dà Pompeo, in quanto è già arrivato da tempo per vie riservate. Pompeo sta chiedendo fondamentalmente all’Italia la conferma di alcune cose, come l’impegno sugli F-35 e poi di produrre degli atti di lealtà. “Il problema – dice Pelanda a Start Magazine – è che l’Italia ha pensato bene di firmare appena pochi mesi fa un trattato con i cinesi. È una mossa che solo personaggi inesperti come il nostro primo ministro potevano fare. Se questi signori credevano di poterla passare liscia, si sono sbagliati di grosso”. “Gli americani – prosegue Pelanda – non sono più disposti a tollerare certi comportamenti cerchiobottisti del nostro paese, che con una mano mette il golden power sul 5G e con l’altra accetta due miliardi di euro di investimenti di Huawei a Milano. Gli Usa ci stanno facendo chiaramente capire che se vogliamo comportarci in questo modo, siamo liberissimi, poi però non dovremo lamentarci se raddoppieranno i dazi sul grana. Non dovrei dirlo, ma ci stanno trattando come degli idioti. Ad ogni modo, ripeto quel che ho detto all’inizio, ossia che il vero punto politico di questo viaggio di Pompeo è la visita dal Papa”. Perché?L’America – dice Pelanda – per mantenere una posizione di pressione sulla Cina ha bisogno che il Vaticano rimanga neutrale. […]. Il Vaticano è molto diviso su questa questione, anche perché c’è una ribellione dei cattolici in Cina per l’accordo dell’anno scorso tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi. C’è viceversa una corrente filo-cinese molto forte, che comprende anzitutto i gesuiti”.

I Gesuiti e il potere politico

La Compagnia di Gesù è nata con il mondo moderno, quando il pensiero filosofico e scientifico ha fondato la sua autonomia. In questo si è subito differenziata dai grandi ordini medievali: francescani, carmelitani, domenicani.

La Compagnia di Gesù è intervenuta sin dai suoi primi passi nella politica e nella realtà sociale, con alterne vicende, e alterne alleanze: dall’assolutismo monarchico e reazionario austriaco, all’assolutismo dispotico dei monarchi illuministi. Nel 1605 organizzarono contro Giacomo I la Congiura delle polveri o Congiura dei Gesuiti.

Non è un caso che i Gesuiti siano stati cacciati da Venezia nel 1606, dalla Boemia nel 1618, da Napoli e dai Paesi Bassi nel 1676, dalla Francia nel 1764, dalla Spagna nel 1767, dal Portogallo nel 1769, da Roma e da tutta la cristianità nel 1773 (lo scioglimento dell’ordine è dovuto alla Lettera apostolica Dominus ac Redemptor del 21 luglio 1773 di Clemente XIV).

I Gesuiti, cacciati da Francia, Spagna, Portogallo, Regno di Napoli, sopravvissero protetti da re illuministi come Federico II di Prussia, che si giovò della loro collaborazione nelle regioni da lui dipendenti e abitate da popolazioni cattoliche e Caterina II di Russia, ossia da un re protestante e da una regina ortodossa: due despoti.

Autori di esperimenti di comunismo paternalistico, attuati con le Riduzioni in Paraguay, Argentina, Brasile e Bolivia, i Gesuiti ebbero il plauso degli illuministi.

Dei Gesuiti è proverbiale la sibillinità, che sfocia nella più esecrabile doppiezza. Nel Compendium, ad esempio, alla domanda: “Si domanda a che cosa è obbligato un uomo che ha giurato in modo fittizio e per ingannare?”. La risposta è quantomeno inquietante: “Egli non è obbligato a nulla in virtù di religione, poiché egli non ha prestato un vero giuramento. Nullameno è obbligato dalla giustizia a mantenere ciò che ha giurato in un modo fittizio e per ingannare”. In aggiunta potremmo citare la seguente affermazione: “In ogni promessa fatta con giuramento, anche in via assoluta, vi sono certe condizioni tacite, come per esempio: se lo potrò; salvo il diritto e l’autorità superiore; purché le cose restino moralmente nel medesimo stato”.

Insomma, fidarsi di un giuramento, stando alla logica gesuitica, è perfettamente inutile.

Federico II, protettore dei Gesuiti, fu un despota illuminato.

Despota, dispotico e dispotismo fanno, non a caso, la loro prima apparizione nel dizionario francese nel 1720. Formatosi, a quanto pare, alla fine del XVII secolo, il concetto di dispotismo finisce ben presto per indicare un regime politico in cui l’oppressione sociale va di pari passo con l’autorità assoluta del sovrano. Federico II di Prussia, despota illuminato, che si avvale dei Gesuiti, è l’evidente attestazione della capacità della Compagnia di Gesù di intessere rapporti con gli ambienti più vari e di essere instrumentim regni.

Con i resti sparsi della diaspora padre Pignatelli ricostruì la Compagnia dopo le guerre napoleoniche.

Il confronto tra la Chiesa riformata e quella della Controriforma ebbe nella Compagnia di Gesù, fondata nel 1540 da Ignazio di Loyola, la sua milizia scelta, capace di una vasta controffensiva grazie alla sua organizzazione rigidamente disciplinata, ma anche alla sua duttilità, alla sua cultura e alla sua conoscenza del mondo.

La macedonia di Nisbett

E’ possibile, come del resto è già accaduto nei millenni passati, che la contaminazione tra Occidente e Oriente dia luogo a nuovi orizzonti culturali?

Richard E Nisbett, psicologo sociale e cognitivo americano, nel suo “Il Tao e Aristotele”, dopo aver descritto le diverse modalità con le quali occidentali e orientali pensano e interpretano se stessi, il mondo e la realtà e dopo aver preso in considerazione l’idea tutta occidentale che il pianeta deve “occidentalizzarsi” e l’altra, opposta, che si possa avere una prospettiva di “divergenza duratura”, propone l’idea che tra pensiero occidentale e pensiero orientale possa esserci una convergenza.

“Si deve però considerare – scrive Richard E.Nisbett – un terzo punto di vista, cioè che il mondo potrebbe essere sulla strada della convergenza, invece che della divergenza duratura, ma una convergenza fondata non puramente sull’occidentalizzazione, ma anche su un’orientalizzazione e su nuove forme cognitive basate sull’amalgamarsi dei sistemi sociali e dei valori”. [4]

Nisbett elenca alcune tendenze occidentalizzanti in atto in Oriente e altre orientalizzanti in atto in Occidente e, soprattutto, evidenzia un aspetto fondamentale, ossia il fatto che “gli occidentali sperimentano sistemi logici che non richiedono che un’affermazione debba essere vera o falsa. Alcuni grandi fisici del XX secolo, come Nils Bohr – sottolinea lo psicologo americano – hanno attribuito il loro progresso nella meccanica quantistica alle idee orientali”. [5]

“Sono convinto – afferma pertanto a conclusione del suo libro Nisbett – che Oriente e Occidente si incontreranno grazie all’avvicinamento di ognuno nella direzione dell’altro. Est e Ovest possono contribuire alla realizzazione di un mondo più omogeneo dove le peculiarità sociali e cognitive delle due culture saranno entrambe rappresentate ma trasformate, come i singoli ingredienti di una macedonia, che sono riconoscibili ma appaiono diversi, perché ognuno di essi modifica l’insieme. E’ lecito sperare che questa macedonia contenga gli elementi più gustosi e maturi di ciascuna cultura”. [6]

Certamente è possibile che la contaminazione culturale dia origine a un nuovo mix, ma la macedonia è un insieme armonico di gusti nel quale i singoli componenti rimangono distinti e riconoscibili. Le fragole non annullano i mirtilli e i mirtilli non si lasciano annullare dalle fragole. Ecco perché il tortellino islamico è una facezia idiota.

Per costruire una qualsiasi macedonia è necessario conoscere le caratteristiche dei suoi componenti e rispettarle. In un confronto tra Occidente e Oriente è necessario prendere atto delle caratteristiche storiche e culturali di due mondi assai diversi. Nisbett ci dà un possibile quadro di confronto, che riassumo in questa tabella sinottica.

Caratteristiche occidentali Caratteristiche orientali
   
Forte senso di identità del singolo. Armonia – “Ogni essere era prima di tutto il membro di una collettività o, piuttosto, di molteplici collettività: il clan, il villaggio e, specialmente, la famiglia”. [7] Godere di un’esistenza tranquilla vissuta in un contesto agreste e caratterizzato da una rete sociale armonica.
Categorizzazione della realtà. Visione olistica – Gli eventi hanno sempre luogo in un campo di forze. Tutte le cose sono profondamente collegate e ognuna di esse è alterata dal contesto.
Libertà di esercitare le proprie attitudini. Consapevolezza dell’importanza dell’agire collettivo – Il bisogno di godere di stima della comunità (la faccia).
Esaltazione dell’agire individuale. Una genialità prettamente empirica, non un interesse astratto per il pensiero e la ricerca scientifici. Il sinologo e filosofo Donald Munro, citato in Nisbett, scrive: “Nel confucianesimo non vi era alcun pensiero sul conoscere che non implicasse delle conseguenze sul fare”. [8]
Logica lineare aut-aut – Principio di non contraddizione – Interazione degli opposti – Lo yin più vero è lo yang che è nello yin.
   
La natura è oggettivata. Nel taoismo: grande amore per la natura; religione della meraviglia, della magia e dell’immaginazione; considerava la natura come risultato dell’interazione tra la natura e gli eventi umani.
   

“Gli occidentali – scrive Nisbett – sono inclini alla categorizzazione, intesa come strumento per conoscere quali regole applicare gli oggetti in questione, e la logica formale svolge un ruolo rilevante nella risoluzione dei problemi. Al contrario, gli asiatici orientali prestano attenzione non solo agli oggetti, ma anche a tutto ciò che li circonda, il mondo sembra più complicato e la comprensione degli eventi presuppone sempre l’analisi di numerosi fattori che interagiscono in maniera complessa e non deterministica. Gli orientali ritengono che la logica formale giochi un ruolo limitato nella risoluzione dei problemi: infatti le persone troppo interessate alla logica sono spesso considerate immature”. [9]

Nisbett propone come modelli sociali possibili di comparazione quelli studiati nel XIX secolo in particolare da Ferdinand Tönnies.

Gemeinschaft Geselschaft
   
Comunità fondata su un senso di identità condiviso Società o istituzione finalizzata a facilitare l’azione per raggiungere obbiettivi strumentali

Le società reali sono un intreccio tra Gemeinshaft e Geselshafft.

Quando Nisbett propone la macedonia armonica pensa all’incontro di civiltà, di popoli, di storie, di culture, di identità e anche di tratti comuni, non di dominio e di invasione.

La Cina di Confucio e del Tao

La Cina è stata, nel corso della storia, culla e ospite di numerose tradizioni religiose e filosofiche, quali il confucianesimo e il taoismo, oltre al buddhismo.

Gli elementi di questi tre sistemi di credenze sono incorporati nella religione tradizionale cinese, ossia il culto devoto agli dèi locali e agli antenati. Questa è sempre stata — e continua ad essere — la religione della maggioranza della popolazione, orientata alla famiglia e che non richiede un’aderenza esclusiva, il che permette la pratica o l’espressione di convinzioni personali di fedi diverse allo stesso tempo.

Mentre il confucianesimo nel suo aspetto religioso coincide con la religione tradizionale del culto di dèi del luogo e antenati, il taoismo si è sviluppato come movimento ecclesiastico distinto dalla religione comune a partire dal I o II secolo.

Il buddhismo è stato introdotto nel I secolo ed è cresciuto sino ad avere un forte impatto in Cina, che tutt’oggi conserva.

Lo stato cinese odierno riconosce ufficialmente cinque religioni, gestite attraverso istituzioni centralizzate: il buddhismo, il taoismo, il protestantesimo, il cattolicesimo e l’islam.

La religione tradizionale in tutte le sue forme, anche se non centralizzata a livello burocratico, gode di libertà. Secondo statistiche riferite al 2010, il 70% dei Cinesi praticava la religione tradizionale, incluso un 13% che praticava culti tradizionali in una cornice dottrinale o rituale taoista o religioni popolari influenzate dal taoismo, mentre coloro che si identificavano solo come “taoisti” iniziati erano lo 0,8% (l’appellativo di “taoista” in Cina è tradizionalmente riservato ai soli sacerdoti/maestri taoisti o a coloro che intraprendono un discepolato diretto sotto la guida di questi ultimi, non è tradizionalmente esteso alle moltitudini dei seguaci laici). Gli aderenti al buddhismo erano il 14%, e di questi i buddhisti formalmente iniziati formavano l’1,3%.

I cristiani erano il 2,4%, dei quali il 2,2% erano protestanti e lo 0,2% cattolici.

I musulmani erano l’1,7%.

Il restante 13% della popolazione non era religioso (era ateo, agnostico o non aveva dichiarato alcuna preferenza).

Statistiche riferite a studi condotti nel 2014, riportano una quota lievemente maggiore di buddhisti (16%), mentre la percentuale di affiliati alle altre religioni è pressoché identica a quella rilevata nel 2010.

In aggiunta a queste religioni, sono presenti varie religioni indigene delle minoranze etniche che abitano alcune regioni della Cina, e un numero non quantificato di aderenti a una varietà di nuove religioni di salvazione sorte principalmente dall’alveo della religione tradizionale cinese.

E’ di questo mondo che stiamo parlando quando pensiamo alla macedonia di Nisbett? Evidentemente no.

La Cina sta sottomettendo l’Africa

Fino al 2010, la presa dell’Africa da parte della Cina è stata silenziosa, ma tutto è cambiato nel 2012, quando la Conferenza di Pechino ha avuto luogo senza far rumore e da allora la Cina è diventata l’effettivo controllore di ampie zone del Continente africano. La Cina aveva prestato un totale di 143 miliardi di dollari a 56 nazioni africane messi a disposizione principalmente dall’Export-Import Bank of China e dalla China Development Bank e solo ora i paesi africani stanno iniziando a rendersi conto di quanto si siano indebitati con la Cina e rischino di perdere la loro indipendenza conquistata a fatica. Diversi paesi africani hanno combattuto lunghe guerre sanguinose dagli inizi del XV secolo fino agli inizi del XIX secolo per ottenere l’indipendenza e dopo il 1994, quando il Sudafrica divenne l’ultimo paese africano ad ottenere l’indipendenza, sembrava che l’Africa avesse ormai superato il peggio. In meno di dieci anni, però, la Cina ha colonizzato con successo l’Africa senza sparare un solo proiettile. Dal 2010 la Cina ha impegnato oltre 100 miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti commerciali in Africa e da allora la colonizzazione finanziaria dell’Africa da parte del paese asiatico è solo aumentata. Durante il vertice 2018 del Forum per la cooperazione tra Cina e Africa (FOCAC), il presidente Xi Jinping ha annunciato un nuovo fondo comune da $ 60 miliardi per lo sviluppo dell’Africa come parte di una serie di nuove misure per rafforzare i legami tra Cina e Africa.

In questo contesto l’Europa cosa ha fatto? Nulla, se non favorire, con il pensiero unico dell’accoglienza, la fuga di intere generazioni dall’Africa verso le coste del continente europeo, favorito dalla propaganda mondialista del pensiero unico delle multinazionali e della finanza, e dalla svolta gesuitica della Chiesa cattolica apostolica romana.

Necessaria una nuova governance mondiale

L’Umanità del Terzo millennio ha davanti a sé scelte esistenziali decisive per la sua stessa sopravvivenza sul pianeta.

La Terra può fare a meno dell’essere umano. L’essere umano non può fare a meno della Terra.

L’aspetto ecologico è certamente da valutare con attenzione, ma la vera sfida è quella dell’intelligenza artificiale, che può portare all’annientamento dell’essere umano in quanto tale. Un annientamento funzionale alla finanza e alle dittature che, guarda caso, si sono alleate.

“Gli algoritmi applicati ai social network e alle grandi piattaforme – scrive Aspenia – non esprimono soltanto correlazioni ma anche opinioni su cosa sia giusto diffondere, in che forma ed eventualmente con quali limiti. I criteri adottati per fare queste scelte diventano essenziali per la vita democratica”. [10]

L’intelligenza artificiale e il dominio degli algoritmi con il soft power ottine e con l’attrazione e la persuasione il controllo delle masse e con lo sharp power si arriva all’uso manipolatorio delle stesse.

Si pone, pertanto, la questione del controllo etico degli algoritmi e del controllo democratico delle sorgenti. Cosa già non semplice in una società democratica, impossibile in una dittatura dove il controllo è nelle mani di pochi che opprimono i molti.

Tutti i cambiamenti in atto rendono necessaria una nuova governance mondiale e un nuovo approccio culturale.

La nuova governance mondiale, se non vuol essere al servizio di una dittatura, non può che essere quella risultante dall’alleanza strategica tra le democrazie occidentali e le nazioni che, pur a democrazia non ancora compiuta, sono comunque strettamente legate, per storia e per tradizione, alla cultura occidentale.

Tradotto in altri termini, è necessaria l’alleanza strategica tra Usa, Unione Europea e Russia.

© Silvano Danesi

[1] Premessa di Al Chung-liang Huang a Alan W.Watts, Il Tao: la via dell’acqua che scorre, Ubaldini Editore

[2] Aspenia, La politica dell’algoritmo – L’Europa e la sovranità digitale – la sfida della tecno-democrazia, numero 85 – 2019.

[3] Aspenia, La politica dell’algoritmo – L’Europa e la sovranità digitale – la sfida della tecno-democrazia, numero 85 – 2019.

[4] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[5] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[6] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[7] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[8] Citato in Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[9] Richard E. Nisbet – Il Tao e Aristotele – Rizzoli

[10] Aspenia, La politica dell’algoritmo – L’Europa e la sovranità digitale – la sfida della tecno-democrazia, numero 85 – 2019.

 

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