Il chiasmo, il chi-ro, il labirinto e l’occhio di Horus

Premessa metodologica

Il presente lavoro necessita di una premessa metodologica.

Primo riferimento metodologico: l’argot.  “Per noi – spiega Fulcanelli – art gotique non è altro che una deformazione ortografica della parola argotique, la cui omofonia è perfetta, conformemente alla legge fonetica che regola la cabala fonetica in tutte le lingue e senza tener conto alcuno dell’ortografia. La cattedrale, quindi, è un capolavoro d’art goth o d’argot. Dunque i dizionari definiscono la parola argot come «il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono interessati a scambiarsi le proprie opinioni senza essere capiti dagli altri che stanno intorno». E’, quindi, una vera e propria cabala parlata.  […]. Tutti gl’Iniziati si esprimevano in argot, anche i vagabondi della Corte dei Miracoli, col poeta Villon alla loro testa, ed anche i Frimasons, o framassoni del medioevo, «che costruivano la casa di Dio», ed edificavano i capolavori argotiques ancora oggi ammirati”.[1]  L’arte gotica, aggiunge Fulcanelli, “è l’art got o cot (Χ°), l’arte della Luce e dello Spirito”. L’argot, aggiunge Fulcanelli “è una delle forme derivanti dalla Lingua degli Uccelli, madre e signora di tutte le altre, lingua dei filosofi e dei diplomatici”.[2]

Un secondo riferimento metodologico riguarda i miti, i quali sono tra di loro complementari e collegati (Lévi-Strauss).

Terzo riferimento metodologico è l’aspetto paradossale e polisemico dei simboli e dei miti, con gli opposti che si scambiano e cospirano (cospiratio oppositorum), cosicché, ad esempio, l’entrata è anche l’uscita e l’uscita è anche l’entrata (Giano bifronte, barche solari egizie con la doppia prua).  

Il chiasmo, intreccio e trasformazione

Il Χ° richiama il chi-ro, ossia l’intreccio di due lettere dell’alfabeto greco, la ‘χ’ e la ‘ρ’ che insieme compongono il monogramma di Cristo. Il simbolo si compone di due grandi lettere sovrapposte, la ‘X’ e la ‘P’ che corrispondono, rispettivamente, alla lettera greca ‘χ’ (‘chi’, che si legge kh, aspirata) e ‘ρ’ (‘rho’, che si legge r).

Queste due lettere sono le iniziali della parola ‘Χριστός’ (Khristòs), l’appellativo di Gesù, che in greco significa “unto” e traduce l’ebraico “messia”, ma il monogramma è anche leggibile come Χρυσός, oro.

La R sonora, vibrazione, è intrecciata con un chiasmo, simbolo dell’intreccio tra due coppie di parole o di concetti, come, ad esempio, nell’Orlando furioso: Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori.

Il chiasmo richiama gli insegnamenti della Casa della Vita dell’antico Egitto, scuola di scienze sacre annessa a tutti i principali templi, non molto diversa da quelle che nel Medio Evo erano annesse alle cattedrali, ossia le logge massoniche; scuola nella quale si impartiva un’istruzione esperienziale.

“L’insegnamento impartito nella Casa della Vita era – scrive Jeremy Naydler – un addestramento esoterico che forniva la conoscenza della sfera dell’invisibile tramite un percorso di evoluzione interiore. Solo viaggiando letteralmente nell’Oltretomba il discepolo poteva pervenire alla conoscenza di ciò che era in esso, così come solo sperimentando il mondo degli dèi poteva comprenderne la natura”. [3]

Nella Casa della Vita non si insegnava nulla che avesse a che fare con la religione, parola che in antico egizio non esiste. Nella Casa della Vita si faceva esperienza di Heka, termine malamente tradotto come magia e che, più propriamente, significa «potenza spirituale», così come “la parola dell’antico egiziano che noi traduciamo come «mago», letteralmente sarebbe «scriba della Casa della Vita»”. [4]

Heka, l’essenza vitale, è l’originaria potenza creatrice divina, intimamente connessa con Maat, il «giusto ordine» e viene raffigurata come una divinità antropomorfa che tiene nelle mani due serpenti che si incrociano all’altezza dello stomaco e che ha sulla testa il geroglifico della coscia del leone dal valore fonetico Pe, oppure pehety, la «parola creatrice» .

Viene qui proposta la trasformazione, la trasfigurazione, che avviene nell’essere umano tramite l’energia delle nadi: ida e pingala, mentre il valore fonetico di Pe richiama il mondo celeste dove nascono le anime.

Un chiasmo che riguarda da vicino la nostra riflessione è il seguente:

La croce di Sant’Andrea, ossia di andros, l’essere umano, è la chi, sulla quale è fissata la sua vibrazione ed è il simbolo del rapporto anima corpo e luce materia; è il simbolo della fissazione dell’essenza vitale dell’essere umano nella rigidità della materia.

La vibrazione R (ρ), come vedremo più avanti, è la “parola”, il “verbo” che si fissa nella materia χ , cosicché l’essere umano è un Chi-Ro, un grumo di informazione cosciente e “brillante”, ossia vibrante di luce, fissato nella rigidità dello spazio tempo (G), che nel simbolo cristico è indicato dall’α e dall’ω, ossia da un inzio e da una fine, perché nel campo gravitazionale la χ è destinata a finire.

L’Uomo di Vitruvio di Leonardo Da Vinci è, da questo punto di vista, indicativo delle due realtà dell’essere umano (anima e corpo), sinteticamente rappresentate in un simbolismo geniale.

Come è noto, Leonardo da Vinci scriveva come se fosse stato allo specchio (scrittura speculare), il ché ci fa pensare che la stessa cosa valga anche per i suoi disegni e, in particolare, per quello dell‘Uomo di Vitruvio. L’essere umano è raffigurato inscritto in un quadrato, con la postura di un uomo in croce latina, ossia bloccato, inchiodato in un quadrato, simbolicamente legato alla terra e allo spazio-tempo e simultaneamente inscritto in un cerchio, simbolo del cielo e del tempo circolare, ossia infinito, con la postura del Chi. Inoltre, la sua postura può essere letta da destra verso sinistra e da sinistra verso destra. Da notare che il centro dell’uomo inscritto nel quadrato è il sesso, che ne indica la materialità e, al contempo il fatto che l’incarnazione avviene attraverso la sessualità maschile che insemina. Il centro dell’uomo inscritto nel cerchio è, invece, l’ombelico, che è il simbolo del processo incarnativo che avviene nell’utero materno e, al contempo, rappresenta il legame con la Madre, che è la madre terrestre (l’utero come athanor dove lo spermatozoo e l’ovocita danno origine ad una nuova vita terrena) ed è anche la Madre celeste. Nel cerchio l’ombelico è il simbolo dell’omphalos, del “cunicolo” spazio temporale nel quale un “essere di luce” si trasferisce in un “essere di carne”.

Tralascio tutte le note riflessioni relative alle proporzioni auree del disegno leonardesco, per evidenziare il sintetico simbolo della duplice natura dell’essere umano, quadrato e cerchio, dove la quadratura del cerchio appare, più che un problema matematico,  l’esposizione in argot della fissazione dell’essenza brillante nella materia.

Il segno dei Cristiani è ictios, X.

Il termine ichthys (nella grafia greca del tempo ΙΧΘΥΣ oppure anche ΙΧΘΥϹ con la sigma lunata) è la traslitterazione in caratteri latini della parola in greco antico: ἰχθύς, ichthýs («pesce»), ed è un acronimo usato dei primi cristiani per indicare Gesù Cristo.

Ichthys è l’acronimo di Iesús Christòs Theù Hyiòs Soter.

Jeshua  è Dio salva o Signore è salvezza.

Soter è Salvatore.

Theù non è dio. Karol Keény osserva che Théos possiede la funzione di predicato e che è greco dire di un evento: “E’ théos”. Il predicato di una cosa, di una persona, di un evento è: théos.

Hyiòs è figlio.

Anche il simbolo cristiano è graficamente un chiasmo con la parte superiore che si unisce.

Il labirinto come chiasmo della trasformazione.

Il chiasmo è un incrocio al cui centro avviene una trasformazione e in questo senso anche il labirinto è un chiasmo. “Al giorno d’oggi – scrive Patrik County – del labirinto sembra che si sia rafforzato solo l’aspetto negativo. Quanto all’aspetto positivo evocatore di una definitiva emancipazione, di una soglia, di un chiasmo, dove si compirebbe una trasformazione radicale, la Metamorfosi di cui parla, ma in senso opposto, Kafka, esso suscita degli strani sospetti”. [5]

Patrik County riguardo alla via mitica o labirintica, propone tre aspetti:

una via che è una ricerca dell’uomo e che descrive contemporaneamente una possibile trasformazione della sua psiché e una trasformazione del mondo;

una via del linguaggio con cui il mito trasmette un messaggio implicito;

una via geometrica. [6]

In questa analisi del labirinto mi concentrerò sul secondo aspetto, tenendo presente che nel mito “affiora un profondo livello informativo”. [7]

Va inoltre considerato che ogni mito è una trasformazione o una variante di un altro mito e che i miti sono collegati, cosicché attraverso il chiasmo possiamo  mettere in ordine le chiavi dei messaggi profondi contenuti nel mito e nella rete dei miti, che nel suo insieme è un pro-gramma.

Il tema del labirinto  è di fondamentale importanza in quanto riguarda l’archetipo della via, che può essere una via dall’esteriorità all’interiorità, ma anche il contrario, così come non è necessario che la via d’uscita o la via d’entrata sfocino all’esterno. La via potrebbe avvalersi di un portale, quello che gli Egizi chiamavano Rwty: un portale al centro del labirinto, come al centro della Χ; un portale di trasformazione.

Il labirinto più famoso è quello di Cnosso,  al cui centro c’era il Minotauro ucciso da Teseo.

Meno famoso, ma altrettanto importante, è quello del lago Moeris, in Egitto, nella zona del Fayum e parte integrante del tempio funerario di Amenemeth III (1842-1797 a.C.), del quale “si diceva fosse una specie di matrice che rifletteva la struttura dell’universo”. [8]

“In generale – scrive Patrik County – la tradizione considera il labirinto come la rappresentazione del mondo che ci tiene in schiavitù, mentre il filo di Arianna simboleggia la nostra liberazione. […] Scoprire il cammino liberatorio, quindi, significa anche conoscere il percorso che porta al centro e il centro finisce per simboleggiare l’unità assoluta e l’emancipazione, protette da un cammino difficile e da scoprire”. [9]

Arianna è abbandonata da Teseo ed è sposata da Dioniso, che la incorona con l’Aurora Boreale. Arianna è Ari (rafforzativo) e àdnós, forma cretese di agnos, dal significato di puro, sacro, casto. Arianna è la castissima, la Purissima, la sacra Dea Madre, ma anche, se volgiamo, l’anima.

Il percorso del labirinto è assimilabile a quello del gioco egizio antico del «Mehen», «colui che è arrotolato», derivante dall’omonimo serpente che proteggeva la cabina della barca solare dal dio serpente Apophis.

Il Mehen come uno scudo energetico protegge la barca solare.
Il Mehen arrotolato

Nei Testi dei sarcofagi (formula 758-759) c’è la seguente frase: “Questi sono i protetti sentieri di fuoco. I cancelli che respingono dell’arco avvoltolato di Mehen: queste porte sono il luogo protetto del brillante Ra. Il lato sinistro di «Mehen» circonda  Ra in un milione dopo un milione [di volte]. L’esistenza di «Mehen» è in funzione di Ra; un milione dopo un milione [di cubiti] è la sua lunghezza […]. Io conosco le strade buie tramite le quali Hu e Sia arrivano nei quattro serpenti scuri [i quattro lati di «Mehen»]. C’è luce dietro di loro e davanti a loro, io arrivo con loro al sentiero segreto in cui è nascosto il «sopracciglio di Ra». Create dei sentieri per me! Aprite per me le porte dentro il «Mehen». Io conosco i cerchi di Ra e coloro che sono posti fra questi. Io conosco i pericolosi [nemici] dentro queste porte”. [10]

Possiamo interpretare la formula di un sentiero nel cielo, con il Mehen inteso come un condotto con vari portali, oppure come un flusso di energia che parte dalla coda e arriva all’Occhio di Ra, che è lo stesso dell’Occhio di Horus, ossia un flusso di energia serpentiforme che parte dalla coda a becco d’oca, l’entrata del labirinto, che possiamo considerare come il Perineo e si svolge lungo la spina dorsale, raggiungendo la testa del serpente, ossia la Pineale, o terzo occhio. Un flusso di energia che, in altro modo, è chiamato Kundalini.

Nel Mehen viaggiano Sia e Hu, l’intelligenza e il verbo, ossia l’essenza informativa e l’aspetto maanifestativo, cosicché Menhen è anche simile all’aion, il fluido vitale che scorre nella spina dorsale.

Il Mehen, per come è costruito, è probabilmente all’origine del gioco dell’Oca (attributo di Amon, come l’Ariete).

Vedi in proposito: https://laboratoriocasadellavita.it/2019/05/11/il-passo-delloca-equilibrio-e-amore-sulla-via-del-ritorno/

Tralascio di affrontare i possibili aspetti astronomici suggeriti da Massimo Barbetta, rinviando alle sue pubblicazioni, che ci danno elementi significativi relativi a possibili cunicoli e portali spazio-temporali, per concentrare l’attenzione sulla possibile relazione tra Mehen e labirinto.

Nel Mehen si entra dalla coda, ossia dal becco d’oca e attraverso un percorso che ha al proprio interno delle porte (chakra), si giunge al centro, dove c’è il passaggio diretto verso l’Occhio di Horus o di Ra, che è il terzo occhio, ossia lo strumento della seconda vista: la Pineale.

In effetti, se seguiamo l’interpretazione energetica relativa al corpo umano, il Mehen si presenta come il labirinto di Cnosso, dove arrivati al centro non si deve, come Teseo, tornare al punto di partenza, ma farsi “mangiare” dal Minos-Tauro, il Re Toro, in quanto è entrando nel Toro che si può vedere con il suo Occhio, che è il terzo occhio, quello che consente la seconda vista, ossia la vista dell’Oltre.

L’occhio di Horus e la Pineale

Per la sua forma, l’occhio di Horus è stato associato alla ghiandola Pineale. E’ del tutto evidente la somiglianza, che ci è ora fornita dalla conoscenza anatomica del cervello umano, che non sappiamo quanto gli antichi Egizi conoscessero.

A darci però delle precise indicazioni in merito c’è il rapporto esistente tra la forma delle cattedrali, il canone egizio, la forma del Tempio di Luxor come Tempio dell’Uomo (Schwaller De Lubicz), l’antica conoscenza dei chakra e della kundalini e quanto i Greci affermavano in merito all’aion.

La rete dei miti ci supporta nella nostra ricerca delle chiavi,  la prima delle quali è la chiave egizia della vita, che si pone come paradigmatica dello schema delle cattedrali.

Pinocchio, il burattino che diventa Occhio-Pino

Il massone Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini (Firenze, 24 novembre 1826 – Firenze, 26 ottobre 1890), autore di Pinocchio, ha utilizzato la Lingua degli Uccelli per dar vita alla sua creatura.

Pinocchio, in argot, è Occhio Pino, ossia un occhio che ha la forma del pinolo, la pigna, che ricorda la forma dell’ipofisi, detta non a caso “Pineale”.

Pinocchio è il burattino di legno che grazie alle sue disavventure, ossia alle prove della vita, sa uscire dalla caverna (il ventre della balena) illuminata da un fioca luce, come quella della caverna platonica, per accedere alla vera luce del terzo occhio, ossia alla luce di Horus, di Aldebaran, di Asar, la “Stella dell’ascesa”.

La Mason Word e la seconda vista

Riprendo dal mio: “Le radici scozzesi della Massoneria” un aspetto della seconda vista che è legata alla Mason Word.

Statuti e catechismi della Massoneria operativa scozzese, oltre a consegnarci la mitologia fondativa della muratoria, testimoniano anche della Mason Word, ossia della Parola capace di donare la seconda vista, che per i Druidi era l’’imbas forosnai (scienza che illumina), ossia la veggenza, l’altra vista.

La saggezza, in irlandese ciall, in gallese pwyll e poell in bretone, è il buon senso, la buona vista; è l’intelligenza, la chiaroveggenza. La radice *vis dà saggio, sapiente, da *vistu, forma che si converte in vid = sapere, conoscenza ( vecchio irlandese fiss e irlandese fios). A *vis si oppone duí, ignorante, incolto, da du-vis, che non sa (anche *an-vis).

Il Druida è poeta, quindi conosce la parola di potere e usa la fis, la visione per prevenire gli avvenimenti.

Nella Razzia delle mucche di Cooley, la regina Medb interroga una veggente riguardo al destino del suo esercito. “Qual è il tuo nome?” chiede Medb alla fanciulla. “Fedeln, profetessa del Connaught è il mio nome”, dice la fanciulla. “Donde vieni?” chiede Medb. “Dalla Scozia, dopo aver appreso colà la scienza dei Filid” dice la fanciulla.”Hai la scienza dell’illuminazione?”, chiede Medb. “Si, in verità”, dice la fanciulla. “Allora, guarda per me come andrà la mia spedizione”. [11]

Il Minotauro, Re Toro, è il “centro” della trasformazione.

Vediamo, pertanto, cosa significa il centro nel mito di Teseo, di Arianna e del Minotauro.

A insegnarci la via ci sono i segni celesti e i segni terrestri lasciatici in eredità dagli antichi sapienti e dai massoni costruttori di cattedrali.

Il Minotauro è un uomo con la testa di toro, ma di un toro speciale: un Re-Toro.

Se pensiamo al Re-Toro come la costellazione omonima, si capisce che Teseo, uscendo a ritroso dal labirinto, dopo aver ucciso il Minotauro, sceglie di uscire da dove era entrato, in quanto non si è sentito di andare oltre, ossia di intraprendere la via del centro.

Tutti i protagonisti del mito sono semidei e al contempo simboli divini e stellari.

Arianna, figlia di Minosse, semidio figlio di Zeus, è colei che conosce la strada del labirinto, ma è anche colei che ha il filo che può riportare al mondo materiale.

Fulcanelli, a proposito del significato del mito di Arianna, utilizzando la Lingua degli Uccelli, sostiene che Arianna è una forma di araigne (ragno) per metatesi della i.

“In spagnolo – scrive Fulcanelli -, la ñ si pronuncia gn,  ἀράχνη  (araignée, araigne) si può dunque leggere arahné, arahni, arahgne). Ma questa parola richiede  altre derivazioni: il verbo αἴρω significa prendere, cogliere, trascinare, attirare; da esso deriva αἴρην, ciò che prende, attira, coglie. Quindi αἴρην è la calamita, la virtù rinchiusa in quel corpo chiamato dai saggi: nostra magnesia”. [12]

Possiamo pensare ad Arianna come all’anima che dà forma e vita e al suo “campo” come a una ragnatela o a un dedalo.

“L’anima – scrive in proposito Patrik Conty – «tessuto di poteri» intermedi fra quelli del corpo e dello spirito, è quindi simile a un dedalo che non si può esplorare del tutto”. [13]

Nel complesso di quanto ci viene detto, il ragno, ossia Arianna, tesse la sua ragnatela labirintica, con il filo (del ragno) che è di metallo attirante, ossia in grado di trattenere e di formare,  fissando il ro nel chi, ossia annodando la vibrazione.

Teseo, Figlio di Etra e Egeo o Poseidone, è un fiume, il cui nome è della stessa radice di Thesis, come Teti (Tethýs) la Dèa Creatrice, e di tithemi: collocare, disporre. Teseo è colui che dispone, ma anche colui che è disponibile, ossia l’iniziato che intraprende la via.

Il Minotauro può essere interpretato come un mezzo uomo e un mezzo animale, oppure come un mezzo terrestre e un mezzo “animale” celeste e quindi simbolo di una via tra la terra e il cielo. Una via il cui portale è al centro del labirinto e conduce all’Occhio del Toro, ad Aldebaran, la Stella dell’Ascesa. Una via che dalla Terra conduce alla Costellazione del Toro, ad Aldebaran, alle Iadi e alle Pleiadi, riferimenti mitici e stellari di molte tradizioni antiche.

La chiave di comprensione della via è nel duplice nome del Minotauro. Il Minos-Tauro che in cretese significa Re-Toro, è detto anche Asterio (Asterios o Asterion) ossia “Stellato” o “Principe delle Stelle o “Signore delle Stelle”.

La Costellazione del Toro, pertanto, è Asterios, Principe delle Stelle, ossia delle Iadi e delle Pleiadi e il suo Occhio, Aldebaran, assimilato a Horus, è il portale verso altre vie. Vie che sono indicate dalle Iadi.

Aldebaran, Horus, un portale tra le stelle.

Il Toro è la costellazione omonima e l’occhio del Toro è Aldebaran, ossia la stella Sar, “Stella dell’Ascesa”, associata ad Horus, che è l’Antico, non il figlio di Iside e Osiride (Sirio e Orione) che è il Sole.

Aldebaran è Horus l’Antico, detto il Lontano, il Viso, ossia la parte evidente di ciò che è nascosto. Suoi compagni sono gli Shem su Hor.

Aldebaran, pertanto, si pone come un portale della via.

Via d’entrata o via d’uscita? Giano bifronte ci insegna che la via d’entrata è la via d’uscita e che la via d’uscita è la via d’entrata. La nascita è la via d’entrata nel mondo materiale ed è la via d’uscita dal mondo delle anime, così come la morte è la via d’uscita dal mondo materiale e l’entrata nel mondo delle anime.

Con lo stesso nome abbiamo due distinte divinità egizie: Horus l’Antico e Horus il Giovane (figlio di Iside e di Osiride).

Dobbiamo considerare che Horus il Giovane è stato associato al Sole, Iside a Sirio e Osiride a Orione, cosicché la Sacra famiglia risulterebbe composta da un figlio (il sole del nostro sistema planetario), da Sirio, la “madre celeste” e da Orione, il padre celeste.

Iside, secondo Plutarco, era stata fecondata da un fulmine divino allo scopo di generare il vitello Api, simbolo dei re-Horus.

Non mancano le immagini della Vergine cristiana con in braccio il bambino che richiamano altre immagini simili di Iside con in braccio Horus.

Anche le immagini della nascita lasciano pensare a mitologie traslate. La nascita è annunciata da una stella (si attende il “figlio della stella”). La nascita è assistita da pastori e greggi (il mito del re pastore), da un bue/toro (animale solare, associato a Ptah, a Ra e a Horus stesso) e da un asinello (animale associato a Seth). L’omaggio dei Re Magi, ossia dei sapienti Caldei, indica la linea di continuità con la tradizione sacerdotale, regale e taumaturgica mesopotamica. La fuga in Egitto per sfuggire ad Erode ricorda la fuga di Iside che ripara nel Delta per impedire a Seth di uccidere Horus neonato. E appunto nel Delta si svolge in gran parte il viaggio di Maria.

Sin qui Horus il Giovane.

Vediamo ora Horus l’Antico.

“C’è – scrive Barbara Watterson – una sorta di disputa sulle origini di Horo: non si sa se fosse originario del Basso o dell’Alto Egitto, dato che Bedhet e Nekhen sono i due luoghi che si contendono l’onore di essere stati i primi ad ospitare il suo culto. L’esatta posizione geografica di Bedhet è incerta, anche se indubbiamente si trova nel Delta Occidentale, vicino alla città di Imaret (Città degli alberi), che in età predinastica era il centro del culto di una dea albero, Sekhet-Hor, la quale, secondo il mito, si era tramutata in una vacca (una delle forme della dea Hator) per proteggere Horo bambino”[14]

Horo, divinità antichissima, da dio celeste si è trasformato, in seguito, in dio solare, fondendosi con Ra.

Dell’antichità del culto di Horus sono testimoni le iscrizioni del tempio di Edfu, dove si narra che all’inizio regnava il caos e le acque del Nun ricoprivano la terra. In seguito due divinità, il Grande e il Lontano (attributi di Horus), apparvero su una piccola isola che era emersa dalle acque primordiali. “Dai relitti galleggianti che si incagliavano sulle sue sponde, una delle divinità raccolse un bastone, lo spezzò in due e ne conficcò una metà nel terreno, vicino al ciglio dell’acqua. Non appena lo fece, un falcone emerse dall’oscurità circostante e si posò sul bastone. Immediatamente spuntò la luce su tutto il Caos e il falcone trasformò l’isola in luogo santo”[15].

Il falcone è il simbolo di Horus, che in questo caso è dio delle origini.

Anche in questo caso abbiamo due soli, due luci: quella terrena, che associa sincreticamente Horus a Ra e quella celeste: una luce portata dal falcone che si posa sul bastone, ossia sull’asse del mondo.

Horus è detto anche “il Viso”. In quel viso una grande importanza hanno gli occhi. L’Occhio di Horus (Aldebaran), l’Udijat come è ormai noto da studi condotti da valenti studiosi, è la rappresentazione grafica di proporzioni numeriche rappresentabili anche come frazioni (1/64, 1/32, 1/16, 1/8, ¼, ½, 1/1) che indicano, nel loro insieme l’unità in termini di 64/64.

Gli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus

Vediamo chi erano gli Shemsu-Hor, i Compagni di Horus, re-sacerdoti dall’aspetto leonino del periodo predinastico.  Periodo nel quale gli dei governavano la terra.

Nel Papiro di Torino (XIX dinastia – 1300 a.C.) è indicato che gli Shemsu-Hor o Anime Divine[16] (Seguaci di Horus, Compagni di Horus, Emanazioni di Horus), discendenti degli Anziani neteru (divinità), regnarono a On (Eliopoli) per 13.420 anni e prima di Nemes, il primo re dinastico (3.100 a.C).

Gli Shemsu Hor, i Compagni di Horus, sono dunque esseri divini i cui capi si chiamarono Wa e ‘Aa, detti “Signori dell’isola della violazione” o i “Due compagni di Calvi dal cuore divino”. (‘Aa è nome che ci richiama l’hurrita A’a, forma indoeuropea del dio Enki, Ea, l’uomo-pesce, l’Oannes, civilizzatore della Mesopotamia).

Menes (2920 a.C.), primo re dinastico tinita, veniva chiamato anche Min e Hor `Aha[17]

Eliopoli, luogo primario del regno degli Shemsu-Hor era On (Aunu, Ounu, Iwnw), un centro religioso antichissimo, “la prima collinetta ad emergere dalle acque del Nun”[18] legato ad Atum, il Grande di Perfezione e solo successivamente a Ra e al culto solare, ridotto nei secoli ad essere, soprattutto con la III, IV e V Dinastia, un luogo eletto di divinizzazione del faraone, il quale fregiandosi del titolo di Hor, appariva come figlio di Ra.

On era un centro culturale di grande importanza e le biblioteche di Atum erano famose per la ricchezza delle opere conservate. I sacerdoti avevano fama di essere i più esperti di tutta la storia d’Egitto e di essere sapienti in molte discipline, non ultima l’astrologia.

Andrew Collinsscrive in proposito: “Il sancta sanctorum del complesso dei templi era noto come la “Sala delle stelle” e il sommo sacerdote portava il titolo di «Capo degli astronomi”. Sembra indossasse una veste adorna di stelle ed avesse come emblema della sua carica una lunga asta terminante con una stella a cinque punte”. [19]

Una descrizione, quella di Collins,  che ci rimanda a culti stellari.

On era infatti primariamente un luogo di culto stellare, divenuto in seguito centro del culto solare: un mutamento (negativo, restrittivo) importante in quanto chiude la prospettiva, prima rivolta alle stelle, ovvero all’universo, nel quadro del sistema solare. Sostituisce un Sole Lontano, ossia Horus l’Antico, il Viso, con un sole vicino, ossia il Sole attorno al quale ruota il pianeta Terra. Un sole che tuttavia continua, in quanto Horus (costellazione del Toro), ad essere figlio di Sirio (Iside) e di Orione (Osiride).

E’ evidente che la sostituzione di Horus-Aldebaran con Horus-Sole, operata dai scerdoti di Heliopolis nel corso delle III, IV e V Dinastia, al fine di divinizzare il Faraone,  ha fatto perdere il significato profondo di quanto ci trasmette il mito. 

“Altre versioni della prima alba raccontano di un airone, conosciuto presso gli Egizi come l’Uccello Bennu, che si librava sulle acque del Nun fino a che si fermò su una roccia. Non appena lo fece, aprì il suo becco e un grido echeggiò sull’impronunciabile silenzio del Nun. Il mondo fu riempito con “ciò che esso non aveva conosciuto”: il grido dell’Uccello Bennu “stabilì ciò che deve e non deve essere”. Così, l’Uccello Bennu, in quanto uno degli aspetti di Atum, il dio auto-creatosi, portò luce e vita al mondo. La roccia su cui l’Uccello Bennu si posò era venerata a Iunu nella forma delle pietra Ben Ben, che diventò il feticcio sacro più importante di Eliopoli e che era sormontato da una pietra piramidale, il piramidion…”. [20]

Jung a proposito dei termini ben e di bel, raddoppiati in benben e belbel, scrive: “Il significato originario di queste parole è “gettar fuori, uscire, gonfiare, sgorgare” (con il concetto secondario di scaturire gorgogliando, ribollire, e rotondità). Belbel, accompagnato dal segno dell’obelisco, significa serpente di luce. L’obelisco aveva come nome oltre a teshenu e men, benben, più raramente berber e belbel”.[21]

Quindi berber (Berberi) è sorgente di luce e gli Shemsu Hor erano seguaci della luce, avendo Hor il significato di luce.

In questo contesto troviamo Horus, figlio di Iside e Osiride, ma anche forma di Ra, in quanto Ra harakhty, sole del mattino, il cui simbolo, secondo Collins, che cita in proposito Budge (The Gods of the Egyptians) era la Sfinge della piana di Giza.

Il Leone era dunque il simbolo di Horus?

Agli Shemsu-Hor verrebbe attribuita anche l’antica origine della città di Edfu, il cui tempio, ritenuto di epoca tolemaica, sarebbe molto più antico. I testi dei documenti del tempio di Edfu conterrebbero, inoltre, il ricordo di un centro religioso predinastico che potrebbe essere Menfi; un luogo che gli egizi avrebbero visto come la madrepatria del tempio stesso.

I riferimenti al leone non sono finiti.

“Nel leone si identifica il faraone, in cui è incarnata ogni vigilanza, ogni potere, e che irradia una luce che lo protegge da esseri pericolosi”.[22]

Vediamo, ad esempio, come Kematef, l’autoprodotto, l’autogenerantesi, “Colui che ha compiuto il proprio tempo”, “avesse una forma ibrida che lo raffigurava con un corpo di serpente arrotolato con una testa di leone. Kematef era associato a Khnum (il dio vasaio dalla testa di ariete che creò l’umanità) a Kneph e a Chnoumi o Chnoubis (adorato dai seguaci di Ermete Trimegisto), che era visto, nella rappresentazione delle trentasei costellazioni, come Primo Decano del Leone.

Chnoumis aveva una criniera fatta di dodici o sette raggi, che rappresentavano i dodici segni dello zodiaco e le sette stelle polari del ciclo precessionale o, se stiamo all’analogia tra i due Horus, i dodici segni zodiacali di Horus il Giovane e le sette Iadi di Horus l’Antico Aldebaran.

Jung scrive di una triade Padre-Figlio-Ka Mutef, come archetipo dell’omousia (stessa sostanza) apparso per la prima volta nella teologia regale egizia e introdotto da Costantino nella dottrina cristiana. [23]

Un triade interpretabile come  Dio (Ra) Ka Mutef (il Toro di sua madre, l’energia originaria) e Faraone, ma anche, se andiamo più a fondo nel mito, come Padre e Figlio Toro di sua Madre, Ossia il Figlio, Horus il giovane, come della stessa sostanza del Padre, Horus l’Antico, ambedue stelle e figli e paredri della Stella.

Il messaggio sottostante ci riporterebbe al parallelismo Horus harakhty (il Giovane) e Horus l’Antico, il Lontano.

Un’immagine posteriore di Chnoumi e quindi di Kematef  la troviamo nel culto di Mithra, dove il kosmokrator, o custode del tempio cosmico, era rappresentato da un uomo con la testa di leone e con il corpo avvolto da un serpente.

Aldebaran nella mitologia indù

Rohini

Aldebaran nella mitologia indiana è l’innocente Rohini, inseguita dall’infame  Prajapati (Orione) che è fermato dalla freccia (cintura) scagliata da Sirio.

Giuseppe Acerbi, nella prefazione a Orione di Tilak, sostiene che gli asterismi di Orione e Aldebaran, nella loro mitologia, celano un segreto cosmologico. L’origine effettiva del Kaliyuga, al di là della cronologia offerta tradizionalmente (3.102 a. C. ).

Prajapati, dio del sole e della fertilità, in quanto Padre degli esseri temporali è temporale nella sua paternità, è detto rishya e sia rishya, sia rohit hanno il significato di cervide. Prajapati ha assunto la forma di un cervide. La stella Sirio custodisce Prajapati soto forma di Orione, ovvero di testa di antilope: Mriga.

Il labirinto nelle cattedrali e i chakra

Ancora una volta è l’Egitto a indicarci i nessi tra i vari miti e a chiarire per quale motivo, indipendentemente dalle recenti scoperte sulla conformazione del cervello, l’occhio di Horus è associato alla Pineale o terzo occhio.

Anche in questo caso utilizziamo l’argot, linguaggio dei costruttori di cattedrali, e l’idea di Lévi Strauss che i miti costituiscono una rete.

Tre elementi ci fanno da guida.

Il primo luogo l’Ank, la “chiave della vita” sulla cui base grafica sono costruite le cattedrali a pianta latina, che al loro interno hanno dei labirinti.

Tempio di Luxor

In secondo luogo gli studi di Shwaller De Lubicz, che ha tracciato nel tempio di Luxor lo schema di un essere umano, cosicché il tempio egizio è il Tempio dell’Uomo.

In terzo luogo il canone egizio, con il quale venivano tracciate le proporzioni umane dei dipinti parietali, il quale si ferma al 18° livello, lasciando al di sopra dello stesso la parte della calotta cranica contenente i lobi frontali.

Canone egizio

In coerenza con lo schema egizio, i costruttori di cattedrali hanno riprodotto la chiave della vita, la cui struttura è simile a quella di un uomo in croce ad un essere umano con le braccia aperte, come del resto mostra l’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci.

Se tracciamo nello schema della cattedrale a pianta latina, considerandola al contempo come Tempio del Divino e Tempio dell’Uomo, la suddivisione relativa ai chakra notiamo che:

1° chakra corrisponde all’abside;

2° chakra corrisponde al coro;

3° chakra corrisponde alla parte iniziale della crociera;

4° chakra corrisponde alla parte centrale della crociera;

5° chakra corriponde alla navata centrale;

6° chakra corrisponde alla navata centrale;

7° chakra corrisponde nella navata al punto dove è allocato il labirinto.

L’abside, nello schema del canone egizio, corrisponde alla parte superiore del 18° livello.

L’altare, prima che fosse spostato, si collocava tra il 2° e il 3° chakra, nel presbiterio, cosicchè l’ostensorio e il tabernacolo corrispondevano al terzo occhio, ossia alla Pineale e all’Occhio di Horus, la stella Aldebaran , la “Stella dell’ascesa”: un portale che collegava l’aldilà con l’aldiquà.

Se torniamo con l’attenzione al labirinto, infatti, troviamo ora la chiave del mito. Il centro del labirinto, se lo collochiamo nella cattedrale, costituisce il passaggio diretto al terzo occhio, ossia all’altare, là dove c’è il portale tra l’aldilà e l’aldiquà, tra Terra e Cielo e se decliniamo questo passaggio in termini umani, è la via che collega il Perineo (7° chakra) con la Pineale (2° chakra), lungo la via dell’aion. L’aion del corpo è il liquido che dà la vita. L’aion cosmico è la psiché cosmica, potenza generatrice, acqua celeste come l’okeanos o il nun.

Rimane escluso dallo schema il 19° livello del canone egizio.

Una ragione di questa esclusione potrebbe oggi esserci data dalle neuroscienze.

Edoardo Boncinelli sostiene infatti che per sopravvivere al  nostro cervello basterebbero 500 – 600 cm3 di materia cerebrale, ma che noi ne possediamo molta di più. Il nostro, dice Boncinelli, è “un cervello troppo complesso e ridondante per sovraintendere ai soli bisogni biologici primari. Un effetto collaterale di tale complessità è l’innata curiosità dell’uomo e il piacere che la nostra specie prova a investigare l’ignoto”. [24]

In questo contesto è fondamentale il concetto di aion, che ha al contempo il valore di “periodo dell’esistenza”, data “la particolare affinità con αει e con aevum, dal significato di «durata della vita» e di «sostanza vitale» necessaria alla vita”. [25]

Aion è il liquido vitale e negli scrittori greci era il midollo spinale.

“Lo stesso Ippocrate – scrive Onians – chiama aion il midollo spinale che si credeva avesse forma di serpente. Il rapporto aion con la vita è il motivo per il quale la parte finale della colonna vertebrale era chiamata «osso sacro» e il canale interno alla colonna «tubo sacro»”.[26] L’aion è anche liquido vitale universale. “Stando a Omero- afferma Onians – la «generazione» (γενεσις) «di tutte le cose» […] è il fiume […] Oceano, che circonda la terra ed è associato con la «madre Teti». Lo scoliaste annota […]« l’acqua infatti è la vita per tutte le cose, che rinvia al concetto di aion»”. [27]

E qui aion assume il valore di principio cosmico.

Rwty , un portale vibrazionale

Tum-Atum ™ ha il significato di totalità o nulla o di Colui che è, Colui che non è.

Tum Atum fonda nel suo cuore e nella sua intelligenza tutto ciò che esiste e lo manifesta con il verbo Ra.

Ra, pertanto, è manifestazione, vibrazione, come indica la sonorità della R in una lingua sostanzialmente consonantica com’è quella egizia.

Nell’antica lingua degli Egizi, Ren è il nome segreto, Rís è la porta del sepolcro e Rwty è un portale. I due leoni “Aker-u”, talvolta detti anche “Ru-ty”, custodivano, secondo le leggende, le porte del “Duat”. [28]

Barbetta riprende da Mario Tosi l’informazione che Ru-ty, come divinità primordiale, vive nel Nun e che potrebbe essere un aspetto di Atum quando inizia a manifestarsi. Sempre Barbetta ricorda che Robert Thomas Rundle Clark sostiene che Ru-ty dimora all’estremo nord del “Duat”. [29]

Il Rostau è una porta che connette Terra e Cielo e Upuaut (Anubis) è “l’Apritore delle vie”. 

Nel Libro dei morti (Cap. XVIII9 è scritto: “(36) Osiride contro i suoi avversari alla presenza dei grandi Divini Giudici che sono nel Ro – stau in quella notte in cui Anubis pone le sue mani sugli oggetti che sono dietro a Osiride, quando rende giustificato Horo (37) contro i suoi avversari. Riguardo ai grandi Divini Giudici che sono nel Rostau essi sono Osiride, Iside e Horo. Il cuore di Osiride gioisce nelle due cappelle e il suo cuore Š in pace al suo arrivo [ quando ] (38) Thoth rende giustificato Osiride contro i suoi avversari alla presenza dei grandi Divini Giudici di ogni Dio e di ogni dea, innanzi al Signore dell’Universo che respinge gli avversari dell’Osiride”.

La R sonora, suono della manifestazione

Riprendo alcune note dal mio libro: “Le radici scozzesi della Massoneria”.

Nel libro XVI de: “La rivelazione segreta di Ermete Trismegisto”, Asclepio spiega come la lingua sequenziale greca non renda il senso chiaro delle parole, così come lo è per la lingua egizia, in quanto è in questa lingua che “la qualità stessa del suono e il [tono] dei nomi egiziani ….hanno in sé l’energia delle cose che esprimono”.

Noi, dice Asclepio, “non usiamo parole, ma suoni pieni d’azione”, in altri termini energia, lavoro creativo.

Solo un maa heru, un retto di voce, un giustificato poteva dare al suono l’energia creativa. E, forse, qui è il significato autentico della parola perduta.

Su questa definizione di “suoni pieni d’azione” è opportuno appuntare la nostra attenzione, così come l’hanno appuntata molti studiosi, per comprendere il complesso intreccio tra suoni, energia, forme geometriche, algoritmi, simboli ed archetipi. Intreccio che costituisce il tessuto del cosmo.

 “I Druidi conoscevano i misteri, i segreti del mondo, ciò che i Celti esprimevano con il termine rin-, equivalente al germanico run. Il rin è ciò che il profano non deve conoscere”.[30] Per inciso vorrei ricordare che in Egizio antico ren è il nome segreto.

La R sonora è il modo dell’agitarsi del silenzio, il suono della manifestazione.

La lettera R, secondo Franco Rendich, dà il senso del muovere verso, del raggiungere, del giungere. Dalla R derivano le radici *ar, *ir, *ur, *ra, *ri, *ru.

Ra e ri danno il senso del fluire. La radice *ru ha il significato di arrivare con intensità e si riferisce ai suoni ed è all’origine del verbo Ru, gridare. La radice composta *ruc faceva riferimento al giungere alla luce in cielo. In sanscrito ruc è splendere. Il ruggito R è l’espressione dell’energia vitale e della luce.

“In conclusione – scrive Rendich – le radici ur e ru designavano le tre principali vie attraverso le quali, con forza impetuosa [u] ci giungono [r] gli stimoli del mondo esterno: la via «uditiva», quella «visiva» e quella «cinestesica». [31]

Ŗitam in sanscrito è regola.

La consonante r corrisponde alla vocale ŗ che nella forma verbale significa muovere, muovere verso, giungere, raggiungere, fluire.

In sanscrito ŗta significa il giusto incontro, legge, regola.

Nel linguaggio ogamico R è associata a Ruis, il sambuco e al rosso, all’arrossamento, simbolo dell’ardore: l’agitazione primordiale.

Nel viaggio dentro di Sé, alla scoperta del Sé (il Graal) e del ricordo della sapienza «racchiusa» nella «pietra» (la perla essenziale, la luz), l’essere umano acquisisce la coscienza della sua potenza e dalla massima concentrazione può emettere il «ruggito» del leone, la parola manifestativa. In sanscrito ru è suono e ruta è ruggito.

B è bios, energia vitale. In sanscrito bhās è splendere da cui phōs, luce. Bŗh in sanscrito è crescere, espandersi, espandere la coscienza, crescere spiritualmente. Br significa espansione (da cui l’indù Brahma e la celtica Brighit)[32]. L’energia vitale B si espande R. Potremmo anche aggiungere l’espressione eleusina che la Dèa Brimo partorisce il fanciullo Brimos.

Le rune sono un’altra testimonianza del valore della R e, contemporaneamente, di un percorso manifestativo del divino. La scienza magica, e le rune che ne sono l’espressione tangibile, garantiscono a chi le possiede, il potere su ogni entità del mondo. Esse sono il tramite per il quale si entra in contatto con la forza stessa della vita. La loro conquista è, pertanto, il frutto di un processo di iniziazione, nel quale l’essere è sacrificato all’essere: Odino a se stesso.

Mario Polia, nel suo “Le Rune e i simboli”,[33] fa notare che sono state proposte due principali etimologie per la parola «runa». La prima fa capo al Pokorny che la riporta all’indo europeo Reu-, radice che indica il muggire, brontolare, borbottare tra i denti. Da tale radice discende il latino rumor, rumore; antico islandese ryna, sussurrare, rymja, brontolare, rúna, mistero. Nel finlandese runo si riferisce sempre e solo ai canti epici o a carmi magici. Nell’antico irlandese rūn è mistero. Nell’antico inglese run è segreto e runyan mormorare. L’antico irlandese ci dà rún e comrún (segreto messo in comune).[34] Taliesin usa il potere del rhinwedd (conoscenza segreta).

Poiché per gli indoeuropei è vietata la scrittura per meglio trasmettere la tradizione, la trasmissione del Rin è orale al fine di evitare, tra l’altro, ogni lettura estranea e avviene da bocca a orecchio, come si evince dal mito riguardante Ogmios, l’Ercole celtico.

L’insieme delle radici riguardanti il termine runa ci consegna il doppio significato di espressione vocale (parola, canto) e di segreto.

La runa, quella scritta, è pertanto la cristallizzazione di una vocalità misteriosa e segreta: una vibrazione capace di creare. L’arte della parola e del canto è legata al potere creatore, perché in essa è contenuta la sapienza stessa del dio. La parola è il momento fondamentale del processo creativo, non solo perché il dono della parola fu fatto agli uomini dagli dèi, ma perché la saggezza originaria, si manifestò attraverso la parola. “Allora la testa di Mimir pronunciò/con senno la prima parola/ e disse le rune veraci”. La parola è dunque sacra, la parola è potente, perché è pensiero in azione.

Odino rimase 9 notti appeso all’albero del mondo per apprendere la sapienza della rune e Odino è il dio che urla ed è colui che possiede la parola creatrice.

“Chi crea (il poeta, il sacerdote, il mago creano attraverso la parola) ripete l’atto archetipico della creazione e crea mediante la potenza diffusa in tutto l’universo e per virtù del soffio vitale (önd) che Odino infuse nell’uomo. Chi conosce può conoscere in quanto è il dio che è in lui che conosce (o riconosce o «si ricorda» di se stesso)”. [35]

Focalizziamo l’attenzione sulla runa Raidô, che rappresenta il sole nascente ed è la parola che si fa luce. In sanscrito svara è luce e swar è suono.

Raidô, scrive Polia “contiene in se l’idea di «suono» e «movimento» e indica l’effetto del disserrarsi della «bocca» divina: l’inizio della «rotazione» universale”. [36]

Raidô  nella serie runica viene dopo Fehu, che rappresenta “il soffio non ancora modulato, non ancora divenuto parola”[37] (il silenzio rituale, nel quale stette Odino per nove notti, al fine di avere la Scienza runica); dopo Ûruz, la potenza del Caos non ancora ordinato dalla parola ordinante del Verbo; dopo Purisaz, la “potenza racchiusa nella «pietra» che può essere ridestata e ordinata”[38], come mostra il mito di Torr che sconfigge il gigante Hrungnir, il gigante dal cuore di pietra. Anche Mimir è un gigante ed è il custode della fonte della sapienza (letteralmente della memoria).[39]Nella serie runica, infine, prima di Raidô c’è Ansuz, il soffio vitale, l’energia divina che anima il cosmo

“La runa è identificata – scrive Polia – espressamente con Odino. Nei Veda il suono primordiale è il primo sacrificio del Supremo: l’Unità si autosacrifica emettendo un «canto» che è contemporaneamente «luce»; «Dalla bocca (di Atman) nacque vāc (la Parola, il Verbo) e da vāc balzò fuori il dio Agne (il Fuoco del sacrificio, il Fuoco d’Ariete). Questo passaggio dal Silenzio primordiale al Canto è detto, in India, sphota, «apertura» analoga al dischiudersi di un fiore. E’ il passaggio dall’oscurità alla luce: Parola delle Origini è «massa di suono puro», «etere radiante», «etere che ha la luce del diamante-folgore» (vajra-akasha”. [40]

E’ lo stesso concetto espresso nella Tradizione druidica.

“Nei Veda – sottolinea Polia – la Morte, intesa come oscura origine della Vita, per crearsi un corpo canta un inno di lode e questo inno è un canto a piena voce (ark) che si accompagna alla gioia (ka) e crea il Cosmo”. [41]

L’oscura origine è l’arché, la racchiusa, la tenebra e il canto è la sua parola, ossia il Logos, che è ark-ka (l’arca dell’alleanza, l’arc en ciel, il ponte). L’arco, l’arcobaleno, l’Arco reale, è la parola sapiente del dio.

Dionigi Areopagita parla del divino come di colui che ha posto nelle tenebre il proprio nascondiglio, luogo ove  “i misteri semplici e assoluti e immutabili della teologia”, ossia del parlare del divino, “sono svelati nella caligine luminosissima del silenzio che insegna arcanamente”. [42]

Bernardo Silvestre (Schola di Chartres), nel suo commento al “De Nuptiis” di Marziano Capella scrive. “In una certa traduzione della Genesi si legge che lo spirito del Signore covava le acque; e «acque» e «abisso» significano l’insieme degli elementi non ancora reso splendente dal suo ornato: e su di esso, come una chioccia sull’uovo rotondo, perché ne esca il pulcino, incombeva lo spirito di Dio, mentre preparava quella materia a produrre da sola i viventi”. [43]

La Genesi inizia con la parola Bereshit. Beit ha il significato di forma, di casa, di recipiente: è la prima lettera della Torà, la lettera della creazione. Reshit ha il significato di primazia, di principio di qualcosa (resh è testa, rosh è capo). Barà è creare, dividere.

Bereshit, quindi, contiene in sé il concetto di un contenitore di un principio, di una casa di un principio. Bereshit è la potenza del pensiero contenuta in un contenitore. La seconda parola della Bibbia è il verbo barà, ossia dividere. Il puro pensiero si stacca dal suo contenitore.

Il puro pensiero, anche in questo caso, reso con una parola che inizia con il suono R, è pensiero in movimento.

Prima di proseguire è interessante quanto afferma W. Jaeger (La teologia dei primi pensatori greci): “A quanto pare, l’idea del caos è eredità preistorica dei popoli indoeuropei, poiché deriva da cascw, «essere spalancato», e la mitologia nordica forma dalla stessa radice gap la parola  ginungagap per la medesima idea dell’abisso spalancato che il mondo era da principio”.

Caos, dunque, non è disordine e confusione (l’antitesi caos ordine è moderna), ma è l’abisso spalancato e il concetto di abisso è presente anche nelle druidiche Triadi Bardiche.

La serie runica che precede Raidô rappresenta, come sì è visto,  “il soffio non ancora modulato, non ancora divenuto parola”[44] , la potenza del Caos non ancora ordinato dalla parola ordinante del Verbo, la “potenza racchiusa nella «pietra» che può essere ridestata e ordinata”[45] e  il soffio vitale, l’energia divina che anima il cosmo.

Siamo, con tutta evidenza, di fronte al racconto sapienziale della manifestazione. 

Tessere è rivestire l’invisibile rendendolo visibile

I testi egizi ci consegnano un rito della vestizione del Neter con un tessuto (tessitura, tessere).

L’azione della tessitura (tayt), secondo il principio che ci riporta all’analogia del verbo, del sostantivo e dell’aggettivo, è anche il tessuto.

Il Neter femminile Renenunet offre una bandella (striscia di tessuto), essendo essa stessa la bandella, al Neter Amon, Mn (nascosto) la cui parte femminile e manifestante è Amonet.

Renenunet rivolge ad Amon le seguenti parole: “Parole dette da (Ren n) unet, Signora di … Tu ricevi questa tua bella (bendella), tu, ricevi questo tuo tessuto mâr, tu ricevi questo tuo tessuto menkhebet. Tu appartieni a lei, tu sei perfetto in lei, in questo suo nome dei quattro tessuti-menkhebet. Essa si unisce a te in questo suo nome di stoffa-idmi”.

Amon appare ad Amonet, il suo aspetto femminile; è compiuto in lei ed è unito a lei.

La vestizione con una tessitura-tessuto è un rivestire l’invisibile (il nascosto) rendendolo visibile; è un legare l’imponderabile a una materia ponderabile: uno spirito ad un corpo.

In termini generali possiamo dire, usando una metafora, che l’incorporazione è un vestire lo spirito di pelle; è il tessere attorno allo spirito un corpo.

Nei Testi delle Piramidi è scritto:

“Ti ho vestito con l’occhio di Horo, questa Renenunet.

Ti ho portato l’occhio di Horo che è in Tayt, questa Renenunet”.

Nel testo si afferma che l’Occhio di Horo è nella tessitura. Un’affermazione che ha un’implicazione sorprendente alla luce delle attuali scoperte scientifiche.

L’Occhio di Horo, vero scrigno scientifico, ha, tra i suoi molteplici significati, anche quello che ci riporta al Dna, in quanto lo schema dell’occhio è un insieme di frazioni che riguardano un intero, formato da 64/64. 

Il labirinto, pertanto, si pone come una via verso un centro che è l’Occhio di Horus, un portale verso l’Oltre, un sesto senso che è una seconda vista, un simbolo di saggezza e di potenza, una meta di un percorso compiuto che apre spazi a un percorso da compiere.

Nel Tempio massonico l’Occhio di Horus, posto dietro il trono del Maestro Venerabile, ne indica la saggezza, l’equilibrio, la capacità di guardare oltre, l’acquista e affinata capacità intuitiva, ma anche il suo porsi come erede di una tradizione antica che ci riconduce ai Neteru e alle loro origini stellari. Neteru che ci ricordano che siamo figli della Terra e del Cielo stellato.

L’Occhio di Horus ci ricorda che siamo Chi-Ro, ossia informazione brillante (vibrante), fissata nella forma, esseri di luce nella materia e, come tali, capaci di trasformazione, purché ne abbiamo il coraggio e la volontà.

© Silvano Danesi


[1] Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Mediterranee

[2] Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Mediterranee

[3] Jeremy Naydler, Il tempio del cosmo, Neri Pozza

[4] Jeremy Naydler, Il tempio del cosmo, Neri Pozza

[5] Patrik County, Labirinti, Piemme

[6] Patrik County, Labirinti, Piemme

[7] Patrik County, Labirinti, Piemme

[8] Patrik County, Labirinti, Piemme

[9] Patrik County, Labirinti, Piemme

[10] Citazione e specificazioni in parentesi quadra di Massimo Barbetta, la Porta degli Dèi, Ed. Uno

[11] Da Françoise Le Roux – Christian J Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig

[12] Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Mediterranee

[13] Patrik Conty, Labirinti, Piemme

[14] Barbara Watterson, Alla scoperta degli dei dell’antico Egitto, Newton & Compton

[15] ibidem

[16] Vedi Andrew Collins, Il sepolcro degli ultimi dei, pag.102

[17] Erich Von Danichen – Gli occhi della Sfinge – Piemme – pag. 334

[18] Barbara Watterson, Alla scoperta degli dei dell’antico Egitto, Newton & Compton

[19] Il sepolcro degli ultimi dei, Sperling & Kupfer

[20] Barbara Watterson, Alla scoperta degli dei dell’antico Egitto, Newton & Compton

[21] Jung, I simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, nota di Jung. Cfr. Brugsch (1867-82) e (1885-88) pag 225 e seg.).

[22] Christian Jacq, Il mondo magico dell’antico Egitto, Mondadori

[23] C.G.Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

[24] Edoardo Boncinelli, La vita della nostra mente, Laterza

[25] R.B.Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[26] R.B.Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[27] R.B.Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[28] Vedi Massimo Barbetta, La porta degli Dèi, Uno ed.

[29] Vedi Massimo Barbetta, La porta degli Dèi, Uno ed.

[30] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[31] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi

[32] Vedi Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi

[33] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[34] Yvan Guéhennec, Les Celtes et la parole sacrée, Editions label LN

[35] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[36] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[37] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[38] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[39] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[40] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[41] Vedi Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[42] Dionigi Areopagita, Tutte le opere, Rusconi

[43] Bernardo Silvestre, in Il divino e il megacosmo – Testi filosofici e scientifici della scuola di Chartres, Rusconi

[44] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

[45] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il cerchio-Il corallo

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