Massoneria, Europa, Cristianesimo.

Per un nuovo Rinascimento europeo

La Massoneria è universale nelle sue intenzioni e nella sua proiezione, ma la sua storia è in gran parte europea e dell’Europa la Massoneria è una delle radici.

Come ho scritto nel mio: “La Massoneria del ‘700, nido invaso dai cuculi”, la Massoneria definita “moderna”, per distinguerla da quella medievale e da quella antica, non è nata nel 1717, data di nascita della Massoneria dei “Modern”, ossia della Massoneria inglese e protestante voluta dagli Hannover, ma è il frutto di un processo storico durato alcuni secoli, durante il quale le corporazioni medievali si sono trasformate, acquisendo apporti derivanti da linee culturali e iniziatiche che, dopo essere sopravvissute carsicamente durante l’imperium della Chiesa cattolica apostolica romana, erede dell’Impero romano d’Occidente, sono riemerse sulla scena della storia, rivendicando il loro spazio tradizionale. 

Tali apporti vanno contestualizzati e inseriti nel travaglio plurisecolare dei cristianesimi non cattolici e nelle linee iniziatiche precedenti al cristianesimo, ossia di quelle sommariamente definite pagane.

Tali apporti hanno avuto come lievito l’Umanesimo e il Rinascimento, ma è solo con le riforme protestanti e con l’emancipazione di vasti territori europei dal dominio della Chiesa di Roma che antiche linee di pensiero hanno potuto riaffacciarsi sulla scena della storia dopo secoli di percorsi carsici.

Il “campus” europeo nel quale si è elaborata una possibile sintesi tra il cristianesimo e le culture classiche e pagane ha avuto come sedi significative la Champagne, Firenze e l’Inghilterra. Di questo “campus” europeo  sono vessilli tre grandi poeti: Chrétien de Troyes, Dante e Shakespeare, tra di loro connessi da un unico filo iniziatico, rappresentato dalla corrente dei “Fedeli d’Amore”.

Di quel “campus” è figlia la ritualistica massonica attualmente in uso nei tre gradi simbolici tradizionali, che evidenzia nel tempio massonico la possibilità della convivenza di più culture tradizionali, se ad esse si accede con lo sguardo rivolto agli archetipi e al fondamento e non ai dogmi e ai precetti o, peggio, alle manomissioni funzionali a disegni di potere del tutto profani e profananti.

Va affermato con nettezza che la Massoneria ha una sua origine e una sua storia le quali non sono confondibili con quella di altre istituzioni iniziatiche come, ad esempio, i riti settecenteschi e ottocenteschi.

La Massoneria moderna, così come si è determinata nei secoli, è l’evoluzione di quella medievale, sulla quale si sono andate innestando i recuperi tradizionali e, come frutto di quel “campus” plurisecolare, può essere oggi, se saprà uscire dalle secche della tentazione profana, lievito di un nuovo Rinascimento europeo.

Radici druidiche e cristiane della Massoneria

Come ho scritto nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, studiare la storia della Massoneria ricercandone le radici possibili e le probabili influenze di antiche culture, già in parte conosciute dalle corporazioni medioevali e realizzate nelle opere sorte nei cantieri romanici e gotici, è avventura intellettuale affascinante, in quanto consente di collocare la Tradizione massonica nel solco del grande fiume della Tradizione.

Impresa diversa e, per quanto mi riguarda, poco affascinante, è inseguire ossessivamente legittimazioni in base a bolle, patenti, riconoscimenti.

Tradizione e legittimazione costituiscono i due corni di un dilemma costantemente presente nel dibattito massonico. Un dilemma che trova una sua composizione nel rapporto instauratosi tra la Massoneria e la regalità celtica scozzese. Nel 1286 la Loggia di Kilwinning ebbe come Gran Maestro un Lord Stewart di Scozia, ossia un Regio Stewart (maggiordomo di palazzo), carica, divenuta ereditaria, istituita da re David ed assegnata a Walter fitz Alan, di discendenza bretone celtica e scozzese, la cui linea di sangue risale a re Alpin e ai Siniscalchi di Dol. Quando la figlia di re Robert Bruce sposerà Walter lo Stewart, dai maggiordomi di palazzo di discendenza regale avrà inizio la dinastia Stuart. La carica di Gran Maestro della Loggia di Kilwinning, considerata Loggia madre, è stata pertanto conferita a un Lord Stewart di nomina regale celtica e di sangue regale celtico. E’, dunque, un re celtico, incoronato con rito cristiano e con l’antico rito druidico sulla Pietra di Scone, ad istituire gli Stewart ed è uno Stewart ad assumere la carica di Gran Maestro, riconoscendo,  in tal modo, e legittimando la tradizione massonica e incardinandola in quella druidica. Tra regalità tradizionale celtica e Massoneria si stabilisce un rapporto che dura, ininterrotto, sino al 1717, quando la dinastia degli Hannover, dopo essersi sostituita a quella degli Stuart, si arrogherà il diritto di istituire una Gran Loggia, affidando ad un pastore protestante la stesura di nuove costituzioni per l’istituzione massonica.

Tentare di collocare la Tradizione massonica nella Tradizione universale è un percorso simbolico, archetipico, di eziologia del mito e, al contempo, di scavo storico e culturale che conduce alle radici del pensiero umano e alla continua tensione conoscitiva che connota l’attività dell’umanità.

Una parte importante della storia d’Europa, durante la quale si sono formate le linee di pensiero che ritroviamo nei rituali massonici, è stata segnata dalla presenza del cristianesimo (l’influenza cristiana è presente abbondantemente nei documenti massonici antichi), fenomeno sin dalle origini non unitario. Nei secoli le varie correnti del cristianesimo sono riemerse, si sono intrecciate con altre culture e hanno dato vita ad esperienze significative come, ad esempio, la chiesa cristiano celtica, il templarismo, il rosicrucianesimo, il catarismo, il misticismo e, non ultimo, lo gnosticismo, nelle sue varie versioni. A queste correnti cristiane che, come fiumi carsici, riemergono periodicamente nella storia, si è opposto costantemente (mi si permetta il gioco di parole) il Costantinismo, ossia quella corrente del cristianesimo che, codificata dal Concilio di Nicea nel 325 per volontà dell’imperatore Costantino, si è identificata con l’Impero romano, divenendone la religione ufficiale, il collante ideologico e l’erede temporale, grazie ad un falso, la Donazione di Costantino, che ne qualifica, sin dall’origine, la legittimità.

Nel 2013 si è celebrato l’anno costantiniano, ossia la ricorrenza dell’evento che nel 313, con la rinuncia da parte dell’imperatore romano Costantino al titolo di pontifex, creò le condizioni per l’esercizio della libertà religiosa, o meglio, della legittimazione del cristianesimo.

Nel 380, con l’editto di Tessalonica, l’imperatore Teodosio decretò che il credo niceno (Concilio di Nicea, 325) divenisse religione unica e ufficiale dello Stato. Altri provvedimenti, nel 381, ribadirono la proibizione di tutti i culti pagani.

La libertà religiosa, della quale il cardinale Angelo Scola ha magnificato l’origine nell’Editto di Costantino, in un discorso in Sant’Ambrogio, per l’avvio delle celebrazioni costantiniane, è durata poco: 67 anni. Per secoli, l’Europa si è dovuta “convertire” e adattare alla nuova religione di Stato, che non solo ha messo al bando i culti precedenti, ma anche le correnti cristiane non conformi a quanto stabilito nel Concilio di Nicea del 325.

I cristianesimi carsici, di volta in volta emergenti, si sono scontrati con la macchina da guerra del Costantinismo, che li ha schiacciati. Non diversa è stata l’opera delle principali scissioni del Costantinismo, nate per questioni legate al potere dei principi e dei re.

Possiamo pertanto, ad un certo punto della storia d’Europa, parlare di Costantinismo romano e di costantinismi riformati (anglicano, luterano, ecc.). E’ con questi costantinismi che i cristianesimi carsici si sono periodicamente confrontati, subendone troppo spesso le tragiche conseguenze.

“Ci sembra perciò indubitabile – scrive Eugenio Bonvicini riguardo alla presenza imperante del cristianesimo – che una larga componente del simbologismo cristiano, o «cristianizzato» dall’antico, possa essere entrato a far parte del simbolismo ornante le logge”. [1]

Gran parte della ritualità massonica attuale ha come riferimenti schemi narrativi e mitologici medio orientali e in particolare biblici, riguardo ai quali si sono sviluppate vaste e interessanti ricerche da parte di molti studiosi appartenenti alle istituzioni latomistiche.

Innumerevoli sono anche gli studi relativi alle tradizioni greche e latine, mentre assai poco indagate sono quelle che riguardano le culture celtiche e norrene e del tutto ignorate quelle relative alla cultura basca.

 “A lungo – scrive Philippe Walter, professore di letteratura francese del Medio Evo all’Università di Grenoble – ha regnato l’idea secondo la quale la cultura e la civiltà europee sarebbero esclusivamente nate in Grecia e si sarebbero espanse grazie all’Impero di Roma. Questo dogma merita di essere rivisto. Esso non rappresenta che una parte della verità. Esso non rende giustizia all’importante eredità culturale scandinava che irriga ancora oggi la parte settentrionale d’Europa e che si è costituita fuori dal mondo greco latino. Esso ignora ancor più il fondo culturale celtico che si estendeva su uno spazio quanto meno tanto vasto quanto quello dell’Impero romano all’apogeo della sua vasta potenza e che lo ha preceduto”.[2]

Quanto scrive Philippe Walter a proposito delle culture scandinava e celtiche vale anche per quella basca.

I Massoni medievali  e le Arti liberali

Le radici libero muratorie sono antiche e i «Muratori» non furono soltanto degli «esecutori» della volontà altrui (Bonvicini)[3] “Essi – scrive Bonvicini – furono partecipi di una ricerca allegorico-simbolica di contenuto teologico che valicava gli angusti confini exoterici e che si richiamava a Tradizioni extra-cristiane che nell’età Umanistica erano intese come «anticipatrici» di un Cristianesimo interiorizzato che era in auge in quel tempo fra le persone di maggiore cultura”. [4]

“Riteniamo – scrive ancora Bonvicini – che quei lontani maestri siano stati, da uomini eclettici, dotati di una vasta cultura in quelle che erano le Arti liberali del tempo, degli uomini aperti alla «riscoperta» e alla «rivisitazione» dei tesori culturali del passato, non soltanto nelle «tecniche» dell’«Arte classica»”. [5]

E’ indubitabile, sostiene il Bonvicini, un «commercio di idee»[6] con trovatori provenzali, minnesänge tedeschi, simplices inglesi e scozzesi, stilnovisti italiani e scuole arabo-ebraiche di Spagna e in queste idee sono ampi gli echi della culture indoeuropee (vedi in proposito il mio “Tu sei Pietra”). Echi che sono riemersi nel nuovo pensiero che, a partire dal XII secolo, ha cambiato i riferimenti culturali europei e, tra questi, l’autonomia della ricerca.

A partire dall’ XI secolo e con maggiore forza nel XII e nei successivi, “l’uomo rivendica – scrive Nicola Abbagnano – una sempre maggiore autonomia della ragione, cioè della sua iniziativa intelligente, nei confronti delle istituzioni tipiche del mondo medievale (la chiesa, l’impero, il feudalesimo) che tendevano a far apparire come derivanti dall’alto tutti i beni di cui egli potesse disporre”. [7]

Il confronto tra libero pensiero e auctoritas, tra libera ricerca e schemi dogmatici è un tema che connota gran parte della storia europea da quando il Costantinismo è diventato religione dell’Impero ed è un confronto che inevitabilmente riguarda la Massoneria in quanto istituzione fondata sul libero pensiero e quindi, per logica conseguenza, non dogmatica.

A queste affermazioni, ritengo di poter aggiungere quelle che la Massoneria autentica e originaria sia quella cosiddetta “operativa”, ossia quella delle corporazioni di mestiere e dei cantieri medievali; che il fenomeno dei cosiddetti “accettati” o “speculativi” sia solo un innesto, non sempre apportatore di frutti commestibili; che nella Massoneria operativa risieda l’essenza della Tradizione massonica e che la Massoneria operativa sia l’erede di una catena iniziatica ininterrotta, della quale il Druidismo è stato consapevole pontefice. Ritengo inoltre che la Scozia sia un luogo privilegiato ove la Tradizione, grazie al Druidismo e al Cristianesimo celtico, è transitata nella cultura della Massoneria operativa. Ritengo, infine, che il carrobbio di questo incontro fecondante possa essere identificato nell’area che accomuna Iona, Kilwinning e York, ossia il nord dell’attuale Gran Bretagna (un tempo Scozia e Northumbria).

Il Cristianesimo sta lasciando l’Europa

Fatte queste doverose premesse, è necessario considerare che l’Unione Europea è nata senza una Costituzione che ne affermasse i valori fondativi e che ne riconoscesse le radici, fra le quali quella cristiana è indubbiamente stata fondamentale, soprattutto nel periodo medievale.

L’Unione Europea è nata senza un’anima ed è stata costruita su fondamenta finanziarie e burocratiche, della cui solidità è lecito dubitare, come dimostrano i fatti relativi alla sua inesistenza sul piano geopolitico e di politica internazionale.

La svolta realizzata con il Trattato di Maastricht del 1992 ha determinato la nascita di un’Unione Europea ben lontana dalle intenzioni di chi aveva firmato i Trattati di Roma del 1957: una struttura tecnocratica a egemonia franco tedesca che tende a svuotare progressivamente la sovranità degli Stati.

André Malraux, uno dei fondatori dell’idea di un’Europa unita, ha detto che questa sarà spirituale o non sarà.

Il 24 marzo 2007, scrive Antonio Socci, “Benedetto XVI tenne un discorso agli episcopati europei in occasione del Cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma (25 marzo 1957): «Si compiva allora» disse il papa «una tappa importante per l’Europa, uscita stremata dal secondo conflitto mondiale e desiderosa di costruire un futuro di pace e di maggiore benessere economico e sociale, senza dissolvere o negare le diverse identità nazionali» (sottolineo quest’ultima frase). […] Benedetto XVI mise infine il dito nella piaga: «Il processo stesso di unificazione europea si rivela non da tutti condiviso, per l’impressione diffusa che vari “capitoli” del progetto europeo siano stati “scritti” senza tener adeguato conto delle attese dei cittadini. Da tutto ciò emerge chiaramente che non si può pensare di edificare un’autentica “casa comune” europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta infatti di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come “fermento” di civiltà. Se infatti essi dovessero venir meno, come potrebbe il “vecchio” Continente continuare a svolgere la funzione di “lievito” per il mondo intero? »”. [8]

La profezia di Malraux si è avverata. Oggi, all’ordine del giorno, c’è il tema della reintroduzione del sacro in una società materialista, dove è in atto il tentativo di costruire un uomo senza qualità, grigio consumatore, gregge del nuovo feudalesimo finanziario.

Da tempo nel mondo  è in atto un massiccio risveglio religioso. L’81 per cento della popolazione mondiale dichiara di appartenere ad una religione organizzata e il 50 per cento dichiara di partecipare ai riti della propria religione. Il fatto è che la religione prevalente in Europa, ossia il cristianesimo, a fronte di una società in rapido mutamento, ha risposto con messaggi moralistici o addirittura politici, cosicché nel Vecchio Continente è in atto un processo impressionante: il cristianesimo sta lasciando l’Europa.

La ormai secolare scristianizzazione dell’Europa  sta accelerando a passi da gigante. E’ evidente la spinta a emanciparsi da ogni legame con la civiltà cristiana. Il filo comune che ha tessuto l’Europa è stato affidato alla moneta e alle linee economico-finanziarie, sradicando ogni possibile richiamo all’unità di natura meta-economica, salvo un vago illuminismo imperniato sui diritti umani.

Nel corso del Medioevo la Cristianità, ossia la declinazione storica del cristianesimo come prosecuzione dell’Impero romano d’Occidente, ha fortemente connotato di sé il continente europeo e la sua impronta, senza alcuno sconto per i suoi aspetti negativi, ha strutturato gran parte del pensiero di quella che oggi denominiamo civiltà occidentale.

In quel periodo la Massoneria ha partecipato ad alcune delle migliori realizzazioni del pensiero europeo medievale, come dimostrano le innumerevoli cattedrali romaniche e gotiche, con i loro immensi tesori d’arte: depositi sapienziali inestimabili.

La massoneria non può, se non tradendo la propria storia, assistere senza reagire, al disfacimento di una tradizione plurisecolare di pensiero, di arte, di cultura, di spiritualità.

Due papi, due Chiese, due religioni

In questa Unione Europea senza anima, anche la Chiesa è entrata in una fase drammatica della sua esistenza.

Non è un caso se la Chiesa cattolica apostolica romana fa registrare la compresenza di due papi, che danno l’idea di due chiese e due religioni: quella di papa Benedetto XVI, che guarda alla crisi dell’uomo e al Regno di Dio; l’altra, quella di Jorge Mario Bergoglio, avviata verso un cristianesimo come religione civile.

Sia chiaro, a scanso di equivoci, che ritengo giusta la battaglia da condurre per la salvaguardia della Terra e per l’ecologia (termine formato da eco, dal greco oikos cioè “dimora” e da logia, dal greco loghia), la quale dovrebbe essere la scienza che studia la nostra dimora terrestre. Porsi il problema dell’ecologia è importante, purché non se ne faccia un’ideologia al servizio della finanza e delle multinazionali e non la si affidi a movimenti “gretini”.

Il Sinodo sull’Amazzonia voluto da Jorge Mario Bergoglio ha condotto la Chiesa di Roma sulla deriva, ormai inarrestabile, della religione civile, che inevitabilmente si intreccia con la politica. Non è, del resto, una novità, per un gesuita, visto che i gesuiti, nei secoli, hanno sempre seguito questa idea della religione civile.

Alla Chiesa bergogliana della religione civile, fa da contraltare quella di Benedetto XVI, il quale ha recentemente esplicitato ancora una volta la sua linea in una conversazione con il Foglio (27 ottobre 2019), affermando che “la crisi dell’Europa, prima ancora che essere politica, degli stati e delle sue istituzioni, è una crisi dell’uomo. La crisi è innanzitutto antropologica. Un uomo che ha perso ogni riferimento di fondo, che non sa più chi è”.

L’affermazione di Benedetto XVI ci porta al nodo fondamentale del problema, che è la crisi dell’uomo e anche la crisi, che rischia di essere esiziale, della Chiesa cattolica: la ricerca della verità non è doxa, ma appartiene alla conoscenza intesa come theoría (contemplazione) e come epistéme e come progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento.

La crisi dell’uomo è la perdita di senso

La crisi dell’uomo oggi è la perdita di senso, dell’orientamento, perché l’uomo è ammalato di oicofobia e scambia l’ecologia per l’oicofilia. Scambia, per dire il concetto in termini cristiani, il Regno di Dio con il Regno del Mondo. L’oicofilia è l’amore per la “casa”, che è sì casa terrena, ma anche casa animica, spirituale. Ed è questa la domanda di fondo (ossia relativa al Fondamento) che l’essere umano da sempre rivolge e si rivolge, ricercando una risposta che guarda alla verità assoluta. Questo guardare è theoria, che è un guardare, un contemplare, un vedere che è un conoscere e un sapere e un sapere partecipante.

In greco, ci dicono i grecisti, per dire “io so” si usa lo stesso verbo (οἶδα) che si usa per dire “io ho visto”. Οἶδα (pron. oida=io so) è infatti l’aoristo (tempo equivalente al perfetto latino) di ὁράω (pron. orào=io vedo). Nella lingua greca “sapere” equivale quindi ad “aver visto” (“so” in conseguenza del fatto che “ho visto”).

Questo sapere è sapere epistemico, che si sostiene da solo e, in quanto è un orao, è un vedere.

Le domande esistenziali dell’essere umano sono sì relative alla vita terrena, al fine di renderla il più armoniosa e felice possibile, ma sono anche e, soprattutto, quelle relative alla vita ultraterrena.

Compito della politica è dare risposte alla domande relative alla vita terrena, compito della spiritualità è tentare di dare risposte teoriche ed epistemiche, ossia di rintracciare nella natura le tracce del Fondamento e di insegnare a guardare per sapere e partecipare.

La Chiesa di Benedetto XVI, ovviamente secondo i criteri della teologia cristiana, volge il suo insegnamento e la sua riflessione alla theoria e all’episteme, induce a guardare per sapere e partecipare.

La Chiesa di Bergoglio è sulla deriva gesuitica della religione civile, che invade il campo della politica e diventa politica e così diventa doxa, opinione e abbandona l’episteme e la theoria.

Il cardinale Angelo Scola, in un discorso pubblicato nel saggio: “Percorsi di vita buona”, registrando la crisi del cristianesimo in Occidente, mette il dito in una delle piaghe della Chiesa: “Le nostre comunità – afferma – si riducono ad una somma di gruppi che producono servizi e iniziative eccellenti, ma lo fanno a compartimenti stagni, spesso anche cadendo in incomprensibili ma amari conflitti”. A sua volta l’arcivescovo emerito di Ferrara Luigi Negri scrive: “Attualmente l’incoerenza che affligge la Chiesa è di natura ideale. Si tende a venire a patti con il secolarismo, per ritagliarsi un posticino e fare del cattolicesimo quasi un elemento di folklore, che non disturbi questa società ateistica”. “Ratzinger – aggiunge l’arcivescovo emerito di Ferrara – aveva una presenza umile e grandissima. Riproponeva la fede come cambiamento di vita e questo era inaccettabile per il pensiero unico dominante”.

Non è più un segreto che Benedetto XVI sia stato costretto alle dimissioni da pressioni internazionali ed è sotto gli occhi di tutti la spaccatura esistente tra l’ala tradizionalista e quella modernista. Una spaccatura che coinvolge questioni cruciali e dogmatiche e che sempre più si sta concretizzando in due linee tra di loro difficilmente ricomponibili.

La Chiesa Cattolica Apostolica Romana, erede dell’impero romano d’Occidente, ha conosciuto nei secoli scismi di enorme importanza, con la formazione prima delle chiese ortodosse e, successivamente, di quelle protestanti riformate e sembra essere giunta ad un nuovo crocevia. Il cattolicesimo apostolico romano, strutturatosi sull’interpretazione di Paolo di Tarso e in base alle scelte voluta dall’imperatore Costantino, è divenuta nei secoli il collante ideologico dominante in Europa, non solo per essere stato eletto d’imperio a religione di Stato, ma anche per essere stato capace di assumere archetipi antichi e di attivarli, inglobandoli nel credo cristiano. Ne sono alcuni esempi l’archetipo del dio Tammuz,  nato da una vergine, sacrificato e risorto dalla tomba, lasciandola vuota, con la pietra d’ingresso spostata o l’archetipo mitraico, con Mitra nato in una caverna, dove i pastori gli portavano doni. Nei riti mitraici il battesimo aveva un ruolo fondamentale, come il pasto della comunione. Comunione con il pane come corpo divino che trae origine dai riti osiriaci e e dai riti eleusini. Molte divinità relative al pantheon della Dea Madre o a quello indoeuropeo, sono state inglobate e rinominate come santi. Ora quel collante ideologico sincretistico è in una crisi profonda, come dimostra la stessa gestione diarchica dal Soglio di Pietro.

Uno scontro geopolitico planetario

Il 6 gennaio 2008 Papa Benedetto, durante le celebrazioni dell’Epifania, hascelto una metafora ad effetto per attaccare la globalizzazione. Durante la messa celebrata nella basilica di San Pietro davanti a cardinali, vescovi, membri del corpo diplomatico e semplici fedeli, il Papa ha detto: “Anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro”. L’umanità, ha denunciato, è “lacerata” da “spinte di divisione e sopraffazione” e “conflitto di egoismi”. 

“I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime – ha sottolineato Ratzinger – rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale”. “C’è bisogno – ha proseguito – di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti”. 

Benedetto XVI ha indicato quindi la strada da percorrere. “La moderazione – ha ricordato – non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità”. Infatti, “è ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile”. 

Da tempo la stampa ha pubblicato testimonianze sulla possibilità che dietro dimissioni forzate di Benedetto XVI ci sia la longa manus dei mondialisti, i quali avrebbero favorito la salita al Soglio di Bergoglio.

Ora i riferimenti internazionali di Bergoglio, dopo l’elezione di Trump, vacillano. Il confronto tra mondialisti, assertori del nuovo dio mercato, e coloro che guardano alle radici dei popoli, alle patrie, alla tradizione, si è spostato in Europa.

Benedetto XVI, Papa a tutti gli effetti, non avalla la teologia di Francesco, mettendo così a nudo la sua debolezza dottrinale e non solo.

Per la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, trascinata in uno scontro tra mondialisti e assertori della dignità dei popoli, delle nazioni e delle patrie, è giunta l’ora di una prova durissima, che potrebbe anche portare ad uno scisma.

Antonio Socci, acuto osservatore di quanto avviene nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana, in un articolo scritto per il quotidiano Libero il 13 giugno 2016 traccia un quadro inquietante, ma credibile.

Il terremoto in corso nella Chiesa, secondo Socci, “va letto all’ interno di un complicato scontro geopolitico e ideologico planetario. […]Fu prospettato a Benedetto XVI di accettare una «riunificazione ecumenica» con i protestanti del Nord Europa e del Nord America per dar vita a una sorta di «religione comune dell’ Occidente». Per la Chiesa Cattolica significava sciogliersi nel minestrone del pensiero unico «politically correct». Diventando un irrilevante museo folk in un’Europa «multiculturale». A questa «dittatura del relativismo» Benedetto XVI disse no. Rispose: finché ci sono io non accadrà. Il «caso» volle che dopo un po’ sentì venir meno il vigore e fu costretto a rinunciare all’«esercizio attivo» del ministero petrino (rinuncia a metà?).

Dentro la Chiesa – ha spiegato Gaenswein – era in corso un «drammatico scontro» fra la fazione progressista e quanti seguivano Ratzinger nella sua lotta contro «la dittatura del relativismo». I progressisti persero al Conclave del 2005, ma, dopo la rinuncia, vinsero nel 2013”.

Ora  – concludeva Socci – papa Bergoglio ha fatto sua l’ Agenda Obama. Il 18 maggio, a Washington, al Catholic-Evangelical Leadership Summit, Obama ha affermato che le chiese devono lasciar perdere i «temi divisivi» come aborto e matrimoni gay e dedicarsi al problema della povertà. L’Impero vuole una Chiesa «assistente sociale» che consola i perdenti nell’ospedale da campo dei poteri forti, ma non disturba i manovratori.
La candidata Hillary Clinton un anno fa, a un convegno di femministe abortiste, ha addirittura affermato: «I codici culturali profondamente radicati, le credenze religiose e i pregiudizi strutturali devono essere modificati». Le chiese dunque devono arrendersi al laicismo «liberal» dell’Impero”.

Mutamenti epocali in corso

Che la crisi che investe la Chiesa Cattolica Apostolica Romana sia dovuta anche a fattori dovuti ad uno scontro geopolitico e ideologico planetario  è rilevabile anche nel saggio: “Ultime conversazioni”, a cura di Peter Seewald, dove Benedetto XVI esprime il seguente giudizio su Obama: “Ha determinate idee che non possiamo condividere”. Diverso il giudizio di Benedetto XVI sul leader russo Vladimir Putin: “Non abbiamo fatto discorsi profondi, ma credo che egli – un uomo di potere – sia toccato dalla necessità della fede. È un realista. Vede che la Russia soffre per la distruzione della morale. Anche come patriota, come persona che vuole riportarla al ruolo di grande potenza, capisce che la distruzione del cristianesimo minaccia di distruggerla. Si rende conto che l’uomo ha bisogno di Dio e né è di certo intimamente toccato. Anche adesso, quando ha consegnato al Papa [Francesco] l’icona, ha fatto prima il segno della croce e l’ha baciata”.

Interessante la risposta a Peter Seewald sulla profezia di Malachia, che prevede la fine della Chiesa e che farebbe di Francesco l’ultimo papa. 

Domanda: “Lei conosce la profezia di Malachia? […] E se lei fosse effettivamente l’ultimo a rappresentare la figura del Papa come l’abbiamo conosciuto finora?”.

Risposta: “Tutto può essere. Probabilmente questa profezia è nata nei circoli intorno a Filippo Neri. A quei tempi i protestanti sostenevano che il papato fosse finito, e lui voleva solo dimostrare, con una lunghissima lista di papi che invece non era così. Non per questo, però si deve dedurre che finirà davvero. Piuttosto che la sua lista non era abbastanza lunga”.

Domanda: “Come vede il futuro del cristianesimo?”.

Risposta: “È palese che i nostri principi non coincidono più con quelli della cultura moderna, che la struttura fondamentale cristiana non è più determinante. Oggi prevale una cultura positivista e agnostica che si mostra sempre più intollerante verso il cristianesimo. La società occidentale, quindi, in ogni caso l’Europa, non sarà una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita. Sarà importante una testimonianza di fede più decisa delle singole comunità e chiese locali. Avranno una maggiore responsabilità”.

Domanda: “Lei si vede come l’ultimo papa del vecchio mondo o come il primo del nuovo?”.

Risposta: “Direi entrambi”.

Domanda: “Come un ponte una sorta di elemento di raccordo tra due mondi?”.

Risposta: “Io non appartengo più al vecchio mondo, ma quello nuovo in realtà non è ancora incominciato”.

Domanda: “L’elezione di Papa Francesco è forse il segno esteriore di una svolta epocale? Con lui inizia definitivamente una nuova era?”.

Risposta: “Le ripartizioni temporali sono sempre state decise a posteriori: solo in un secondo tempo si è stabilito che  qui iniziava il Medioevo e là cominciava là comincia l’era moderna. Solo a posteriori si è visto come si sono sviluppati i movimenti. Per questo ora non azzarderei una simile affermazione. Tuttavia, è evidente che la Chiesa sta abbandonando sempre più le vecchie strutture tradizionali della vita europea e quindi muta aspetto e in lei vivono nuove forme. È chiaro soprattutto che la scristianizzazione dell’Europa progredisce, che l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società. Di conseguenza la Chiesa deve trovare una nuova forma di presenza, deve cambiare il suo modo di presentarsi. Sono in corso capovolgimenti epocali, ma non si sa ancora che punto si potrà dire con esattezza che comincia uno oppure l’altro”.

La testimonianza di Benedetto XVI non lascia spazio a dubbi su una crisi di vasta e profonda portata del cristianesimo in Europa.

“Il cattolicesimo contemporaneo – scrive a sua volta il cattolico Jean Luc Maxence – è in effetti giunto alla soglia delicata di una trasformazione profonda, può essere anche alle porte della fine di un mondo. […] Al giorno di oggi ancora l’opinione cattolica e pervasa da malessere e da dubbi relativi all’istituzione papale così spesso esitante di fronte drammi contemporanei. Come  scrive Therry Maulnier «non sa più se deve seguire i suoi movimenti sulla via di una sorta di laicizzazione umanitaria e moralizzante, o se deve porsi di fronte ad essa come il guardiano di una trascendenza inaccessibile alle fluttuazioni della Storia”.[9]

La Russia di Putin e la Chiesa ortodossa

La Russia di Putin ha ormai lasciato alla storia il comunismo. Putin si è alleato con il patriarca Kirill. Di questa alleanza, scrive Micol Flammini[10] :“Putin ne ha fatto uno dei suoi pilastri del potere. Uno dei più solidi. Chiese, soldi, fedeli”. Il sodalizio tra chiesa e Cremlino ha portato alla ricostruzione di centinaia di edifici di culto per tutto il paese e al progetto di 200 chiese, “voluto dal patriarca Kirill, con l’obbiettivo di avere un tempio ogni 11.200 abitanti”. [11]

La Chiesa ortodossa russa, o Patriarcato di Mosca, è una Chiesa ortodossa autocefala, guidata dal Patriarca di Mosca e di tutte le Russie e in piena comunione con le altre Chiese ortodosse. Occupa il quinto posto nel dittico ortodosso, dopo il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il Patriarcato greco-ortodosso di Alessandria, la Chiesa greco-ortodossa di Antiochia e la Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme.

La Chiesa russa fa risalire la sua origine al battesimo del principe Vladimir I di Kiev nel 988 (Vedi Conversione al cristianesimo della Rus’ di Kiev).

La Chiesa ortodossa russa, così come le altre Chiese ortodosse, è figlia del Grande Scisma, conosciuto dalla storiografia occidentale come Scisma d’Oriente e definito dagli Ortodossi Scisma dei Latini o Scisma d’Occidente.

Lo Scisma fu l’evento che, rompendo l’unità di quella che fu la Chiesa di Stato dell’Impero romano basata sulla Pentarchia, divise la Cristianità Calcedonese fra la Chiesa cattolica occidentale, che aveva sviluppato il concetto del primato (anche giurisdizionale) del Vescovo di Roma (in quanto considerato successore dell’Apostolo Pietro), e la Chiesa ortodossa orientale, che invece riteneva di rappresentare la continuità della chiesa indivisa del primo millennio, senza cedimenti a quelle che riteneva innovazioni dei Latini.

Le dispute alla base dello scisma erano sostanzialmente due. La prima riguardava l’autorità papale: il Papa (ossia il Vescovo di Roma), ritenendosi investito del primato petrino su tutta la Chiesa per mandato di Cristo, che gli aveva consegnato le chiavi del Regno, iniziò a reclamare la propria “naturale” autorità anche sui quattro patriarcati orientali (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, che, con Roma, formavano la cosiddetta pentarchia). Questi erano disposti a concedere al Patriarca d’Occidente un primato solo onorario e a lasciare che la sua autorità effettiva si estendesse solo sui cristiani d’Occidente, ritenendo il primato romano privo di fondamento scritturistico.

L’altra disputa, di ambito trinitario e solo apparentemente meno “politica”, concerneva l’aggiunta del Filioque nel Credo niceno, avvenuta in ambito latino.

Il Credo uscito da Nicea fu precisato dal Concilio di Costantinopoli del 381 nel quale si affronta la questione dello Spirito Santo, che “è Signore e dà la vita, che procede dal Padre, che è adorato e glorificato insieme con il Padre e il Figlio, che ha parlato per mezzo dei profeti.

Successivamente la Chiesa cattolica, con Agostino, introduce la questione del “Filioque”, ossia del procedere dello Spirito Santo non solo dal Padre ma anche dal Figlio.

Come per il Concilio di Nicea, con Costantino, anche la questione del Filoque fu decisa da imperatori. Furono, infatti, due imperatori a chiederne l’introduzione nella teologia cattolica: Carlo Magno, che indice il Concilio di Aquisgrana nell’809 e Enrico II, che lo impone a papa Benedetto VIII.

Dicendo che “lo Spirito procede dal Padre «e dal Figlio» [Filioque, ndr] si giunge – commenta in proposito Vito Mancuso –  a un controllo dell’ispirazione profetica da parte del potere ecclesiastico”. [12]

Se lo Spirito santo che ispira procede anche dal Figlio, poiché questi ha consegnato le “chiavi del regno dei cieli” a Pietro, è la Chiesa a detenere le chiavi dell’ispirazione.

Ecco che le chiavi assumono il loro vero significato, come del resto vuole il linguaggio rabbinico: autorità.

Esistevano inoltre altre cause, meno significative, fra le quali talune variazioni di certi riti liturgici (questione dell’uso del pane azzimo durante l’eucaristia, il matrimonio dei preti, la confermazione dei battezzati riservata soltanto al vescovo), e rivendicazioni conflittuali di giurisdizione (nel sud Italia, nell’area slava).

Sebbene normalmente si indichi il 1054 come anno dello scisma, ossia quando il Papa Leone IX, attraverso i suoi legati, lanciò la scomunica al patriarca Michele I Cerulario e quest’ultimo, a sua volta, rispose con un proprio anatema scomunicando il Papa, lo Scisma fu in realtà il risultato di un lungo periodo di progressivo distanziamento fra le due Chiese. La frattura fondamentale non si è, finora, più rinsaldata.

L’Europa protestante

Il protestantesimo è una branca del cristianesimo moderno, sorto nel XVI secolo in Germania e Svizzera in contrasto con l’insegnamento della Chiesa cattolica, considerata non solo nella prassi, ma anche nella dottrina non più conforme alla parola di Dio.

Il protestantesimo trae origine convenzionalmente dalla protesta del frate agostiniano Martin Lutero, docente di teologia all’università di Wittemberg. Questi il 31 ottobre 1517, irritato dalla predicazione del frate domenicano JohanTetzel, pubblicò 95 tesi, elenco di quaestiones da sottoporre a pubblico dibattito su simonia, dottrina delle indulgenze e suffragio dei defunti nel purgatorio, intercessione e culto dei santi e delle loro immagini, che però andavano a toccare punti nodali dell’ecclesiologia medievale

Oltre a Lutero la Riforma si è avvalsa della predicazione di molti altri riformatori, fra i quali i più importanti sono Huldrych Zwingli, Giovanni Calvino e John Knox, Jan Hus e John Wyclif.

La Chiesa anglicana è il nome assunto dalla Chiesa d’Inghilterra dopo la separazione dalla Chiesa cattolica avvenuta durante il regno di Enrico VIII e per influsso delle dottrine protestanti provenienti dal continente europeo

La base dottrinale della Chiesa anglicana è contenuta nei Trentanove articoli di religione.

La Chiesa anglicana, però, è essenzialmente pluralista. Nel suo interno convivono (e spesso si scontrano) tendenze diverse, ed ogni comunità può fare capo ad esse ed assumere una forma di culto molto diversa. Vi sono, ad esempio, gli “anglo-cattolici”, che si differenziano poco dal cattolicesimo (presentano una forma di culto molto simile alla Messa cattolica), i neo-liberali, i riformati (che si attengono al calvinismo), gli evangelicali, i pentecostali/carismatici.

Le comunità anglicane presenti in molte città d’Italia fanno capo alla diocesi europea con sede a Gibilterra.

La Chiesa Anglicana d’Inghilterra ammonta a circa 25.000.000 di fedeli ed è la comunità più grande in seno alla comunione anglicana.

Dalla Chiesa d’Inghilterra si è separata nel 1920 la Chiesa in Galles, che ha attualmente 6 diocesi nella corrispondente nazione del Galles.

Dall’11 novembre 1992 la Chiesa anglicana ha dato la possibilità alle donne di diventare sacerdoti e dal luglio 2014 di diventare vescovi. La prima donna vescovo è stata Libby Lane, vescovo di Stockport, consacrata il 26 gennaio 2015.

Perché tanta insistenza  sui vari cristianesimi?

Per il fatto che le divisioni scismatiche e  il pullulare di sette di vario tipo e spessore ha messo a dura prova l’apparato archetipico che ha fatto da collante per secoli alla Civiltà occidentale.

La crisi di questo apparato archetipico è, nella fattispecie geopolitica, l’Unione Europea senza anima.

 Se l’Europa Unita vuole essere una Patria, ossia il luogo dei Padri, deve dotarsi di una Costituzione che abbia come fondamento i valori secolari e tra questi non possono mancare i riferimenti al contributo del cristianesimo.

La Massoneria è sì universale, ma la sua universalità non coincide con un generico mondialismo, essendo suoi obbiettivi l’elevazione dell’essere umano, che non può non essere spirituale, il bene della patria e il bene e il progresso dell’Umanità.

Se l’Europa ha da essere non può essere il regno di Mammona p del Filantropo di Solov’ëv, ma l’Europa de Padri e delle radici; l’Europa della sua più autentica tradizione.

©Silvano Danesi


[1] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[2] Philippe Walter, Merlin ou le Savoir du monde, Imago

[3] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[4] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[5] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[6] Eugenio Bonvicini, Esoterismo nella Massoneria antica, Atanor

[7] Nicola Abbagnao, Storia della filosofia, Edit. L’Espresso

[8] Antonio Socci, Il dio mercato, la Chiesa e l’Anticristo, Rizzoli

[9] Jean-Luc Maxence, Les secrets de la prophétie de saint Malachie, Dervy

[10] Micol Flammini, Il Foglio 291 del 10 dicembre 2017

[11] Micol Flammini, Il Foglio 291 del 10 dicembre 2017

[12] Vito Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti

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Giornalista
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