LA CONOSCENZA E LA RELIGIONE NEL PERCORSO MASSONICO

La libera Massoneria è un’istituzione che ha il suo principio base nella Conoscenza; non è, non può essere, non vuole essere una religione, se per religione si intende un compiuto insieme di credenze, di dogmi, di verità rivelate e di norme che investono l’etica e la morale. 

 La Massoneria non è in concorrenza con alcuna religione, in quanto considera le religioni espressioni storicamente rilevanti del tentativo dell’Umanità di dare risposte alle domande fondamentali riguardanti l’esistenza, la sua origine, il suo scopo.

Per la Massoneria le religioni sono oggetto di studio come ogni altro fenomeno apparso in questo mondo, ma non sono oggetto di discussione al fine di stabilirne la veridicità, l’autenticità, l’unicità.

La Massoneria si occupa di principi, studia le loro declinazioni, ma a queste non prende parte.

E’ del tutto fuori luogo, pertanto, la ricorrente polemica, artatamente montata, soprattutto in Italia, che sostiene essere la Massoneria contraria alla religione cristiana, alla Chiesa cattolica e ai suoi fondamenti dottrinali.

La Massoneria dei costruttori di edifici sacri del Medioevo, ad esempio, è stata in costante fruttuoso dialogo con la teologia cattolica, come ho cercato di dimostrare nel mio libro: “Le origini scozzesi della Massoneria”. https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/187720/le-radici-scozzesi-della-massoneria/ al quale rinvio chi volesse approfondire l’argomento.

In ambito massonico ognuno è libero di avere le proprie opinioni in relazione al Principio, che la Massoneria definisce come Grande Architetto dell’Universo e al suo manifestarsi nel mondo.

La presenza sull’Ara del Tempio del Vangelo di Giovanni, aperto alla prima pagina del Prologo, non è il segno di un’opzione religiosa e tantomeno l’utilizzo di un testo religioso in chiave religiosa, ma un riferimento ontologico fondamentale, in quanto in poche righe è mirabilmente definito il Fondamento (Arché) e il suo determinarsi nel mondo con la propria azione illuminante e improntante che è il Lógos. Un Fondamento che potremmo anche definire come Energia informata, significante e cosciente.

In poche righe l’evangelista ha condensato la chiave di comprensione ontologica e scientifica della manifestazione ed è a quella chiave che la Massoneria guarda come elemento fondamentale della conoscenza, senza entrare minimamente nella questione riguardante l’identificazione del Lógos con Gesù il Cristo.

“La concezione religiosa – per usare le parole di Hugo Winckler – fa originare i fenomeni della conoscenza della causa prima di tutte le cose, dalla divinità e dalla sua essenza, e li spiega in conformità; la concezione moderna colleziona i fenomeni e cerca di estrarne le leggi, sicché la causa prima diviene la sua méta ultima, dalla quale è ben conscia di essere lontana”. [1]

La Massoneria si colloca nel raccordo tra questi due approcci, in quanto postula un Principio come Fondamento e lo ricerca attraverso le sue manifestazioni.

Un cammino iniziatico ha come obbiettivo la conoscenza, intesa come theoría e come epistéme (la vera luce, la luce sacra della somma sapienza) e la ricerca come progressivo avvicinamento alla verità del Fondamento.
Theoría è contemplazione del lógos e, essendo il lógos l’azione e il mostrarsi dell’archè, ossia del Fondamento, contestualmente e necessariamente, è la theoría dell’arché, della phýsis e, infine, dell’ólos, il Tutto

La conoscenza avviene seguendo il lógos in quanto è l’azione e il mostrarsi del Fondamento.

Riassumendo il contenuto di alcuni frammenti eraclitei, Miroslav Marcovich, scrive che “a livello logico il lógos è valido universalmente e opera in tutte le cose” (114 + 2 DK), che “a livello ontologico, il lógos è un sostrato al di sotto della pluralità sensoriale delle cose: è una unità sottostante a questo ordinamento del mondo”; che “a livello epistemologico, riconoscere il lógos, è condizione necessaria per una reale e corretta conoscenza dell’ordinamento del mondo” (30DK) e, infine, che “a livello etico di comportamento, il lógos, è una regola di corretta condotta di vita (…)“.[2]

Scrive Eraclito: “Le cose di cui c’è vista e udito e percezione queste in verità io preferisco” (fr.55DK) e aggiunge: “Gli occhi sono testimoni più fedeli degli orecchi” (Fr 101 a DK). Tuttavia Eraclito ci avverte che: “Cattivi testimoni sono occhi ed orecchi per gli uomini, se questi hanno anime che non ne comprendono il linguaggio” (fr.107 DK) e che: “L’apprendere molte cose non insegna l’intelligenza; altrimenti l’avrebbe insegnato a Esiodo e Pitagora; e anche a Senofane e Ecateo”.

“La percezione sensibile e l’esperienza – commenta Miroslav Marchovic – richiamano la condizione basilare per l’apprendimento del lógos onnipresente, ma questa non è la sola condizione: altre ne sono richieste, fra cui l’intelligenza, la facoltà di interpretare correttamente i dati dell’esperienza e l’intuizione. Senza tali condizioni l’uomo non può raggiungere il lógos, né ottenere la sapienza (nous), rimanendo ad uno stadio sterile”. [3]

Sul concetto di religione

Soffermiamoci sul concetto di religione, che il latino ci consegna con religio, religionem che ha il significato di “considerazione” o “cura riguardosa” e deriverebbe da un supposto verbo religere, composto dalla particella re- che accenna a frequenza e legere, scegliere. In senso figurativo è cercare e guardare con attenzione.

In questo senso la Massoneria potrebbe essere considerata una religione: la religione del cercare e del guardare con attenzione.

L’Enciclopedia Treccani, a proposito del termine religione, ci avverte che “l’origine storica del concetto ha per lungo tempo impedito un’adeguata comprensione di quelle formazioni culturali che comunemente si chiamano religioni e che sono di origini particolari e diverse: non è necessario infatti che una religione implichi un concetto di Dio, abbia articoli di fede, comprenda azioni di culto, né forme di carattere morale; come massimo comune denominatore di ogni complesso chiamato religione si può ritenere il rapporto di un gruppo umano con ciò che esso ritiene ‘sacro’, tenendo tuttavia presente che anche quest’ultimo concetto è indefinibile e storicamente condizionato”.

“Nella cultura europea fra tardo Rinascimento e Illuminismo – prosegue l’Enciclopedia Treccani – si maturò il concetto di religione naturale, intesa come la religione i cui articoli, semplici e universalmente accessibili, sono pienamente conformi alla ragione. Tale religione finisce per articolarsi sul riconoscimento dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima e, soprattutto, in un complesso elementare di leggi morali. Accezione diversa dà all’espressione religione naturale la tradizione teologica, che distingue fra religione naturale e religione rivelata: la prima riferita alle capacità naturali dell’uomo, la seconda fondata invece sulla rivelazione divina che fa conoscere verità e mezzi spirituali che trascendono le possibilità naturali dell’uomo e gli permettono di realizzare un rapporto nuovo con il Dio che si rivela e si dona”.

La Massoneria, come già detto, postula l’esistenza di un Fondamento, ma ne ricerca la conoscenza seguendo la via della sua azione e della sua manifestazione, senza sentirsi limitata dall’idea della rivelazione.

Il percorso massonico è sacro

Il vocabolo sacro deriva dalla radice indoeuropea sak-sac-sag, dal significato di attaccare, aderire, donde ne verrebbe il senso di cosa avvinta alla divinità.

Cosa può significare questo essere avvinti?

“La consonante s – scrive Franco Rendich – esprimeva […] il senso di «unione con» come  nella radice sac «collegamento (s) con ciò che si muove intorno (ac)», che assumerà in sanscrito e in latino il senso di «accompagnare», «seguire», «associare», e come nella radice si «collegamento (s) continuo (i)» che diventerà il verbo sanscrito «legare». [4]

“Nel verbo as «essere», latino sum, esse, la consonante s – scrive ancora Franco Rendich – esprimeva appunto la nozione di «mettersi in relazione con». Nelle sue forme sa, sam, sama, saha, tutte comprese nel suo ambito semantico, la radice s significava «con», «insieme con», «congiunzione», «uguaglianza», «similitudine»”. [5]

Essere è, pertanto, una relazione, uno stare insieme con. È, questo, un concetto che oggi la fisica ci rende chiaro con quelli di campo, di ologramma (scrittura del Tutto-Olos nello specifico) e di frattalità.

Nel Codice di Manu, dedicato alla creazione, si afferma che è l’Essere Supremo, Svayambhū, «Colui che esiste di per sé», a deporre Hiranyagarbha  nelle Acque per poi rinascervi come Brahman. “Svayambhū e Brahman sono quindi altri nomi di Hiranyagarbha”.[6] Anche Purusa, l’Uomo cosmico èun altro nome di Hiranyagarbha.

“La conclusione – sostiene Franco Rendich – non può essere che questa: Hiranyagarbha è il fulcro intorno al quale ruotano la cosmogonia, la metafisica e la teogonia vediche, così che le Acque cosmiche (n-na) dalle quali in suo nome provengono tutte le principali figure della mitologia vedica, “si rivelano come la vera e unica causa efficiens dell’Universo. Hiranyagarbha è il Principio Supremo della creazione e l’iniziatore di quelle funzioni cosmiche – gli Dei di cui è Dio – attraverso le quali si manifesta nella realtà materiale lo spirito Uno. Eka, sorgente da Ka, le «Acqua lucenti»”. [7]

Va notato come gli Dei siano funzioni cosmiche. 

“Nel Rg-Veda le Acque cosmiche – ci ricorda sempre Franco Rendich – vengono chiamate āpo mātarah «madri» e sono definite viśvaya sthātur jagatojanitrīh, genitrici di tutte le cose mobili e immobili del creato”. [8]

Abbiamo in questa definizione la comparsa del concetto mitologico  di Dea madre dell’Universo, genitrice e somma sapienza (Sophia), in quanto i cantori vedici considerano i poteri delle Acque all’origine della vita e detentori del sapere universale.

Interessante notare come il nome dell’Essere Supremo, Svayambhū, ci dia il codice fondamentale  della manifestazione.

S è essere, ossia uno stare insieme, una relazione che, da dove si trova (ya) si diffonde (v) dappertutto (a) nel limite (m) come luce e come vita (bhū). Va è anche soffio.

S’è detto  che Svayambhū depone nelle acque Hiranyagarbha, per poi rinascere come Brahman, essendo questi nient’altro che lo stesso Svayambhū o Hiranyagarbha.

Hiranyagarbha è “grembo d’oro”, “uovo d’oro”, “il germe luminoso”. Garbha è il seme, portato (hira) dalle Acque (n) in cui si trova (ya).

E’ interessante, a questo punto, soffermarci sul vocabolo garbha, che contiene in sé la consonante b.

Alla consonante b, che secondo Franco Rendich è apparsa in epoca tarda per sostituire in molti casi la consonante v in riferimento all’energia dinamica, “venne attribuito in origine il significato di «energia», «energia luminosa», «energia vitale», nozioni ben evidenziate dal greco bios «vita» e da quello sanscrito bhās «splendere» (radice da cui nacquero il greco phos, «luce» e il latino focus «fuoco»”.

Non possiamo non notare come l’egizio ka abbia lo stesso significato di “forza vitale universale”, che nell’uomo diventa corpo energetico.

Siamo pertanto di fronte al concetto di un’energia vitale che si esprime come luce e vita, diffondendosi nel limite. E’ questo lo stesso concetto dell’incipit del Prologo del Vangelo di Giovanni, laddove è detto che il Lógos è in Arché presso se stesso, essendo dell’Archè l’azione.

Troviamo gli stessi concetti in altre culture.

Il celtico Oiun è un suono molto simile a quello di Vāyu, dio vedico del vento, “ovvero del soffio vitale dell’energia di vita (prana) che rende possibile ogni esistenza manifesta. In Rg Veda, X,90.13, esso viene indicato come «respiro del Purusa»”, [9] il Purusa divino, il Toro quadricorno, le cui corna sono: Esistenza, Coscienza, Beatitudine e Verità infinite. [10]      

Sorprendentemente troviamo concetti analoghi  nella tradizione egizia, la cui lingua non ha parentele con l’indoeuropeo.

Nel Kore Kosmou (Estratto XXIII,32) ricorre il “Nero perfetto” quale dono che Iside ottenne da Camefi, ossia da Kamutef (o Kamatef), il “padre di sua madre”, l’autogenerato, il serpente primordiale. Tale “Nero perfetto” è la tenebra che contiene e genera la luce. Il serpente cosmico Kamatef ha deposto Bnnt m Nu, il seme del Nu. Il “Nero perfetto” evoca le acque cosmiche, il Mu-Nu egizio, l’Abisso celeste, del quale è l’alter ego il serpente Kamutef, “un luogo che, in base alle descrizioni degli antichi Egizi, sembra posto al di fuori del tempo e dello spazio”. [11]

“Questo oceano – scrive Boris de Rachelwiltz – era descritto come un’espansione illimitata di acque prive di moto che continuano ad esistere, sotto forma di flusso infinito («Hehu») dopo la creazione della Terra, ai suoi estremi confini, che sarebbe tornato un giorno a distruggere e a dare vita a una nuova creazione”. [12]

Hehu è l’eternità e Nu è l’inerte, il non organizzato.

L’uomo proviene dal seme delle Acque

“Anche l’uomo, per i primi popoli indoeuropei, proveniva dal seme cosmico portato dalle acque celesti: Hiranyagarbha”.[13]

La parola (uomo), deriva da n+ŗ, in cui la radice verbale ŗ indica l’azione del “sorgere” e la consonante n è il simbolo dell’acqua, ragione per la quale significa “Colui che sorge dalle acque”. Nella sua origine, pertanto, l’uomo è simile a Svayambhū, a  Brahmā , a Prajāpati e a Purusa.

L’Awen dei Druidi è la separazione di un “soffio” dalle Acque primordiali Na. Un “soffio” che acquista una definizione ulteriore con il concetto di Manred, i “semi” o “gocce di luce” che rappresentano gli esseri umani che si staccano da Ceugant, il Cerchio vuoto, ossia l’Origine, per incarnarsi sulla Terra. Manred è scomponibile, sempre secondo il metodo di Franco Rendich, in man (pensiero) e red, dove r è avvio, ri è fluire e d è luce. Nell’insieme i significati ci danno per Manred: “Pensiero che fluisce nella luce”. In questo caso in causa è la luce creata. Il pensiero dell’essere umano fluisce nella luce creata, in quanto il suo respiro Ātman è un respiro finito.

La circolarità trinitaria

Rimane da affrontare la questione di un Essere che depone se stesso come germe luminoso nelle Acque indifferenziate che contengono le acque luminose Ka.

La spiegazione è nella circolarità indicata dal serpente Kamutef che è “il padre di sua madre”, l’autogenerato come Svayambhū, che risiede nelle Acque Madri.

L’Essere è padre, madre e figlio; è contenitore e contenuto; è infinito e finito.

L’antica tradizione ci è riportata con efficacia mirabile da Dante Alighieri negli ultimi versi del Paradiso (XXXIII Canto), laddove scrive: “


Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Quel “Vergine madre, figlia del tuo figlio” è concetto uguale alla tradizione egizia, così come: “Nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore”, ci ricorda il concetto vedico contenuto nel Rigveda, V, 10, 129, dove l’ardore Tapas accende l’Amore Kama. 

L’amore, in sanscrito Kama, è l’incontro Kam (Ka+m), l’unione tra la Luce creatrice Ka (potremmo dire la Vera Luce) e la realtà finita m, ossia tra l’infinito e il finito.

In Dante e nei Fedeli d’Amore la Sapienza è Donna o Madonna, Rosa, Fiore, Fonte, Fontana dell’Insegnamento, Amorosa Madonna Intelligenza. Madonna, come Beatrice, veste di rosso, di blu marino (il verde-blu) e bianco: i colori della Dea. (vedi in proposito il mio: “I Fedeli d’Amore alla corte di Artù” – https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/232532/i-fedeli-damore-alla-corte-di-art/).

Anche in questo caso ritornano i concetti dei cantori vedici che considerano i poteri delle Acque, ossia della Dea Madre dell’Universo, all’origine della vita e detentori del sapere universale.

La Massoneria crocevia tradizionale.

Va, a questo punto, considerate la peculiar funzione della Massoneria: l’essere crocevia tradizionale e, al contempo, istituzione che dai miti, dagli archetipi, dai simboli, dagli antichi testi sapienziali si sforza di estrarre i codici che presiedono all’universo nel quale viviamo e nel quale compiamo il nostro destino. Codici antichi e criptati, che l’attuale ricerca scientifica progressivamente ci permette di capire, avvicinando la nostra conoscenza sempre più alla comprensione del Tutto.

In questo senso il Massone è etico, in quanto conoscendo se stesso come scintilla della Vera Luce, si tende, con la conoscenza, verso il suo abitare (ethos) nel Tutto.

©Silvano Danesi


[1] Hugo Winkler, La cultura spirituale di Babilonia, Editori Riuniti

[2] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[3] Miroslav Marcovich, in Eraclito, testimonianze, imitazioni e frammenti, Bompiani

[4] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[5] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[6] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[7] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[8] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

[9] Sri Aurobindo, Il segreto dei Veda, Aria nuova edizioni

[10] Vedi Sri Aurobindo, Il segreto dei Veda, Aria nuova edizioni

[11] Massimo Barbetta, Stargate – Il cielo degli Egizi, Uno ed.

[12] Boris De Rachewiltz, Miti egizi,

[13] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi editore

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