I Templari e la “spina”

Dalla vasta letteratura riguardante i Templari si apprende che le iniziazioni dei nuovi adepti avvenivano in luoghi-spina, in ambienti collegati da cunicoli con le commende.

“Salvo rare eccezioni, dovute alla scomparsa successiva del nome – scrive in proposito Louis Charpentier – tutte le commende, o per lo meno tutti i gruppi di commende abbinate avevano nei dintorni una località spina”.1  Abbiamo, infatti e come esempio: Épinay, Pinay, L’Épinay, Épinac.

Il fatto che alle commende templari fossero abbinati luoghi-spina induce ovviamente a pensare ad un significato particolare della spina. Significato che vale la pena di indagare, così come ho tentato di fare nel mio libro “Tu sei pietra”, dal quale attingo in parte le osservazioni che seguono, integrandole con un maggior approfondimento dell’indagine.

Una primo approccio ci induce a considerare il rapporto spina-Vergine.

Per un gioco di parole (la lingua verde è fatta di omofonie, analogie, enigmi) che vale sia per il francese, sia per l’italiano, spina e spiga sono molto simili: épine ed épi. En épi è la pannocchia e spica è la stella più luminosa della costellazione della Vergine, che è rappresentata come una signora con una spiga in mano.

I Templari, come è noto, hanno la loro origine nella nobiltà francofona della Champagne e, pertanto, è ragionevole pensare ad un loro uso del gioco di parole tra épine ed épi.

Perché la Vergine?

Il periodo nel quale i Templari nascono e sviluppano la loro presenza e il loro ordine è contrassegnato dal recupero dell’eterno femminino, sia nella versione dell’amor cortese dei trovatori provenzali, sia nella versione del rinnovato culto della Vergine madre di Dio, dopo molti secoli obnubilanti del femminile. Bernardo di Chiaravalle, che ai Templari ha dato la Regola e che è in gran parte all’origine della loro nascita, compone il Salve Regina, ossia la preghiera a Maria regina del cielo e la fa approvare dal Innocenzo II.

I Templari, inoltre, sono legati ab origine a Notre Dame de Sion, identificata, nella storiografia corrente, con Nostra Signora di Sion in Palestina, ma, come ho tentato di evidenziare nel mio: Tu sei Pietra, la Notre Dame alla quale si riferivano i Templari potrebbe non essere quella palestinese, ma quella di Saxon-Sion, nella Champagne, dove c’è una collina che Maurice Barrès ha celebrato con il suo romanzo: La colline inspirée e sulla quale è celebrato un culto mariano antico ed è stata edificata la basilica di Notre-Dame de Sion (Madonna nera). I Celti sulla collina avevano stabilito un tempo un alto luogo di culto a Rosmerta. Dopo la pax romana, i riti si volsero verso delle dee latine. L’arrivo del cristianesimo ha trasformato l’importante culto di una Dea in quello della Vergine Maria.

La Vergine, pertanto, potrebbe riferirsi non specificamente alla Vergine Maria del cristianesimo, ma più in generale alla Dea Madre.

Tutte le cattedrali gotiche che si ritengono essere state edificate per conto dei Templari sono dedicate a Notre Dame e le principali cattedrali gotiche francesi disegnano sul territorio la riproduzione parziale dell’asterisma della Vergine. Inoltre, particolare non secondario, nel disegno che le cattedrali gotiche francesi dedicate a Notre Dame segnano sul suolo in corrispondenza dell’asterisma della Vergine, la Notre Dame costruita vicino a Châlon sur Marne corrisponde a Spica.

Charpentier ne accenna a proposito della misteriosa chiesa di Notre-Dame de l’Épine, eretta nel XIV-XV secolo a strapiombo sulla Vesle, vicino a Châlon sur Marne, antica terra dei Celti catalauni.

“Notre Dame de l’Épine, stando a Luc Benoist, presenta la duplice e singolare caratteristica di essere stata costruita in aperta campagna, relativamente lontana da ogni centro, e di essere l’edificio più notevole della Champagne, naturalmente dopo Notre Dame di Reims”. 2

Una leggenda del 1400 narra della Vergine apparsa in un cespuglio di rovi in fiamme.  (La Vergine tra le spine).

La planimetria della chiesa è prossima alle proporzioni di quella di Chartres, dove ricorre la frazione un ottavo (rapporto tra la larghezza della navata centrale e di quelle laterali, ecc.). Il pilastro trilobato è una croce celtica rovesciata, firma della Confraternita dei costruttori Figli di Salomone, legati all’Ordine del Tempio di Salomone.

Secondo Charpentier, “testi del XIII secolo provano, …, l’esistenza già nel 1230 di una chiesa con questa denominazione situata nel medesimo posto, costituito da un tumulo antichissimo. E anche il pellegrinaggio sembra abbia avuto origine in epoche estremamente antiche”.3

Chi erano gli antichi pellegrini e cosa adoravano?

“La letteratura relativa ai Templari ci ricorda che nel 1070 un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria, capeggiati da un certo Ursus, un nome che nei documenti del Priorato di Sion è spesso associato alla stirpe merovingia, aveva raggiunto la foresta delle Ardenne, che diverrà proprietà di Goffredo di Buglione e luogo dove si narra sia esistita una società segreta di iniziati, probabilmente in rapporto con i culti della Dea Arduina (Ardwinna, l’Orsa Bianca, da art = orsa e win = bianca, la Dea Bianca), che nella mitologia celtica è la Dea delle foreste, rappresentata come una cacciatrice a cavallo di un cinghiale (il suo culto ebbe origine, appunto, nelle Ardenne e in seguito Arduina venne assimilata alla romana Diana). I monaci calabresi ottennero la protezione di Matilde, moglie di Goffredo il Gobbo, duchessa di Toscana e madre adottiva di Goffredo, la quale donò loro un vasto appezzamento di terreno in Orval, nei pressi di Stenay, il luogo in cui era stato assassinato Dagoberto II, l’ultimo dei merovingi. Sul terreno i monaci costruirono un’abbazia, ma non vi restarono a lungo, poiché già nel 1108 erano tutti misteriosamente scomparsi verso destinazione ignota. Nel 1131 l’abbazia di Orval venne definitivamente assegnata a Bernardo di Chiaravalle”. 4

Va notato che la madre di Matilda di Canossa era Beatrice di Lotaringia, figlia di Federico II di Lotaringia, duca dell’Alta Lorena e conte di Bar.

Chi sono i monaci benedettini calabresi e per quale motivo si recano nelle Ardenne? Cosa induce i monaci calabresi a spostarsi di migliaia di chilometri?

Nel mio “Tu sei Pietra”5 scrivo: ” Jean Louis Brunaux6, nell’ambito di uno studio teso ad analizzare i rapporti intensi tra Celti e Greci e, in particolare, tra  Druidi e filosofi (essendo anche i Druidi riconosciuti dai Greci come tali) analizza il fenomeno dell’improvvisa scomparsa, nel 500 a.C., dei principi halstattiani, dovuta, secondo alcuni, allo spostarsi delle vie commerciali greche ed etrusche a causa delle difficoltà della colonia greca di Marsiglia. «Gli Etruschi – scrive Brunaux – avrebbero allora beneficiato delle difficoltà della colonia e avrebbero sviluppato delle relazioni più strette con i territori periferici del “cerchio halstattiano occidentale”, la Champagne, il Berry, l’Hunsrück Eiffel».7 Questo spostamento, fa notare Brunaux, a fronte del declino rapido del “principi” halstattiani, scomparsi in pochissimo tempo, come mostra la fine delle sontuose sepolture, non ha causato negli aristocratici della Champagne un innalzamento a “principi” del loro status e i costumi sono rimasti quelli di una società comunitaria, la cui aristocrazia non si considera costituita da uomini di un’altra essenza. Brunaux ritiene pertanto che la rapida scomparsa dei “principi” halstattiani sia dovuta al fatto che la loro perdita di potere economico ha consentito il sopravvento di un fenomeno culturale «che ha potuto conoscere molto rapidamente una traduzione politica, ma la cui origine era soprattutto di natura spirituale. Prima del loro ruolo economico e politico è lo sfruttamento della loro stessa immagine che è stato negato ai principi e ai grandi aristocratici. Si è loro rifiutato il privilegio di mettersi al di sopra dei comuni mortali. …  Certamente, dai tempi più antichi, quelli della loro origine, esisteva presso i Celti una spiritualità arcaica e severa, che non lasciò che un flebile spazio alle diverse forme di materialità. La cultura di Halstatt, tutta impregnata di influenze venete ed etrusche, aveva permesso a delle nuove forme di espressione di liberarsi di una tale costrizione. Ma lo ha fatto con degli eccessi e con precipitazione: i principi halstattiani non avevano inscritto la loro dismisura, come i faraoni d’Egitto, in una lunga tradizione che la rese se non accettabile a tutti , quantomeno consuetudinaria. Essa non lo era soprattutto agli occhi degli altri aristocratici, più illuminati, più coscienti del danno che degli eccessi facevano correre alla comunità». 8 La Champagne, dunque, si propone, nello studio di Brunaux, come un centro tradizionale di un’arcaica e severa spiritualità celtica. Una spiritualità che si collega alle Ardenne, ovvero ad Arduinna, la Dea Orsa Bianca, nel cui nome troviamo il simbolo dell’orso, ovvero della regalità (Artù)? Ad una Dea Arduinna, Signora della Natura, che cavalca un cinghiale (simbolo della sacerdotalità)? Ma c’è di più. Analizzando il rapporto tra druidi e pitagorici, Brunaux ne riscontra la concordanza di alcune concezioni metafisiche e la comune idea che la divinità non deve essere rappresentata antropomorficamente o zoomorficamente, lasciando ai numeri e alle forme geometriche di mostrare, dietro alla materia, luoghi inaccessibili ad altro che allo spirito. «Dalla metà del V secolo – scrive Brunaux – in Gallia e nelle regioni limitrofe appaiono numerosi pezzi decorati che testimoniano di un lavoro preliminare di disegno sbalorditivo, generalmente eseguito con l’aiuto del compasso. Su dei pezzi di bardature in bronzo (falere, placche di bardatura, ecc.) di qualche centimetro di diametro, ci sono decine di cerchi che sono stati tracciati al fine di delimitare le zone da ritagliare per creare motivi a rilievo. L’analisi di questi decori dove la complessità della costruzione geometrica non ha uguali nell’abilità dell’artigiano che l’ha messa in opera, necessita oggi dell’utilizzo di strumenti informatici. All’evidenza, questi pezzi sono il prodotto di una stretta collaborazione tra esperti in geometria e dei veri orefici. Essi rispondevano a un bisogno specifico, che giustificava un tale dispendio d’energia, che non aveva nulla a che fare con una semplice moda. Apparsi all’inizio nel “foyer champenois”, questi decori si diffusero in effetti largamente nel mondo celtico, dal quale non sparirono più, come se lo stile plastico del III secolo e quello, realista, del II e I secolo non avessero alcuna presa su di loro». 9

La Champagne, dunque, si evidenzia come luogo ove operano uomini che coltivano antiche e severe tradizioni e che, al contempo, sanno utilizzare i numeri e la geometria in modo sorprendentemente complesso. Un luogo di antica cultura druidica, di evidente interesse per dei monaci calabresi che, con tutta probabilità, sotto la tonaca cristiana nascondevano la loro appartenenza al culto dell’antica filosofia pitagorica e orfica, che in Calabria ha avuto uno dei suoi centri maggiori.

 

 

E’ pertanto da tenere in considerazione il possibile incontro tra Druidi e Pitagorici, in un’area che nei secoli successivi vedrà molte famiglie nobili delle Fiandre, imparentate con la nobiltà della Champagne, insediarsi in Scozia, in un territorio governato dalla tradizione druidica sin dai tempi del Regno di Dalriada. Famiglie che daranno il loro sostegno agli Stuart e che saranno all’origine della Massoneria moderna.

Torniamo ora al segno della Vergine che, come scrivono Helmut Lammer e Mohammed Y.Boudjada, “sembra avere origine nell’antica Babilonia poiché nei documenti babilonesi è stata trovata la rappresentazione di una donna alata come la Vergine. La Vergine in questo simbolismo ha il capo rivolto in avanti. La maggior parte delle volte viene ritratta sopra un piccolo colle o roccia, mentre con il dito indica un bambino che è stato chiamato Telephe. Nella mitologia greca la roccia sulla quale viene ritratta la Vergine rappresenta un luogo sacro. La purezza virginale viene spesso rappresentata attraverso spighe di grano, che promettono fortuna e ricchezza. La stella più significativa in questo segno zodiacale è stata individuata e chiamata l’Epì dall’astronomo Ipparco per il calcolo astronomico delle precessione degli equinozi”. 10 Epì in greco significa sopra. Ipparco misurò la longitudine dell’eclittica della stella Spica e di altre stelle luminose durante un’eclissi lunare. Confrontando la sua misurazione con i dati dei suoi predecessori Timocharis di Alessandria (320 a.C.–260 a.C.) e Aristillus (III secolo a.C.), concluse che Spica si era spostata di 2° rispetto al punto equinoziale d’autunno. Ipparco affermava che ai suoi tempi la Spica (alpha Virginis) precedeva l’equinozio d’autunno di 6°, in luogo di 8° come si trovava nelle osservazioni di Timocharis fatte circa 160 anni prima.

Ipparco, osservando l’asse equinoziale, comprese che non si muoveva la stella Spica, ma che il punto gamma scivolava  lungo l’eclittica in senso orario. Spica, dunque, stava sopra (Epì), mentre sotto il punto gamma si spostava.

Anche in questo caso il gioco di parole tra il greco Epì e il francese Epì acquista senso.

La spiga di grano è strettamente legata ai Misteri eleusini. Il culmine delle cerimonie dei Misteri maggiori era l’esposizione di una spiga di grano. Scrive Ippolito (Confutazione di tutte le eresie): “Gli Ateniesi mentre iniziavano le persone ai Riti Eleusini presentavano a coloro che erano stati ammessi al grado più alto di questi Misteri, il più potente, meraviglioso e perfetto segreto adatto per uno che era stato iniziato alle più elevate verità mistiche: alludo ad una spiga di grano mietuta in silenzio. Questa spiga di grano tra gli ateniesi era considerata, come dichiarava lo stesso ierofante, come la perfetta e grandiosa illuminazione che è discesa dall’Uno che non poteva essere rappresentato”.

 

Ai riti eleusini, strettamente connessi con la cultura orfico pitagorica, corrispondono quelli della celtica Ceridwen, dei quali troviamo testimonianza diretta ancora nel XII secolo. Jean Raimond ricorda come i Misteri di Ceridwen, segnalati da Artemidoro, siano simili a quelli di Cerere, i quali, trasformati dal bardismo, “conservano ancora i loro fedeli nel periodo di Taliesin (VI secolo). “Il re, esso stesso, come si vede nei canti di Hoël o Hywell, re del Galles, morto nel 1171 era onorato di esservi ammesso. Esiste una sua preghiera curiosa, nella quale, ammesso già ai gradi inferiori dell’iniziazione, sollecita il collegio di Ceridwen con espressioni di fervente pietà, il favore dell’iniziazione superiore”. 11

In ambito celtico è il Rito di Karidwen (Ceridwen) che fa del nano Gwyon Bach il Grande Iniziato Taliesin, “fronte luminosa”, bardo primordiale.

Il gioco semantico sin qui analizzato, tuttavia, non è ancora sufficiente per comprendere il nesso tra spiga e spina. E’ necessario, pertanto, procedere oltre. Un primo indirizzo ce lo fornisce Charpentier, il quale fa notare che nel Cantico dei Cantici troviamo la spina: “Io sono la rosa di Sion […] simile al giglio in mezzo alle spine” e la Vergine è chiamata nelle litanie Lilium inter spinas, il giglio in mezzo alle spine.

Abbiamo qui un rapporto interessante tra i simboli della rosa, del giglio, della spina e la vergine, ossia, in altri termini con la spiga. Vorrei qui solo ricordare che il lilium è l’equivalente del loto e che la rosa autentica (non quella frutto della manipolazione umana che oggi si regala alle signore) è quella antica e spinosa e che il termine rosa riassume le rosacee (pruno, biancospino) caratterizzate dal fiore a cinque petali e dalle spine. Hadingham12 cita la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva nel 2000 a.C. un “culto di maggio”,  legato al 1º maggio, quindi ad Aldebaran, soppresso intorno al 1600 a.C. da adoratori del solstizio, quindi del sole, provenienti dall’Egitto o dalla Grecia. Il “culto di maggio” venerava il sorbo e il pruno (due rosacee antiche e spinose), mentre gli adoratori del sole il vischio. Il culto di maggio dà origine ad un calendario con l’anno diviso in otto parti: solstizi, equinozi, 1º maggio, 1º novembre, 1º febbraio, 1º agosto.

Il pruno (prugnolo) selvatico, Prunus spinosa, (Zain in gaelico), detto anche “spino nero”, in opposizione allo “spino bianco” o biancospino (Uath) cresce ai margini dei boschi e dei sentieri; alto fino a quattro metri ha fiori bianchi e frutti tondi color blu. La sua fioritura è nel periodo marzo aprile (equinozio di primavera) e i frutti maturano a settembre (equinozio d’autunno).  Il pruno selvatico era considerato l’albero della magia nera e delle maledizioni ed è associato alla Scorpione; la sua runa è  Purisaz: una spina.

Il biancospino, albero che va dai 2 ai 12 metri, ha fiori bianco rosati e frutti rossi ovali, con nocciolo; fiorisce a maggio giugno e i suoi frutti maturano ad agosto settembre.

Bianco, rosa e blu/verde (per i Celti blu e verde erano equivalenti) sono nell’insieme i colori della Dea. Pruno e biancospino hanno le foglie a cinque punte, simbolo della Dea, come le foglie dell’edera, della vite e del platano.

Alla spina è collegata anche l’acclamazione: “Huzza! Huzza! Huzza!”, usata nella ritualità massonica e, se consideriamo l’intensa frequentazione da parte dei Templari del mondo arabo, possiamo presumere che essi conoscessero che Samura, la spina aegyptiaca, ossia l’acacia nilotica, incarnava, a Nakla, al-Uzzà ed era  l’albero che rappresentava Dhat Anwat, probabile epiteto della stessa divinità.

Nakhla fu il nome di due località del Hijaz, nella Penisola araba, in età preislamica e nel primo periodo islamico, site a sud di Mecca, prima di ??’if. Le due località si distinguevano per un aggettivo che ne chiariva anche l’orientamento. Quella più meridionale si chiamava infatti Nakhla al-Yamaniyya, in direzione appunto dello Yemen, mentre l’altra si chiamava Nakhla al-Sh?miyya ed era più a nord di essa, in direzione della Siria (chiamata Sh?m).

 

La più interessante appare senza dubbio essere stata Nakhla al-Sh?miyya, nella quale si venerava al-‘Uzz?, divinità dei Ban? Kin?na e, quindi, adorata anche dai Quraysh di Mecca. Nelle vicinanze sorgeva anche un santuario della divinità pagana chiamata Suw?‘.

La spina d’Egitto, l’acacia arabica, akakia,  con il cui legno fu costruita, secondo la tradizione, l’Arca dell’alleanza, era un albero sacro, riverito anche dagli Arabi pre islamici come idolo Al-Uzza o Huzzal.

“Nell’epoca in cui Maometto cominciava la sua predicazione – scrive in proposito Toufica Fahd – predominava alla Mecca il culto di Hubal, un’antica divinità accanto alla quale c’era la triade femminile citata nel Corano (LIII, 19-20), vale  a dire al ‘Uzzà, al –Lat e al-Manat…..  Al ‘Uzzà, la principale delle tre, al punto che le altre due venivano considerate «le sue due figlie», aveva come padre al-L?h. Le tre erano chiamate ban?t al-L?h, «le figlie di al-L?h». Al-L?h, forma assimilata di Al Il?h, l’equivalente dell’accadico Il e del cananeo El, indicava, come questi ultimi, la divinità impersonale e si confondeva normalmente con la prima persona della trinità costituita dal Padre, dalla Madre e dal Figlio. L’importanza assunta dalla Madre al’Uzzà, dal figlio Hubal e dalle due figlie al-L?t e Man?t, aveva finito con l’eclissare All?h, il padre di tutti, il Dio universale. La missione di Maometto consisterà nel restituire la sua funzione di primo e unico ad Allah, come avevano fatto Abramo con Elohim e Mosè con Yavhe”.13

Al Uzza o Huzzal, dunque, è la principale espressione di una divinità triplice, composta anche da al Lat e al Menat. Le tre divinità erano chiamate i begli astri e rappresentavano i tre volti di Venere, la quale è associata e, nella mitologia spesso confusa, con Sirio, la egizia spdt, detta la Puntuta (il suo geroglifico è  un triangolo isoscele): denominazione che richiama la spina. Sirio era associata in Egitto antico a Iside, la Madonna nera del Medioevo.

E’ evidente nell’opera di Abramo, di Mosè (oggi da molti studiosi identificato con Akhenaton) e di Maometto l’intento di obnubilare, eclissare la Dea Madre Cosmica a tutto vantaggio di un dio maschile. Tuttavia, nonostante i monoteismi maschilisti, l’acacia “spinosa”, ossia Al Huzza o Huzzal, è sopravvissuta nei secoli, divenendo il simbolo massonico per eccellenza e stigma del Maestro, il quale è tale perché ha conosciuto l’acacia, ossia la “spina”, la Dea madre, l’Eterno femminino.

Non è questo il contesto nel quale esaminare i significati psicologici della conoscenza del femminino, ma è opportuno accennare al suo trasferimento nelle fiabe, come quella della “Bella addormentata nel bosco”, il cui castello è circondato da una siepe di spine che solo il principe può attraversare ed è stata una “spina”, il fuso, che l’ha addormentata.

La forma antica dell’aculeo vegetale della spina è akantha, dal greco acké (spina), parola che per estensione diventa la pianta stessa con le spine: l’acanto, altro elemento simbolico significativo della Massoneria.

Non è un caso che la spina fosse la “puntura” di iniziazione delle streghe 14, ossia delle antiche sacerdotesse della Dea e, del resto, non è forse uno “spinare” il tocco unghiato del riconoscimento massonico?

Dulcis in fundo: spina in gaelico si declina con termini che nella traduzione latina sono stati assimilati al draco, al drago. In gaelico scozzese e irlandese la spina è droigheann e nel gaelico bretone e gallese è draen, ma in gallese il drago è draig ed è facile il gioco di parole tra droigh e draig, cosicché nella traduzione latina spina e drago diventano Draco.

“Ricordiamo – scrive Myriam Philiberth – che il termine gallese Draco significa anzitutto «spina»”. 15

Conseguentemente “spina” potrebbe riferirsi al draco, al serpente, nel quale i Druidi si identificavano: “Je suis, dit l’un d’eux, un Druide, je suis un architecte, je suis un prophête, je suis un serpent”16, ma il motto druidico potrebbe anche tradursi: “Sono un Druida, sono un architetto, sono un profeta, sono una spina”: una spina che circonda la rosa (lilium inter spinas), che la protegge, ossia sacerdote della Dea.

In quanto serpente il Druida è paredro della Dea.

Il gioco spina-draco riporta anche alla coppia divina basca Mari, “La Signora” o “La Dama”, che vive nelle regioni abissali e le cui forme sono diverse: nelle regioni sotterranee ha aspetto zoomorfico serpentiforme; in superficie appare come una donna bellissima, elegantemente vestita, in atto di pettinarsi con un pettine d’oro. Mari è sposa di Maju, o Sugaar,  che appare come un serpente di fuoco. Apparentemente i due sposi vivono separati (Mari sulla terra e Maju-Sugaar nel mare), cosicché quando Mari e Maju si incontrano si scatenano violente tempeste di pioggia, grandine, tuoni e fulmini.

Nel Libro dei Giudici, fa notare Charpentier, si legge (secondo la traduzione moderna): “Allora tutti gli alberi dissero alla spina: «Vieni; regna su di noi». La spina rispose agli alberi: «Se siete in buona fede nello scegliermi per regnare su di voi, venite e rifugiatevi alla mia ombra; altrimenti che il fuoco esca dalla spina e divori i cedri del Libano”.

In altri termini: “Vieni Dea e regna su di noi”.

Un capitolo a sé riguarderebbe il rapporto tra il lilium, i Merovingi, i Templari e la spina, ma è opportuno fermarsi qui.

Silvano Danesi

Note

1 Louis Charpentier, I misteri dei Templari, Edizioni dell’Acquario

2 Louis Charpentier, I misteri dei Templari, Edizioni dell’Acquario

3 Louis Charpentier, I misteri dei Templari, Edizioni dell’Acquario

4 Silvano Danesi, Tu sei Pietra, Ilmiolibro.it

5 Silvano Danesi, Tu sei Pietra, Ilmiolibro.it

6 Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil

7 Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil

8 Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil

9 Jean Louis Brunaux, Les Druides, Edition Seuil

10 Helmut Lammer e Mohammed Y. Boudjada, Enigmi di pietra, Arkeios

11 Jean Raimond,  L’ésprite de la Gaule, Firne, Paris, 1864

12 Hadingham, I misteri dell’antica Britannia, Newton, a pagina 98

13Toufic Fahd, Storia dell’Islamismo, a cura di Henri Charles Puech, Euroclub

14 Vedi Robert Graves, La Dea Bianca, Adelphi

15 Myriam Philiberth, Da Kernunnos au roi Arthur, Ed. du Rocher

16 Deane pag. 254 citato in Eduard Panchaud, Le druidisme ou Religion del anciens Galois, Losanna, 1865

 

 

 

 

 

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