La guerra del dio Mammona

Chao ab ordo: la storia comincia così.

George W.Bush, ex alcoolista, aveva smesso di bere dopo aver frequentato dei corsi sulla Bibbia, fino a “rinascere”, ossia a diventare adepto dei “cristiani rinati” protestanti metodisti.  Quando era in corsa per diventare presidente degli Stati Uniti, “confidò ai suoi collaboratori di stare tranquilli: presidente sarebbe diventato lui. E non per le manovre compiute dal fratello Jeb, governatore della Florida, su alcune migliaia di schede decisive, ma perché aveva parlato con Dio”. (Massimo Franco, Imperi paralleli, Mondadori).

Bush sentiva di avere una missione non soltanto militare, ma religiosa, interprete del mondo protestante duro e puro dei predicatori, di un “magma teologico, impregnato di moralità e di moralismo, in sempiterna attesa della fine del mondo, e ossessionato dalla lettura dei «segni divini» nelle vicende del mondo”. (Massimo Franco, op.cit.). Questo magma, con l’elezione di Bush, “è dunque riuscito a saldarsi con i vertici della nazione più potente del mondo. E ha prodotto una miscela che va osservata anche per i contraccolpi che sta provocando dentro e fuori i confini americani. Non sono le tesi apocalittiche in sé, ma l’uso politico che ne è stato fatto, a dare alla politica statunitense una dimensione religiosa, quasi teologica che può portare a legittimare qualsiasi intervento militare”. (Massimo Franco, op.cit.).

Va così che, con il crescente peso degli evangelici nella politica mondiale, guidati dalla “sacerdotessa” Condoleeza Rice, il grande crociato Bush parte per la sua guerra  che teorizza l’esportazione dei valori Usa e la cristianizzazione delle terre islamiche dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Il resto è noto. La guerra a Saddam, la destabilizzazione dell’Iraq e dell’intero assetto del Medio Oriente, la distruzione di equilibri vecchi di decenni, ereditati dagli Usa dall’Inghilterra, che aveva suddiviso l’Impero Ottomano negli attuali stati  mediorientali e aveva messo al loro comando dinastie inventate e amiche.

Bush è il campione della destra protestante, ma anche cattolica, come quella dei Cavalieri di Colombo e Bush si sente il nuovo imperatore del cristianesimo, di tutti i cristiani, nella battaglia del bene contro il male.

Non contento di destabilizzare, Bush, ispirato direttamente da Dio, avvia un programma di pubblicità destinato a diffondere nel mondo il modo di vivere americano e la superiorità americana nel mondo, affidato alla texana Charlotte Beers.

Il fatto è che gli Stati Uniti d’America non sono uniti per niente, anzi, sono molto divisi e che nel profondo sud dei Confederati si agitano ancora il fondamentalismo cristiano, l’antiebraismo e il razzismo del Ku Klus Klan.

L’azione di Bush ha creato il caos nel Medio Oriente. Caos che l’arrivo di Obama ha ulteriormente aggravato. La sua idea di ritirarsi progressivamente dall’area, promuovendo le primavere arabe e affidandosi alle mire di restaurazione dell’Impero Ottomano di Erdogan ha messo in moto una macchina infernale che ha prodotto e moltiplicato conflitti locali.

Non contento, Obama ha cercato, con gli accordi con l’Iran, di cambiare le vecchie carte in tavola, ma ha solo prodotto un inasprimento del confronto tra sciiti e sunniti.

Dietro alle teorie isolazioniste di Obama non c’è la volontà di pace, ma più semplicemente la necessità di guarire le ferite che l’America si è inferta consentendo alla finanza internazionale di produrre una bolla di titoli velenosi di proporzioni enormi, pari a 12 volte il pil mondiale. E così, anche ad Ankara, al G20, Obama racconta favole.

L’Unione Europea, che non è altro che un agglomerato di burocrati al servizio delle banche e, conseguentemente delle manovre della finanza internazionale, è debole perché lo vuole essere e i singoli stati che la compongono hanno interessi nel Medio Oriente che confliggono tra di loro (Libia docet).

Chi paga? I popoli del Medio Oriente, ormai perennemente massacrati da questa o da quella fazione e ora, anche i popoli europei, come i recenti avvenimenti francesi dimostrano.

Si vuole un’economia di guerra per raschiare ancora una volta le tasche degli Europei e ingrassare quelle dei mercanti di armi, ma soprattutto si vuole un’economia di guerra per  scaricare nella deflagrazione il veleno della bolla finanziaria.

Più che aerei e navi o stivali sul terreno ci vuole un nuovo accordo internazionale che elimini i residui della Guerra fredda. L’America, che è all’origine del caos e ne porta la massima responsabilità storica, deve capire che il mondo è multipolare e che la Russia è un grande paese dalle radici europee e non una riserva indiana di beoti da convertire all’evangelismo made in Usa (del resto è già ortodossa, con radici cristiane ben più solide che quelle improvvisate del protestantesimo americano).

E’ necessario che l’Europa diventi uno stato federale, con un governo federale, un esercito federale, una politica estera federale e non sia più un insieme di stati espropriati della loro sovranità da banchieri che nessuno ha mai eletto e che rispondono al Leviatano della finanza internazionale.

E’ necessario chiudere i rubinetti dei finanziamenti a chi si combatte nel Medio Oriente, ingrassando le tasche di molti signori che bevono il tè nei salotti bene europei, americani e di qualche emiro loro amico.

Si dice che il confronto in atto non è una guerra di religione. Non è vero. Il nuovo dio è Mammona e i suoi sacerdoti si sono travestiti per darla a bere, come sempre, al popolo, che in nome di questo o quel dio, ritenuto l’unico e il vero, si arma per portare il bene laddove si ritiene ci sia il male. Ovviamente ogni adepto di questa o di quella religione ritiene di essere dalla parte del bene. Ci mancherebbe.

L’apocalisse e Armageddon sono i i paraventi di chi ha il cuore troppo vicino al portafoglio o meglio, ha venduto l’anima al dio denaro.

Ecco perché questa terza guerra mondiale è una guerra di religione, perché è la guerra del dio  Mammona.

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