Della morale come scienza

Riprendo il tema della morale dalla definizione che ne dà il Rituale di Apprendista, volendo dimostrare che non è il contenuto letterale del Rituale a stabilirne il livello iniziatico, come molti erroneamente sostengono, adducendo inesistenti segreti e inutili proibizioni alla lettura e alla riflessione, ma il grado di comprensione, ossia la capacità acquisita di intus ligere, come afferma quel sé dicente, a ragione, «buon gottiere e compagnone» François Rabelais nel suo Gargatua e Pantagruel, indicando ad esempio la saggezza dei cani: “All’esempio del cane vi conviene esser saggi nel fiutare assaporare e giudicare questi bei libri dall’alto sugo, esser leggeri nell’avvicinarli, ma arditi nell’approfondirli. Poi con attenta lettura e meditazione frequente rompere l’osso e succhiarne la sostanziosa midolla, vale a dire il contenuto di questi simboli pitagorici, con certa speranza d’esservi fatti destri e prodi alla detta lettura”.

Nel Rituale di Apprendista si legge. “La morale è legge naturale, universale ed eterna che guida ogni uomo intelligente e libero”.

Ne consegue che la morale così intesa non è una legge particolare e non è collocabile nel tempo e, pertanto, anche il suo essere naturale non è ascrivibile alla natura naturata, ossia a zoé, ma alla natura naturans, ossia a phýsis, l’abisso, apeiron, il senza limite, l’arché, che si rende esplicita e conoscibile tramite le sue impronte: gli arché týpos. Archetipi il cui linguaggio è quello dei simboli, accessibile all’uomo intelligente, ossia a chi sa intus ligere ed è libero da schemi, da condizionamenti, da credenze.

La morale della quale è scritto nei Rituali è, pertanto, archetipale, direttamente derivata dall’arché e illuminata e resa conoscibile dal logos, che la mostra ad una conoscenza che è scienza.

La scienza, infatti, deriva dal latino scientia, dal significato di conoscenza attraverso un’attività di ricerca delle leggi che regolano i fenomeni e che, ben oltre il ristretto significato assegnatole dal XVI secolo in poi e, in particolare, dall’illuminismo e dal positivismo, nell’antichità aveva il significato di filosofia, ossia di amore per la sapienza divina.

La coscienza, dal latino conscire, è un sentimento che accompagna la scienza, ossia è il rendere proprio, come dato interiorizzato, ciò che la scienza ha dato modo di acquisire all’intelletto. In questo senso la morale, in quanto legge naturale universale ed eterna, è coscienza scientificamente spiegata ed è, com’è scritto nel Rituale d’Apprendista,  scienza ammirevole che fa apprendere i nostri doveri e l’uso ragionato dei nostri diritti.

La ricerca delle leggi che regolano i fenomeni, ossia di zoè, la natura universale naturata, consente l’apprendimento delle leggi che governano l’universo e che sono regole derivanti dalla Regola, ossia dalla morale dell’arché.

La morale della quale è scritto nel Rituale nulla ha a che fare con la morale intesa come costume di un popolo, di una nazione, di un tempo e di un luogo. Essa, è scritto nel Rituale, si rivolge ai puri di cuore per assicurare il trionfo della ragione e della virtù.

La ragione, ancella dell’intelligenza, dalla morale, intesa come Regola universale ed eterna della natura naturans, riceve la cono-scienza che è cum-scientia per i puri di cuore, ossia per coloro i quali si sono purificati dalla morale intesa come costume di un popolo, di una nazione, di un tempo e di un luogo.

Tale ragione rende evidente la virtù, intesa come il destino che riguarda ogni aspetto singolare dell’universo, se per destino si intende, come lo intendevano gli antichi, il cammino assegnato. Il destino degli astri era la loro orbita. L’essere umano, puro di cuore, ossia liberato dagli schemi, conoscendo se stesso conosce il proprio cammino e conseguentemente la propria virtù, che è esatta corrispondenza con il proprio destino.

La conseguenza della cono-scienza del proprio destino e della sua assunzione alla cum-scientia è la conoscenza dei propri doveri e dei propri diritti e del loro uso ragionato.

Qui si pone, in tutta la sua pregnanza, il tema del libero arbitrio.

Il destino di astro è la sua orbita e pertanto è suo dovere seguirla, altrimenti si crea un disastro.

Il destino di un essere umano, divenuto cosciente della morale universale e pertanto della legge che lo governa, come può esercitare il proprio diritto, il quale, essendo contemplato dalla morale universale è legge naturale, universale ed eterna? Qual è il suo diritto? Come si concilia l’uso ragionato del suo diritto con il suo dovere?

Sono questioni che rinvio ad ulteriori riflessioni.

Prima di procedere oltre, si rendono necessarie alcune considerazioni di ordine generale.

Nei Rituali si afferma che la Massoneria ha il suo fondamento nell’antico Egitto, pertanto è in quella cultura che andrebbero ricercati i riferimenti concettuali, non dimenticando che molti di essi sono stati assunti dalla cultura greca e, in particolare, dalla filosofia della scuola orfico-pitagorica.

Per molti secoli la Massoneria ha convissuto in Europa con il cristianesimo occupandosi delle arti che si riassumevano nel quadrivio e assentendo a quanto derivava dalla speculazione teologica e dalle arti del trivio, di competenza dei chierici.

L’Umanesimo e il Rinascimento hanno recuperato, sia pure mediate dall’ellenismo alessandrino, dallo gnosticismo e dal neo platonismo, parte della sapienza egizia, ma il confronto cruento tra il cristianesimo cattolico romano e i cristianesimi riformati ha suggerito di velare concetti stridenti con i dogmi dietro un velame di riferimenti biblici.

Nel XVII secolo i Rituali sono stati elaborati o rielaborati inserendo nuclei concettuali antichi all’interno di aree concettuali funzionali ad evitare la repressione.

Chiave di comprensione della ritualistica rivisitata e, in parte, elaborata ex novo, è il Prologo del Vangelo di Giovanni, che ci descrive la dinamica emanativa del Puro Pensiero nella molteplicità dei mondi.

La struttura dei Rituali è tale da introdurre tre livelli di apprendimento: sensoriale, animico, spirituale.

Tre livelli che geometricamente possiamo rappresentare con un cerchio inserito in un triangolo, a sua volta inserito in un quadrato.

 

Questa rappresentazione è perfettamente inseribile nella tradizione sapienziale egizia e nelle geometrie piramidali, alle quali appartiene la quadratura del cerchio, il rapporto aureo e il π e dove la geometrizzazione rende razionale l’irrazionale.

Dal vertice piramidale, ossia da un punto infinitamente piccolo, si diparte la manifestazione rappresentata dal quadrato di base: dall’infinitamente piccolo, ossia inesteso, all’esteso.

Il punto non ha dimensione e, conseguentemente, non ha tempo: è ni-ente; è l’Essere in sé, dal quale originano gli enti. Nel punto non c’è dualità, polarità, ma pura immobilità, infinito silenzio, assenza di colore; ma è dal punto che originano movimento, colori, suoni, estensioni spazio-temporali.

Nel ni-ente i concetti di bene e di male denotano la loro parzialità e si annullano, cosicché il Sommo Bene platonico si evidenzia solo come una sorta di Super Ente.

Il punto è il vuoto quantico, tenebra luminosa, mare in amore, dal cui orizzonte degli eventi  (evenire, venir fuori) emergono gli enti; è lo zero dal quale emergono gli infiniti 0,………… (zero virgola) che dai numeri irrazionali conducono ai numeri razionali.

Qui scientia e cum-scientia si cum-fondono. Sull’orizzonte degli eventi cum-paiono gli archè-týpos, le impronte dell’Arché: i Neter egizi, principi del Tre Volte Nascosto MN (Amon), il Nascosto, altro modo con il quale si è dato un nome all’Arché, prima che i Greci la definissero in tal modo.

Allo stesso modo nel Poimandres di Ermete Trismegisto, il Nous è definito archetýpon eidos, protoarcon e arches aperanton, ossia idea archetipica, principio anteriore e principio infinito. A lui Ermete dice: “Accogli la pura offerta sacrificale della parola, che viene da un’anima e da un cuore protesi verso di te, tu, ineffabile, indicibile, tu il cui nome è pronunciato dal solo silenzio”.

“Conosci te stesso è conoscerai il mondo e gli dei” è scritto sul frontone del tempio di Apollo (a-polloi), ossia dell’archetipo della riunificazione del molteplice (metallaghé) nell’Unità che non è l’uno, ma l’Unico e Tutto.

I metalli del Rituale d’Apprendista, ben oltre ogni significato moraleggiante, mostrano un significato ontologico: dalla molteplicità degli enti al ni-ente, con l’iniziato in cammino dal lumen naturae (zoé) al lumen nascosto (pýsis): Arché, Amon, Nous.

A che serve il trentatreesimo grado quando tutto è scritto , sia pur velato, nel Rituale di Apprendista?

Lasciamo ai Sovrani Grandi Ispettori Generali la riposta e, nel frattempo, procediamo.

Nella ritualità rivisitata e in parte rielaborata ex novo nel XVII secolo si propongono tre passaggi: corporal-sociale, animico, spirituale.

Ne riscontriamo la traccia evidente nelle tre domande poste all’iniziando nel Gabinetto di Riflessione.

La domanda relativa a se stesso implica la via spirituale, ossia la deva yana, la via degli archetipi che conduce all’orizzonte degli eventi, in prossimità del vuoto quantico, ossia nel giardino dell’etica. E’ la via di Osiride, il disperso riunificato e rinascente in Horus, la cui mitologia è sostrato evidente di quella hiramitica.

La domanda relativa alla patria implica la via animica, la pitri yana, la via dei padri. E’ la via di Iside, Signora dei Mani, la grande maga capace di agire sui campi energetici e morfogenetici; colei che apprese dal Nous demiurgo, emanazione del Nous tecnicos (in altre parole il Grande Architetto dell’Universo), consustanziale al Logos, la dottrina segreta del «Nero Perfetto», che è il segreto della fondazione del mondo (Ermete Trismegisto, estratto XXIII).

La domanda relativa all’umanità implica la via del mondo e della socialità; del qui e ora, dello spazio e del tempo. E’ la via di Ra, il dio sole di Eliopoli nell’antica religione egizia. Dalla V dinastia, quella del grande Unas, nella cui tomba sono scritti i Testi delle piramidi, (2510 a.C-2350 a.C. ), Ra divenne una delle principali divinità dell’Egitto, identificato principalmente con il sole di mezzogiorno: l’ora di inizio dei lavori dei massoni, che finiscono a mezzanotte, l’ora di Osiride. Ra veniva spesso accostato al dio Horus. La loro fusione originò il dio Ra-Horakhty, il cui nome significa Ra (Che è) Horus dei Due Orizzonti.

L’impegno fondamentale dell’iniziato è partire dal molteplice corporale, per risalire all’animico campo morfogenetico giardino delle energie e poi allo spirituale giardino dove spira il soffio dell’Arché.

La chiave giovannea ci apre lo scrigno della comprensione del cammino.

La via che porta del lumen naturae al lumen nascosto, dalla luce evidente alla luce implicita, dal bianco sfolgorante al nero luminoso, è la via del codice, alla quale ci introducono i numeri del Tempio, nelle loro relazioni, che inducono ragione e intuizione a cum-fondersi.

Il codice della vita è il Dna, rappresentato nel simbolo del caduceo dell’Asclepio e nel serpente del trentesimo grado, ma il Dna riserva molti enigmi antichi, che la moderna scienza va scoprendo e che l’antica scienza già conosceva.

Con il Dna ritornano i numeri “sacri”: il 3 e il 4, il 7 e il 12, il 22 e il 64.

Se una parte minima del Dna è il codice del campo morfogenetico individuale, la gran parte di esso, secondo recenti acquisizioni delle neuroscienze, contiene i codici che connettono ai campi morfogenetici dell’iperspazio, così che è il Dna a creare “varchi “ spazio temporali, costituendo la base biologica delle facoltà extrasensoriali. Le esperienze sciamaniche trovano riscontro nelle scienza.

L’intuizione qui recupera il suo status di scienza e di coscienza, poiché, come insegna il Prologo, il Logos, azione improntante della Pýsis-Archè, si fa Zoé, la quale è la luce degli uomini.

Il bios è parte di zoé, che è manifestazione di pýsis-archè e i codici del bios e di zoé illuminano la cono-scienza e, una volta interiorizzati, ossia resi coscienti, ci mostrano la morale naturale universale ed eterna, ossia la Regola con la quale l’Arché-Pýsis-Apeiron, con la sua azione che è Logos, impronta i mondi.

Apri la mente a quel che ti paleso

e fermavi entro; ché non fa scienza,

sanza lo ritenere, avere inteso.

Dante, Paradiso V 40.2

 Tutto è fisica, ossia Puro Pensiero nella sua immobilità e nella sua azione e la via della conoscenza è morale naturale universale ed eterna, scienza del modus operandi dell’Arché.

La ricerca scientifica partendo dalle leggi di zoé aspira a conoscere la legge del Tutto, che gli scienziati pensano essere semplice ed elegante.

La conoscenza del Tutto è semplice ed è sul confine dove l’etica si trasmuta in estetica, cosicché Minerva, raggiunta con il volontario eroico cammino di Ercole, partita da Venere ad essa ritorna, in un eterno divenire.

Il Rituale, dopo aver offerto una definizione di profondo significato, propone una serie di declinazioni che ne velano il contenuto, ma, correttamente avverte: “Da parte nostra ti abbiamo proposto definizioni che la Libera Muratoria ha adottato qualche secolo fa, pur sapendo che Libertà, Morale, Virtù non sono principi perfettamente uguali in ogni tempo o presso ogni popolo”. Appunto: non di quelle si tratta; non di quelle di allora e non di quelle di ora, frutto di tempo e di luogo.

Silvano Danesi

Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi, Liberi Accettati Massoni, Tradizione di Piazza del Gesù, Grande Oriente di Roma

 

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