La morale e la via iniziatica

 

Una delle cause della degenerazione della Massoneria e, conseguentemente, della sua funzione essenziale, è il pot pourrì, ossia il vaso marcio, moralistico, con il quale alcuni sedicenti massoni, a volte sedicenti potentissimi, celano la loro inconsistenza iniziatica.

Anche quando il ciarpame moralistico si eleva alla proposizione delle norme morali, questa è costretta nell’asfittico, incerto e ingannevole orizzonte transeunte dei costumi, delle abitudini e delle consuetudini.  Orizzonte che diviene tanto più ingannevole quando riguarda la vita pratica nel suo atto di scegliere tra il bene e il male: due concetti che, come è del tutto evidente, assumono significati diversi in ragione delle diverse culture dei popoli, delle diverse costruzioni ideologiche, delle diverse usanze e, infine, delle diverse convinzioni personali. A Sparta era un bene l’eugenetica che faceva uccidere i neonati deformi: pratica oggi ritenuta abominevole. Gli esempi sono molteplici e non è il caso, in questo contesto, di elencarli.

Lo stesso concetto di morale naturale è inesatto. La natura non ha usi e costumi, ma leggi che ne governano l’esistenza. Il leone mangia la gazzella non in base alla morale leonina, ma alla legge della sopravvivenza, la quale sottende quella della catena alimentare.

Potremmo qui aprire un’interessante discussione sul possibile livello di coscienza degli animali e dei vegetali e sul loro grado di libertà di scelta, ma ci stiamo occupando, per ora, degli esseri umani e del percorso iniziatico che essi possono intraprendere.

 L’ORIZZONTE MORALE

L’orizzonte morale, dunque, non ha nulla a che fare con un percorso iniziatico ed esoterico. L’edificare templi alla virtù, impegno costante proprio di un massone, non ha alcun rapporto con la morale.

L’areté non è virtù in senso moralistico e ha un valore più ampio e severo, quasi di nobiltà, conseguente al significato originario del vocabolo greco che indicava la capacità di assolvere bene il proprio compito. Capacità che implica necessariamente il conoscere il proprio compito, ossia, il conoscere se stessi. L’areté è pertanto la capacità conseguente alla conoscenza di noi stessi a divenire àristos, ossia eccellenti, i migliori. Essere virtuosi è sinonimo di essere eccellenti, i migliori, ossia di agire per fare il nostro meglio, per migliorare noi stessi in rapporto al nostro compito che discende dalla conoscenza di noi stessi.

Il vizio, per conseguenza, è l’incapacità, o la limitata capacità. Togliere il vizio è divenire capaci.

Quale vizio è peggiore dell’incapacità a riconoscere la propria incapacità e, quindi, a ritenersi capaci senza esserlo?

La Massoneria, come istituzione iniziatica ed esoterica, si pone il fine di favorire il miglioramento degli esseri umani, affinché riconoscano se stessi e il loro compito e ne siano capaci.

Il lavoro del massone è conseguentemente meta-morale, secondo l’accezione moderna del prefisso meta-, indicante zone di realtà analoghe a quelle che sono oggetto della scienza, al cui nome meta– è premesso, ma giacenti comunque al di là dei loro confini (metalinguaggio, metamatematica, metapsichica, metastoria, ecc.).

Il lavoro del massone è meta-morale anche nell’accezione del prefisso meta- come  trasformazione, in quanto guarda alla morale nel suo continuo mutamento e ne coglie la pregnanza contingente senza mai renderla assoluta. Il lavoro del massone non nega la morale, ma la colloca criticamente nel tempo e nel luogo e la valuta nel suo divenire storico.

Il lavoro del massone è meta-morale, in quanto va oltre il confine della morale e guarda all’orizzonte dell’etica.

L’ORIZZONTE DELL’ETICA

Se passiamo dall’orizzonte morale a quello etico, dobbiamo considerare l’etica non come un sistema valoriale, ma come un orizzonte di prossimità, di soggiorno presso gli dèi, che sono gli archetipi.

Ed è per questo motivo che il linguaggio proprio dell’iniziato è quello archetipico e simbolico.

Êthos significa “soggiorno”[1]. Scrive Eraclito (frammento B119): ” Êthos antropói daímon”. “L’uomo soggiorna presso gli dei”.[2] Il soggiorno dell’uomo è nel divino in quanto il divino è in lui e il divino si esprime tramite gli archetipi. Dal punto si dipartono gli archetipi come tanti i petali della rosa: archè typos, impronte dell’Arché, ossia dell’Essere Tutto-Uno.  E quella rosa è il luogo del soggiorno.

Come scrive Umberto Galimberti: “L’essere in quanto si annuncia indietreggiando e in quanto si espone sottraendosi, lascia nell’esposto una traccia di sé senza esaurirvisi, e quindi custodisce in sé ciò che, nell’ente esposto, non è espresso”. [3]

Gli archetipi sono il rosone multicolore delle tracce originarie dell’informazione (Puro Pensiero) nella forma; sono il giardino fiorito che sta sulla cima dell’axis mundi; sono i raggi della rota che si dipartono dal mozzo.

Un dio, un archetipo è la potenza di un aspetto della natura e della vita (quindi anche della vita umana) e ne rappresenta le virtù e i vizi (difetti, limitazioni).

L’archetipo, scrive Jung, è “un’immagine autonoma primitiva che, preconscia, è universalmente presente nella costituzione della psiché umana” e aggiunge che l’archetipo è “un contenuto autonomo dell’inconscio”. [4]

La potenza dell’archetipo è ben descritta da Jung. “Gli archetipi hanno questa proprietà comune con il mondo dell’atomo, il quale, proprio ai nostri giorni, dimostra manifestamente che, quanto più profondamente lo sperimentatore penetra nel mondo dell’infinitamente piccolo, tanto più devastatrici sono le somme di energia che incontra e che là giacciono avvinte. Non solo il campo fisico, ma anche la ricerca psicologica rivelano chiaramente che dall’infinitamente piccolo proviene la più grande efficacia”. [5]

Similmente la via iniziatica, nel viaggio che porta verso il centro di noi stessi, conduce al Sé, a quella perla di luce che è il risultato di una levigatura della pietra che l’ha resa così sottile da essere impalpabile, impercettibile ai sensi, ma lumen della nostra esistenza.

In questo viaggio verso la nostra goccia di luce agiscono gli archetipi. “L’archetipo in sé – ci avverte Jung – […] è un fattore invisibile, una disposizione che, in un dato momento dello sviluppo dello spirito umano, comincia ad agire ordinando il materiale della coscienza in figure determinate”. [6]

Ecco che il dialogo con gli archetipi si rende evidente all’iniziato ed ecco anche il sorgere del pericolo, in cui incorre l’iniziato, di essere posseduto da un archetipo senza averne coscienza ed ecco, pertanto, il senso vero e l’importanza della gradualità del percorso.

La gradualità non deriva da conoscenza di concetti, ma dalla frequentazione degli archetipi, per affrontare i quali è necessario acquisire la capacità di sintesi tra inconscio e coscienza. “La sintesi di coscienza e inconscio – scrive Jung – non si può attuare che attraverso una discussione cosciente con l’inconscio, e questa è possibile soltanto se si capisce il linguaggio dell’inconscio. Durante questa discussione noi ci imbattiamo nei simboli […] i quali agiscono anche se il nostro intelletto non li comprende, perché il nostro inconscio li riconosce come espressione di condizioni psichiche universali”. [7]

Se l’inconscio ri-conosce simboli ed archetipi il riconoscere è la chiave della conoscenza.

“I migliori discorsi –sostiene Socrate – non fanno che suscitare il ricordo in coloro che già sanno”.

Scrive Elémire Zolla: “Un’idea, insegna Socrate, non ci giunge dall’esterno: deve germogliarci nell’intimo e per fare in modo che nasca in altri, occorre agire con loro come fa l’agricoltore con la terra: egli prepara il suolo, lo concima, lo semina, cura i germogli, protegge gli steli”. [8]

Ecco il lavoro di un’Officina massonica: lavorare alla ri-conoscenza.

L’APPRENDIMENTO DELL’INIZIATO

Apprendere il linguaggio dei simboli è avviarsi sulla via della conoscenza degli archetipi e approssimarsi al soggiornare presso di essi, ossia all’eticità, che è la condizione verso l’apertura al disvelamento dell’Essere.

Apprendimento, quello del linguaggio simbolico, non facile né breve. “In effetti – scrive René Alleau – niente è più prossimo al linguaggio dei simboli di quello della musica. Per apprenderlo veramente è necessario rassegnarsi ad un lavoro ingrato e paziente di apprendimento di principi teorici”, ma anche “è scegliere di percepire delle vibrazioni armoniche e, in qualche modo, di divinare una musica dell’universo”. [9]

L’apprendimento del linguaggio dei simboli è metamorfico, trasformativo delle forme pensiero, degli schemi mentali, delle credenze esistenziali; scioglie le incrostazioni, sgretola le certezze, muove la staticità, incita al mutamento, accende il fuoco della ricerca; modifica le sinapsi, aprendo al cervello nuove opportunità cognitive.

L’apprendimento del linguaggio simbolico trasforma l’apprendista, il quale rimane comunque tale non per dichiarazioni inutili di falsa modestia, ma perché ogni simbolo rimanda all’ulteriorità e rende l’apprendimento infinito e l’apprendista perpetuo.

Il soggiornare presso l’Essere, questo farsi ospitare, è proprio del semnoteo,  ossia di colui che ha acquisito la lingua degli archetipi ed è in grado di rapportarsi ad essi. Nella sua tensione verso l’unità con l’Essere e nel suo essere osservatore, il semnoteo è contemplatore dell’Essere nel suo apparentemente paradossale rendersi evidente mentre si nasconde. Il semnoteo vive perennemente nei pressi dell’orizzonte della conoscenza, che si sposta costantemente, essendo la conoscenza infinita.

L’etica è, dunque, un soggiornare che implica una tensione conoscitiva verso l’Unità che si esplica nell’osservazione e nella contemplazione, ossia in una costante apertura, disponibilità al darsi dell’Essere. L’etica è tensione verso la conoscenza della sapienza del divino, dell’infinito campo informativo dal quale scaturiscono le realtà dei mondi.

Se l’universo, come ipotizzano gli scienziati, è essenzialmente informazione e i frammenti fondamentali di informazione sono i generatori dell’universo, il semnoteo modernamente inteso è colui che sa ricevere le informazioni che promanano dal campo informativo che chiamiamo l’Essere.

Praticare l’etica è praticare il soggiorno ed è rendersi disponibili alla conoscenza. L’essere umano etico è colui che segue la via della conoscenza, la quale presuppone il libero pensiero, scevro da dogmi, verità rivelate, schemi mentali e pregiudizi e, conseguentemente, da ogni morale.

L’etica non è una costellazione valoriale, derivante da un Superente, come il platonico Sommo Bene, ma tensione conoscitiva, un aprirsi alla conoscenza, un’accettazione del costante sopravvenire del nuovo.

Essere semnotei significa essere disponibili ad ascoltare l’Essere, la voce dell’Essere che nell’orizzonte dell’apparire dà all’uomo notizie degli enti.

LA PÝSIS NON È MORALE

Phýsis, nel pensiero dei presocratici, è l’apparire dell’Essere. Quando “i primi filosofi pronunciano la parola phýsis, essi – scrive Emanuele Severino – non la sentono come indicante quella parte del Tutto che è il mondo diveniente. …..Phýsis è costruita dalla radice indoeuropea bhu, che significa essere e la radice bhu è strettamente legata (anche se non esclusivamente, ma innanzitutto) alla radice bha, che significa «luce» e sulla quale è appunto costruita la parola saphés”[10] , dove saphés significa chiaro, manifesto, evidente, vero.

“La vecchia parola phýsis significa «essere» e «luce» e cioè l’essere nel suo illuminarsi”.[11]

Phýsis è “il Tutto che si mostra”[12] come verità incontrovertibile.

Non vi è, pertanto, una morale naturale, ma leggi naturali, che mostrano il Tutto nella sua verità incontrovertibile. V’è una natura naturans, la phýsis, e vi è una natura naturata, zoé, la vita naturale universale.

Studiare le leggi di natura significa avvicinarsi alla verità, sia essa intesa come orthotès (esatta corrispondenza, riguardo a zoé), sia come aletheia (disvelamento, riguardo alla phýsis).

Severino ci ricorda che kósmos deriva dalla radice indoeuropea kens. “Essa – scrive il filosofo bresciano – si ritrova anche nel latino censeo che, nel suo significato pregnante significa «annunzio con autorità»: l’annunziare qualcosa che non può essere smentito, il dire qualcosa che si impone. Ci si avvicina al significato originario di kósmos se si traduce questa parola con «ciò che annunziandosi si impone con autorità». Anche l’annunziarsi è un modo di rendersi luminoso. Nel suo linguaggio più antico, la filosofia indica con la parola kósmos quello che essa indica con la parola phýsis: il Tutto, che nel suo apparire è la verità innegabile e indubitabile”. [13] Kosmos non è mondo, ma “invisibile armonia sottesa al chaós”[14]

Ordo ab chao non è, pertanto, ordinare il caos, ma estrarre l’ordine, ossia il kosmos, dal chaós.

Sempre Severino, alla cui chiarezza espositiva ci affidiamo, scrive che epistéme, comunemente tradotto con scienza, è “lo «stare» (stéme) che si impone «su» (epí) tutto ciò che pretende negare ciò che «sta»: lo «stare» che è proprio del sapere innegabile e indubitabile e che per sua innegabilità e indubitabilità si impone «su» ogni avversario che intenda negarlo o metterlo in dubbio. Il contenuto di ciò che la filosofia non tarda a chiamare epistéme è appunto ciò che i primi pensatori (ad esempio Pitagora ed Eraclito) chiamarono kósmos e phýsis”. [15]

La vera scienza è, dunque, la comprensione della  phýsis, del Tutto che si mostra.

Phýsis è kósmos ed è epistéme e phýsis è il rendersi evidente, l’apparire dell’Essere che, tuttavia, rimane nascosto.

“Se il mondo è phýsis che «dischiudendosi si manifesta», l’uomo si lascia sorprendere dallo stupore proprio di chi si meraviglia di fronte allo spettacolo cosmico che si dispiega”. [16]

Della manifestazione dell’Essere sono impronte gli archetipi, riuniti attorno all’Essere come i petali di una rosa. L’immagine dantesca qui ci sovviene e ci sostiene.

Gli archetipi sono dunque le immagini principiali dell’Arché, ossia dell’Essere da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano.

IL “TOCCO” DELL’INTELLIGGIBILE

Il massonico concetto di Architetto dell’Universo (archi-tékton, capo costruttore) è traducibile nel principio che costruisce l’esistente, ossia il Logos, il quale, in quanto agente dell’Arché, rende esplicito ciò che è implicito, evidente ciò che è nascosto, manifesto ciò che è immanifesto: è l’Essere nel suo rendersi evidente nel limite, ossia nello spazio tempo.

L’iniziato, conoscendo se stesso e, conseguentemente il suo compito nel suo transito nel manifesto, si armonizza con l’Architetto dell’Universo e diviene a sua volta archi-tékton, collaboratore del Logos, operaio nel cantiere degli archetipi.

La personificazione dell’iniziazione è la dea Telete, ossia un archetipo, il cui significato è il compimento dell’opera.

I Greci hanno chiamato teleté e i latini initia i misteri, dove mistero, da mýo, ha il significato di serrato, racchiuso, come racchiusa e serrata è l’Arché.

“Scrive Aristotele – ci ricorda Calasso – che l’iniziazione non è altra cosa della filosofia, ma una sua «parte», e precisamente l’ultima parte, quella che permette di possedere «il fine ultimo» della filosofia. Ma in che cosa consiste? In una folgorazione che «attraversa l’anima balenando come un lampo» ed è «il pensiero dell’intelligibile»: occasione «unica» per «toccare e contemplare». La teoresi non è pura visione di ciò che è, ma qualcosa che permette di toccare (thigeîn, verbo assai comune e del tutto fisico) ciò che è. Tuttavia di questo contatto il pensiero esoterico non parla, come se gli fosse precluso. Perciò occorre l’iniziazione, se si vuole raggiungere questa estremità dove la filosofia finisce”. [17]

Quel «toccare» apre uno spunto di riflessione assai importante, riguardante il percorso iniziatico, così come ci viene tramandato, per quanto ci è dato di conoscere, in relazione agli antichi riti misterici.

Un interessante parere, dovuto all’autorevolezza e alla finezza intellettuale del suo estensore, è il commento teologico del cardinale Ratzinger (in seguito Benedetto XVI) alla pubblicazione del terzo segreto di Fatima.

Affrontando il tema della struttura antropologica delle rivelazioni private, il cardinale Ratzinger scrive che l’antropologia teologica distingue,  in questo ambito, tre forme di percezione o « visione »: la visione con i sensi, quindi la percezione esterna corporea, la percezione interiore e la visione spirituale, intellettuale, come quella che si trova negli alti gradi della mistica (visio sensibilis – imaginativa – intellectualis).

La percezione interiore, scrive Ratzinger, “ha per il veggente una forza di presenza, che per lui equivale alla manifestazione esterna sensibile”.

“Vedere interiormente – spiega Ratzinger – non significa che si tratta di fantasia, che sarebbe solo un’espressione dell’immaginazione soggettiva. Piuttosto significa che l’anima viene sfiorata dal tocco di qualcosa di reale anche se sovrasensibile e viene resa capace di vedere il non sensibile, il non visibile ai sensi — una visione con i « sensi interni ». Si tratta di veri « oggetti », che toccano l’anima, sebbene essi non appartengano al nostro abituale mondo sensibile. Per questo si esige una vigilanza interiore del cuore, che per lo più non c’è a motivo della forte pressione delle realtà esterne e delle immagini e pensieri che riempiono l’anima. La persona viene condotta al di là della pura esteriorità e dimensioni più profonde della realtà la toccano, le si rendono visibili”.

“La «visione interiore » non è fantasia – specifica Ratzinger-, ma una vera e propria maniera di verificare […]. Ma comporta anche limitazioni. Già nella visione esteriore è sempre coinvolto anche il fattore soggettivo: non vediamo l’oggetto puro, ma esso giunge a noi attraverso il filtro dei nostri sensi, che devono compiere un processo di traduzione. Ciò è ancora più evidente nella visione interiore, soprattutto allorché si tratta di realtà, che oltrepassano in se stesse il nostro orizzonte. Il soggetto, il veggente, è coinvolto in modo ancora più forte. Egli vede con le sue possibilità concrete, con le modalità a lui accessibili di rappresentazione e di conoscenza. Nella visione interiore si tratta in modo ancora più ampio che in quella esteriore di un processo di traduzione, così che il soggetto è essenzialmente compartecipe del formarsi, come immagine, di ciò che appare. L’immagine può arrivare solo secondo le sue misure e le sue possibilità. Tali visioni pertanto non sono mai semplici « fotografie » dell’aldilà, ma portano in sé anche le possibilità ed i limiti del soggetto che percepisce”.

Le immagini sono piuttosto, aggiunge ancora Ratzinger, “per così dire, una sintesi dell’impulso proveniente dall’Alto e delle possibilità per questo disponibili del soggetto che percepisce […]. Per questo motivo il linguaggio immaginifico di queste visioni è un linguaggio simbolico”.

Thigeîn: toccare, essere toccati.  La via iniziatica non è solo mente e razionalità; è esperienza.

Il vocabolo teleté ha in comune con telos (risultato, obbiettivo) la radice tel-, che ha il significato di completamento, di portare a compimento.

Pertanto l’iniziato è colui che porta a compimento un obiettivo: il suo progetto di vita, il suo compito, qualunque esso sia, conoscibile conoscendo se stesso. Conosci te stesso e conoscerai gli dèi (ossia gli archetipi) e il mondo.

Come è possibile conoscere se stessi se anziché esercitare il libero pensiero, la disponibilità totale a conoscere, ci occupiamo di morale, ossia di costumi, di abitudini o, peggio, di sistemi ideologici volti al dominio?

Lasciamo fare ai moralisti il loro mestiere assai profano. Noi abbiamo altro da fare.

Silvano Danesi

Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale Italiana degli Antichi Liberi Accettati Massoni, Tradizione di Piazza del Gesù, Grande Oriente di Roma

 

[1] “Il soggiorno dell’uomo è il divino che è in lui”, M.Heiddeger, Lettere sull’umanesimo, cit. in Umberto Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[2] Umberto Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[3] Umberto Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[4] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

[5] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

[6] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

[7] Carl Gustav Jung, La simbolica dello spirito, Fabbri

[8] Elémire Zolla, Archetipi, Aure, Verità segrete, Dioniso errante, Marsilio

[9] René Allau, La science des syymboles, Payot

[10] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[11] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[12] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[13] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[14] Umberto Galimberti, Tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[15] Emanuele Severino, La filosofia antica, Rizzoli

[16]Umberto galimberti, il Tramonto dell’Occidente, Feltrinelli

[17] Roberto Calasso, Il cacciatore celeste, Adelphi

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