Benedetto XVI: genialità e coraggio in poche righe

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La genialità che traccia in poche righe il programma politico per le democrazie europee è possibile? La risposta è: si, e la dimostrazione è in quanto ha scritto Benedetto XVI nel messaggio inviato al Simposio tenutosi a Varsavia, organizzato dalla Conferenza dell’Episcopato polacco, nell’occasione del novantesimo compleanno del Papa cattolico. Simposio dal titolo impegnativo: “Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”.

Nel suo saluto al convegno, infatti, Benedetto XVI, con la lucidità mentale che ha sempre mostrato e che è, evidentemente, intatta e creativa, in poche righe ha identificato il punto cruciale del programma politico necessario alla sopravvivenza delle democrazie europee: sviluppare “una concezione convincente dello Stato”.

“Il tema scelto – scrive il Papa dei cattolici – porta Autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro Continente. Il confronto fra concezioni  radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente  che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle.  Nel travaglio dell’ultimo mezzo secolo, con il Vescovo-Testimone Cardinale  Wyszyński e con il Santo Papa Giovanni Paolo II, la Polonia – conclude Benedetto XVI – ha donato all’umanità due grandi figure, che non solo hanno riflettuto su tale questione, ma ne hanno  portato su di sé la sofferenza e l’esperienza viva, e perciò continuano ad indicare la  via verso il futuro”.

I due radicalismi indicati da Benedetto XVI, se ci riferiamo all’Europa, sono ormai ridotti di fatto ad uno, in quanto le nazioni ove erano presenti regimi che proclamavano l’ateismo di Stato sono sparite o in via di sparizione, con il fallimento dell’esperimento comunista in Russia e nei paesi satelliti. La Russia è oggi un paese che ha recuperato le sue radici ortodosse.

Rimane drammaticamente aperta la questione dei movimenti islamistici.

“L’Islam, che non è identificabile col terrorismo – scrive Antonio Socci (Libero Quotidiano, 22 aprile 2017) – è una concezione globale, della società, della giurisprudenza e dello Stato (come vediamo nei Paesi arabi e islamisti) ed è difficilmente compatibile con la liberal-democrazia e la modernità occidentale”.

Ecco il punto. L’Islam è difficilmente compatibile con la liberal-democrazia e la modernità occidentale e, come dice Benedetto XVI, con lucidità e coraggio, “il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno”.

Non mancano coloro i quali ci ricordano che l’Islam in quanto tale va distinto dai movimenti radicali. Non manca anche chi ci ricorda che nei secoli ci sono state correnti islamiche che hanno saputo porsi in posizione di dialogo e citano i Sufi o gli Ismailiti.

Il Sufismo si manifestò intorno all’800 d.C. in ambiente musulmano, ma le sue fondamenta inglobano componenti mazdee e sabee, platoniche e gnostiche e i Sufi sono  gli eredi dell’Accademia platonica bandita dall’imperatore Giustiniano nel 529.

Gli ismailiti, altra corrente a volte richiamata come dialogante, hanno sempre dato grande rilevanza agli aspetti esoterici dell’Islam.

In tempi recenti non sono mancati coloro i quali ritengono riformabile l’Islam, ma sono rimasti una voce clamante nel deserto e spesso sono stati perseguitati.

A tutt’oggi, pertanto, ha ragione Magdi Cristiano Allam, il quale ci ricorda che, secondo la tesi prevalente e quasi universalmente accettata, per i musulmani il “Corano è Allah stesso, è della stessa sostanza di Allah, opera increata al pari di Allah, a cui ci si sottomette e che non si può interpretare perché si metterebbe in discussione lo stesso Allah”.

Magdi Cristiano Allam ricorda la tesi minoritaria del Corano “creato” e, pertanto interpretabile,  e cita la scuola Mu’tazilita dei “liberi pensatori”, il cui Califfo Al Ma’mun (813-833 d.C) elevò a dottrina di Stato la tesi del Corano “creato”, affermando la sua possibile interpretazione e storicizzazione. Averroé (1126-1198) ne sostenne la possibile interpretazione allegorica. Altri teologi illuminati sono seguiti, ma ci rammenta Magdi Cristiano Allam, “sono stati tutti condannati per eresia, costretti alla fuga o giustiziati, mentre le loro opere sono state date alle fiamme”. [1]

Benedetto XVI, nel porre con coraggio e lucidità il tema della riflessione centrale per la salvaguardia della libertà e della democrazia nel Continente europeo, punta l’attenzione sui due radicalismi dello Stato ateo e di quello teocratico degli islamismi e pone la questione di lavorare ad una “concezione convincente dello Stato”.

Il punto di partenza è lo Stato laico

In questa elaborazione di una concezione convincente, il punto di partenza è lo Stato laico, che non va confuso con un laicismo che sconfina nell’indifferenza, nell’ignavia o, peggio, nella voluta distruzione della stessa idea di Stato, come pare voglia il mondialismo finanziario.

Nella Dichiarazione approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 dal titolo: “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” è scritto che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” e che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”.

All’art. 18 si legge: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”.

L’articolo 19 è ancora più chiaro: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione  e quello di cercare, ricavare e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

L’articolo 21 afferma un principio che è la base della democrazia: “La volontà popolare è il fondamento dell’autorità di governo”.

Questo concetto, di fondamentale importanza, è alla base della moderna accezione di democrazia, che fonda la legittimità  dei governi sulla sovranità popolare.

E’ pertanto il popolo la fonte del diritto, in quanto è dalle istituzioni che sorgono dalla sua sovranità, che sono emanate le norme che regolano la vita della nazione.

Élite di sapienti, di saggi, di intellettuali, di religiosi hanno la possibilità di elaborare idee e di diffonderle, di essere progettuali e di proporsi come riferimenti ideali, ma non hanno il diritto di espropriare il popolo della sua sovranità.

La storia dimostra che ogniqualvolta una élite ha espropriato il popolo della sua sovranità ha prodotto forme di governo che nulla hanno a che spartire con la democrazia e che spesso si sono volte verso dittature più o meno evidenti.

L’Europa dei finanzieri mondialisti distrugge lo Stato

L’Europa preda del sistema finanziario e della burocrazia che di quel sistema è vassalla è un’Europa che va delegittimando gli Stati e il concetto stesso di Stato, perché guarda ad un mondialismo indifferenziato, ove tutti i gatti sono bigi e l’unica luce è Mammona, il denaro, con il suo coregnante: il mercato.

Lo Stato, in questa visione del mondo, perde ogni significato e lascia spazio ad un relativismo  funzionale al business, che rappresenta il solo parametro di riferimento per l’umanità. Un’umanità il cui unico dio si vuole sia Mammona e i suoi nuovi sacerdoti i finanzieri.

La prima questione da risolvere, pertanto, per procedere nella direzione indicata da Benedetto XVI, è di ripensare il concetto di Stato e di restaurarne la sovranità, che nasce dalla fonte del diritto che in democrazia è il popolo e non i banchieri e i burocrati.

Qui, sul tema del mondialismo, è evidente la differenza abissale tra le idee del Papa dei cattolici Benedetto XVI e Papa Francesco, le cui esternazioni si allineano alle teorie di Soros e degli “illuminati” frequentatori di Davos.

L’Islam è difficilmente compatibile con lo Stato democratico

Veniamo alla questione degli islamismi.

La Dichiarazione Universale non è stata sottoscritta dagli Stati membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, i cui ministri degli esteri, il 5 agosto 1990, alla fine della XIX Conferenza Islamica hanno sottoscritto una “Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam” ove all’art.1 è scritto: “Tutti gli esseri umani formano un’unica famiglia i cui membri sono uniti dalla sottomissione a Dio e dalla discendenza da Adamo”.

All’articolo 12  è scritto: “Ogni uomo ha il diritto, nel quadro della Shari’ah di muoversi liberamente….”. La Shari’ah viene richiamata più volte e all’articolo 25 è scritto: “La Shari’ah Islamica è la sola fonte di riferimento per l’interpretazione di qualsiasi articolo della presente Dichiarazione”.

Nella introduzione alla Dichiarazione Universale Islamica dei diritti umani elaborata il 19 settembre 1989 è scritto: “I diritti umani nell’Islam sono fermamente collegati all’idea che Dio, e Lui solo,  “sia il Legislatore e la Fonte di tutti i diritti umani…” e che la Dichiarazione è basata sul Corano e sulla Sunna del Profeta…”.

Inoltre è scritto che ogni “individuo ha il diritto di esprimere il suo pensiero e le sue convinzioni purchè rimanga nei limiti prescritti  dalla Legge”, ove per legge si intende la Shari’ah.

Le diversità tra la Dichiarazione del 1948 e quelle islamiche sono eclatanti e radicali e non è possibile fingere che non lo siano.

La questione centrale della tolleranza

Le differenze tra le dichiarazioni pongono una questione più generale: la tolleranza.

 Il tema della tolleranza, impostosi con la forza della necessità nell’Europa insanguinata dalle guerre di religione e affermatosi con la forza della ragione, si è ulteriormente imposto come drammatica necessità anche nella prima metà del XX secolo, quando i figli dell’idea dello Stato etico, nuova religione laica, hanno insanguinato il vecchio continente, portando la protervia del potere del Leviatano a livelli orribili di inumanità.

Fascismo, comunismo, nazismo hanno massacrato l’Europa dalla Manica agli Urali e hanno seminato nel mondo i loro semi malefici, che ancora oggi danno origine a piante velenose e infestanti.

Nello scorcio di fine millennio e, drammaticamente, in questo esordio  di inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio, il tema della tolleranza si impone con la forza della necessità per l’insorgere minaccioso della violenza del fanatismo islamico, che intende costituire nel mondo uno stato teocratico contrario ad ogni principio di libertà individuale e di pensiero e alieno ad ogni forma di democrazia.

Libertà personale e di pensiero, democrazia, parità dei sessi, sono conquiste del continente europeo e sono frutti delicati. Questi valori sono, pertanto, nostri e come tali vanno difesi.

L’intolleranza – ci avverte Salvatore Veca – si mostra come “promessa di reciprocità violata e negata, non mantenuta”. [2]

Come afferma Voltaire, “bisogna dunque che gli uomini comincino con non essere fanatici per meritare la tolleranza”. [3]

Il fanatismo si è spesso presentato vestito dai panni delle religioni. Oggi ne abbiamo una prova evidente nel fanatismo islamico, ma l’Europa ha conosciuto nel passato gli orrori del fanatismo cristiano al quale sono rivolte le osservazioni di Voltaire e di quanti, tra il ‘600 e il ‘700 hanno indirizzato le loro riflessioni al concetto di tolleranza.

Bayle, nel Commentaire philosophique contesta la lettura agostiniana del versetto biblico (Luca XIV, 23) “costringerli ad entrare” con il quale si giustificava il ricorso alla forza nelle conversioni. Oggi c’è chi vuol costringere il mondo a convertirsi alla shari’a.

“Ci sono – scrive il teologo cattolico Vito Mancuso – una fede vera e una fede falsa. La fede vera si nutre delle interrogazioni radicali della vita perché sa di essere al servizio della vita e pensa di valere non per se stessa, ma unicamente in funzione del cammino verso la verità. E’ la verità che salva, non la fede. La fede ha senso solo se, senza identificarsi con la verità, pone se stessa al servizio della verità in quanto fiducia che la verità esista, e poi sua ricerca appassionata (infatti, non si cerca una cosa se non se ne conosce, o almeno se ne spera, l’esistenza). La fede falsa, invece, non cerca; sa già, è ideologia”. [4]

Il fanatismo si è anche rivestito con i panni delle ideologie, come quelle del comunismo, del nazismo e del fascismo, figlie dello Stato etico hegeliano. “La filosofia di Hegel è, per Popper, apologia di Stato prussiano e del mito dell’orda; costituisce l’arsenale dei moderni movimenti totalitari…”. [5]

Lo Stato deve essere intollerante con gli intolleranti

La tolleranza politica è elemento costitutivo degli stati liberali e del liberalismo. Lo stato di diritto è lo stato che elimina la violenza e che è intollerante unicamente con gli intolleranti.

In questa intolleranza con gli intolleranti cominciamo ad intravvedere il limite della tolleranza. Un limite che, se non osservato, può tramutarsi in accondiscendenza, connivenza, vigliaccheria oppure, ed è peggio, in voluta indifferenza per costruire un mondo di esseri umani indifferenziati e uguali solo nel loro essere consumatori, nuovi servi della gleba del sistema finanziario burocratico.

Tra tolleranza e libertà di pensiero c’è un rapporto inseparabile

La tolleranza, virtù dell’incontro, non può pertanto essere esercitata nei confronti di chi non vuole l’incontro, ma la sottomissione, la conversione, l’adesione ad un’ideologia, ad una religione, ad uno schema. Qui la virtù della tolleranza ha il suo limite e deve trasmutarsi nella virtù del respingimento dell’intollerante che vuol sottomettere. Alla tracotanza e all’aggressione si risponde con la forza della legittima difesa. Altrimenti non si è tolleranti; si è vigliacchi.

Tra la tolleranza e la libertà di pensiero vi è un rapporto biunivoco inseparabile.

Nell’Avvertimento degli editori all’edizione di Kehl del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire, il concetto è espresso in modo chiaro: “Libertà di pensiero e tolleranza sono sinonimi”. “Tutte le volte che gli uomini hanno la libertà di discutere – afferma ancora l’Avvertimento – la verità finisce per trionfare da sola”.

“Si conosce abbastanza – scrive Voltaire – quanto sono costate le dispute dei cristiani intorno al dogma: hanno fatto scorrere il sangue, sia sui patiboli, sia nelle battaglie, dal quarto secolo fino ai giorni nostri”. [6]

Nell’Editto di Milano (313) si afferma che “…..la libertà è garantita anche ad altri che desiderino seguire le loro proprie pratiche religiose….. ciascuno abbia la libertà di scegliere e di adorare qualsiasi divinità preferisca”. Tuttavia, pochi decenni dopo, con l’Editto di Teodosio, il cristianesimo è diventato intollerante e persecutore non solo delle religioni tradizionali, ma anche dell’ebraismo.

Nel VI secolo Cassiodoro, ministro di Teodorico, scrive: “Non possiamo imporre la religione, perché nessuno è costretto a credere contro la propria volontà”, o, anche: “poiché Dio sopporta l’esistenza di tante religioni, noi non osiamo imporne una sola”.

Sono ideali di tolleranza nati nel seno del diritto romano e subito contraddetti dalla violenza del cristianesimo imperante.

Per procedere nella linea tracciata da Benedetto XVI non bisogna dimenticare gli errori e gli orrori della storia, da qualsia parte essi siano originati.

L’impotenza colpevole della Massoneria

Fatte tutte queste considerazioni, ne rimane, per ora, una: la Massoneria, che ha svolto nei secoli un’importante ruolo nell’elaborare le idee che stanno alla base dello Stato democratico e liberale è ora capace di dare un contributo all’altezza della sfida lanciata da Benedetto XVI?.

La domanda implica una risposta deprimente e attiva altre domande e altre risposte.

Esiste una Massoneria unitaria dei paesi che compongono la Comunità europea? La risposta è semplice: no.

Esiste una possibilità concreta che le massonerie europee contribuiscano insieme ad elaborare le linee politiche di quel salto necessario che la Comunità europea deve compiere per non implodere? La risposta è semplice: no.

La Massoneria italiana, frammentata in centinaia di piccole realtà litigiose, è in grado di dare il suo contributo alla sollecitazione di Benedetto XVI? La risposta, purtroppo, è: no.

E tuttavia, al deprimente panorama, sopravviene un imperativo che dovrebbe sollecitare tutti i Massoni che si sentano tali e che si sono impegnati, sin dai primi passi della loro iniziazione, a lavorare su se stessi, per la Patria e per l’Umanità.

Forse, dati i tempi che corrono, è ora di dar seguito alle dichiarazioni fatte e di abbandonare l’ossessiva ricerca di patenti, legittimazioni, discendenze e inutili paranoiche autogratificazioni e mettersi al lavoro, usando la testa ed esercitando la volontà e non soggiacendo alle paranoie e agli egoismi, individuali o collettivi, che sembrano essere la malattia devastante della Massoneria italiana.

Non c’è molto tempo.  Non a caso Benedetto XVI parla di urgenza.

Silvano Danesi

[1] Magdi Cristiano Allam, Il Corano, Biblioteca della libertà.

[2] Salvatore Veca, Introduzione a Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[3] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[4] Vito Mancuso-Corrado Augias, Disputa su Dio, Mondadori

[5] Dario Antiseri, Introduzione a Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, Il Mulino

[6] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

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