La sapienza che salva scolpita nei libri di pietra

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L’antica sapienza si esprime con gli archetipi e con i simboli, elementi del linguaggio primordiale e universale. Simboli e archetipi sono come capsule del tempo: trasmettono nei secoli concetti primordiali, senza che possano essere corrotti dalle traduzioni. Ogni generazione li può riprendere, riattivare, riproporre senza che ne venga svilito il significato originario
Collegarsi al mondo degli archetipi è assai importante, in un mondo massificato e entro il quale operano ideologie che puntano a fare degli esseri umani dei consumatori senza identità. Collegarsi agli archetipi, frequentare i simboli è una cura costante contro la predominanza della coscienza collettiva o, peggio, delle ideologie massificanti.L’antica sapienza si esprime con gli archetipi e con i simboli, elementi del linguaggio primordiale e universale. Simboli e archetipi sono come capsule del tempo: trasmettono nei secoli concetti primordiali, senza che possano essere corrotti dalle traduzioni. Ogni generazione li può riprendere, riattivare, riproporre senza che ne venga svilito il significato originario.

Come scrive Jung, “la coscienza soggettiva deve evitare l’identificazione con la coscienza collettiva riconoscendo sia la sua ombra che l’esistenza e l’importanza degli archetipi. Questi ultimi sono una efficace difesa contro la forza bruta della coscienza collettiva e la psiche di massa che a essa si accompagna”. [1]

Frequentare archetipi e simboli ha una valenza soteriologica e i libri di pietra di questa valenza soteriologica sono i veicoli e i migliori strumenti della Tradizione, che è il trasferimento non corrotto di antiche conoscenze.

Un esempio interessante ci viene da quanto afferma Alberto Cesare Ambesi, il quale, nel suo: “L’enigma dei Rosacroce” (Mediterranee), nell’affrontare il tema delle radici della tradizione rosacrociana, scrive che “merita di essere rilevato che la prima fioritura della rosa in associazione con la croce avvenne proprio sulla versione della croce equilatera. Intendiamo – aggiunge – riferirci alla figurazione sul retro dell’altare fatto erigere fra il 737 e il 744 dal duca longobardo Ratchis, poco prima di essere eletto sovrano del suo popolo”. [2]

“La croce – aggiunge Ambesi – aveva già rivestito presso i Longobardi pagani un duplice valore di talismano e di insegna di censo. I successivi passaggi prima all’Arianesimo e poi al Cattolicesimo ebbero perciò il potere di caricare il segnacolo di nuovi significati, senza che si perdessero del tutto quelli anteriori. Si può arguire infatti nei documenti coevi (per es. dalla Passio Barbati episcopi et martyris, sec. VI-IX), che, sebbene battezzati, i Longobardi osservavano ancora gli ancestrali riti pagani…”. [3]

Il riferimento offertoci da Alberto Cesare Ambesi ci è utile per affrontare la questione della Tradizione non con il supporto dei testi scritti, ma di un’opera d’arte lapidea, costruita dalle sapienti mani di un artigiano lavoratore della pietra che, a tutti gli effetti possiamo definire un massone.

Per comprendere la simbologia dell’altare, nella parte che per ora ci interessa, ossia quella relativa alla rosa e alla croce, dobbiamo contestualizzare l’opera tenendo in opportuna considerazione la cultura del committente, come del resto ha fatto Ambesi nel citare l’opera.

Il riferimento agli ancestrali riti pagani colloca l’opera nel contesto più ampio, relativo ai popoli indoeuropei.

Vediamo, pertanto, di trarre dai simboli scolpiti nella pietra, qualche elemento significativo del messaggio che colui che ha realizzato l’opera ci ha voluto trasmettere tramite il suo libro di pietra.

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Le due croci hanno al proprio centro una “rosa” o “rota” che è un simbolo che nella cultura celtica e norrena rappresenta il sole.

Troviamo questo simbolo nel calderone di Gundestrup, che ci ha dato molte informazioni sulla ritualità celtica e norrena, così come è presente in molte steli scolpite della zona alpina. Anche per questo motivo, il simbolo è spesso definito: “Il sole delle Alpi”.

 

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Sopra, il calderone di Gundestrup e, a destra, il “Sole delle Alpi” conservato al Louvre

Siamo, in presenza di un simbolo che rappresenta il sole, l’astro diurno che i Celti associavano a Lug, il luminoso, altrimenti detto Belenos, da bel, splendente.

Non è qui il caso di approfondire la figura di Lug o il rapporto dei Celti e delle popolazioni norrene con il sole, ma, sempre il calderone di Gundestrup ci fornisce una traccia che potrebbe avvalorare l’origine di una condivisione del simbolo con le popolazioni della valle dell’Indo. Cosa non impossibile, del resto, dal momento che le popolazioni, cosiddette Arie, sono appunto indoeuropee, ossia sono migrate a est verso la Valle dell’Indo e a ovest verso l’Europa (Celti, Germani, Dori, ecc.).

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Il dio celtico Lug, sul calderone di Gundestrup è raffigurato in posizione yogica, contornato da animali e dotato di corna, così come l’indovedico Pashupati.

Cristiano Brandolini, in un articolo pubblicato su “Terra Insubre” trimestre 2010, scrive, riguardo al Sole delle Alpi, che alcuni studiosi affermano che sia “giunto a noi tramite i Caldei prima dall’India, e più precisamente dalla Valle dell’Indo, dove a sua volta vanta origini antichissime. L’interpretazione fornita si basa sulla simbologia legata ai numeri 6 e 7 (6 foglie più il centro), sacri allo Shaktismo e al Tantra: il 6, cioè, rappresenterebbe le 6 Shakti, ossia le forze femminili che sorreggono l’universo nella tradizione tantrico-shivaita, risalente alla cultura matriarcale dell’India pre-ariana (civiltà della Valle dell’Indo). Qui infatti troviamo già il nostro simbolo associato a Shiva Pashupati, signore della natura. Tramite i Caldei questa simbologia sarebbe poi passata nel medio e vicino Oriente e quindi in Europa”.

Lo stesso simbolo è presente in una stele etrusca (sotto a sinistra)e nel tempio di Osiride ad Abydos (sotto a destra).

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Il simbolo presente sull’altare di Rachtis è figlio della cultura norrena e celtica, e pertanto è un simbolo a tutti gli effetti inscrivibile nella cultura longobarda, ma ha un significato universale in quanto rappresenta il sole.

Il simbolo solare è inscritto in una croce che indica le quattro direzioni, delle quali il sole è il centro.  Le due croci contengono simboli diversi l’una dall’altra: in una vediamo solo losanghe, simbolo femminile, e nell’altra oltre alle losanghe anche rettangoli e un quadrato con le diagonali. La simbologia potrebbe indicare le due polarità: femminile e maschile delle due croci, che si evidenzierebbero, pertanto, ancor più come simboli di direzione manifestativa.

Nell’insieme il simbolo potrebbe dirci che c’è un centro solare, ossia un centro di fuoco, dal quale sono manifestate le energie maschili e femminili che danno origine alla vita.

“L’uomo spirituale – scrive M.M.Davy – contempla nel simbolo della croce una deflagrazione del cosmo che divampa in tutte le direzioni, si estende cioè ai quattro punti cardinali”. [4]

Su questa parte della simbologia possiamo inserire un riferimento rituale indoeuropeo relativo al fuoco, il quale ha anche un collegamento con il Rito Scozzese Antico e Accettato, dove, al 18° grado, è prevista l’accensione della “Pramantha” che ricorda, con qualche importante variazione, lo strumento Arani, usato per l’accensione del fuoco nel sacrificio vedico.

Salvatore Farina, a proposito della “Pramantha” massonica, scrive: “L’istrumento consiste in una croce di legno, a bracci disuguali, di 10 o 15 centimetri di spessore, e 20 o 25 centimetri di lunghezza, tagliata grossolanamente, e aventi l’apparenza di rami di un vecchio albero. Al centro della croce è un foro cilindrico coperto da un coperchio a forma di rosa. La Pramantha propriamente detta dovrebbe essere un cilindro di legno dolce di 8 o 10 centimetri di lunghezza adattantesi al foro della croce, cilindro che, col solo strofinamento, dovrebbe infiammarsi”.[5]

Arani, la croce, l’agitatore e il sacrificio vedico

Lo strumento rituale indovedico è l’Arani: una base a croce, con un foro al centro, entro il quale viene infisso un palo girevole. Quello che nel Rito Scozzese è definito Pramantha è, in effetti l’Arani, del quale la Pramantha è una parte.

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“La croce inferiore di legno di mimosa [una specie simile all’acacia], per il tipo di legno e per la sua posizione orizzontale ricettiva, è –scrive in proposito Mario Polia – considerata la parte femminile dello strumento ed è assimilata all’energia cosmica «femminile» (çacti). Il piolo verticale è la parte maschile dello strumento ed è assimilata al dio fecondatore. L’accensione del fuoco rappresenta pertanto una vera e propria riattuazione della cosmogonia”. [6] “La parte girevole dello strumento – aggiunge Polia – era detta anche pramantha, «l’agitatore»”. [7]

Mario Polia, nel suo libro, che rappresenta un pilastro fondamentale per lo studio del linguaggio runico, parla anche dello strumento per accendere, nei riti solstiziali, il “fuoco della miseria”. “Il legno impiegato – scrive Polia – è prevalentemente quercia. Il fuoco nuovo non può essere figlio di nessun altro fuoco e pertanto deve essere acceso ritualmente”. [8]

Il Saggissimo, tolta la rosa, introduce nel foro la Pramantha.

Dopo l’accensione, il Fratello Sacrificatore, recita un inno a Agni che si ispira al sacrificio vedico.

F:. Sacrificatore: “Salute a te, fanciullo celeste, alla triplice nascita che Prometeo apportò agli uomini, figlio di uomo e figlio di Dio; a te che i nostri antenati hanno adorato sotto il nome di Agni e venerato sotto le sembianze di un agnello che libera il mondo dalle impurità. Salute a te, rivelatore del cielo e della terra, vincitore dei mostri, dell’uragano, delle notti e del verno. Sei tu che mostri le meraviglie del Tempio, che accendi, al di sopra delle nostre teste, le luci celesti, che ci abbagli col lampo, che ci riscaldi coi dolci effluvi del focolare domestico, che doni agli uomini il mezzo di rendere se stessi simili agli dei.  Ovunque in germe od al potere, padre di coloro che ti generarono, tu simboleggi ai nostri occhi come per gli Atarvani dell’antica Ariania, il principio di tutte le combinazioni che si verificano nella natura, l’essenza del movimento della vita e del pensiero, la Ragione che rischiara ogni uomo nato al mondo. Aumenta in vigore ed in luce: spandi di lontano i tuoi bagliori folgoranti, rimonta fino al cielo donde sei disceso, mediatore fra i mondi, per fortificare i nostri corpi, per illuminare la nostra ragione, per purificare i nostri esseri, per rischiarare la nostra coscienza. E quando un giorno noi avremo compiuto  il nostro dovere su questa terra, forse porterai gli elementi sottili del nostro Essere lontano dalla corruzione che è la legge fatale delle cose quaggiù”.

Fuoco, simbolo dell’Essere unico

La complessa figura di Agni merita qualche accenno di riflessione.

Agni, quando nacque come Ahi, era privo di piedi e di testa e nascondeva le due estremità nella sua matrice, ma quando divenne manifesto assunse la forma del «dotato di piedi».

Nel mito si cela un linguaggio matematico, dove lo zero è l’ofidico cerchio, ouroboros, senza testa e senza piedi, l’Uno è pedomorfo (un piede) e il molteplice (la serie 0 1) è dotato di piedi e di mani.

Sotteso al mito è il linguaggio degli dèi: il numero, l’archetipo degli archetipi.

Il sacrificio è anche la separazione della Persona (Purusha) e della Parola (vâc). L’unità Persona-Vâc  è suddivisa nel primo sacrificio. “Per mezzo delle loro parole i cantori co-creatori (Viprab Kavayah) lo concepirono molteplice, lui che rimase uno”.(Rig Veda X, 114,5).Nel primo sacrificio la Parola (vâc,a Vacca di Luce, come Brigit, Bo Vinda) è separata dal Purusha.

Concetti simi quelli che si leggono nel Prologo di Giovanni: “Nel Principio era il Logos e il Logos era presso Theon e il Logos era Theos”.

La separazione della Parola dà luogo al tempo (Purusha è l’Uomo Universale e Agni è l’Anno) e così “nel” diventa “in”: in principio era il Verbo.

Il Verbo che è Theos si separa da se stesso e dà luogo a un prima e a un dopo e con il tempo nasce lo spazio.

La Parola è la circolare racchiusa Virgo (Zero) uscita dalla sua circolarità nel pedomorfo (Uno).

“Grazie al sacrificio, seguirono le orme dei piedi della Parola, la trovarono che dava asilo ai Profeti; la condussero e la suddivisero in molte parti; i Sette cantori la intonarono in ogni luogo”. Rig Veda, X, 71,3.

Il latte (luce) della Parola (vâc) è soggetto alla burrificazione, ossia l’avvolgimento della vibrazione dà luogo alla luce: fotoni.

La vibrazione avvolgendosi su se stessa dà origine alla luce e alla materia.

Il rito del fuoco è un’imitazione dell’atto emanativo

Il rito umano del sacrificio è pertanto un’imitazione di ciò che fu fatto in principio, è innegabilmente una mimesis, ma è anche un rito di ricomposizione, dopo la separazione e il passaggio dall’unità al molteplice.

“Di conseguenza – scrive Ananada Coomaraswamy – lo scopo finale del sacrificio non è solo di continuare l’operazione creatrice iniziata «una volta» dalla decapitazione, ma anche «di capo volgerla» con la ricostituzione totale della divinità divisa, e con ciò il sacrificante stesso, identificato con la divinità e con il sacrificio. Abbiamo già visto che con il Sacrificio Prajapâti ritrova la sua integrità, ma soprattutto che non è unilaterale, poiché la divinità dev’essere guarita da coloro stessi che l’avevano divisa”. [9] ( Tre hanno ucciso Hiram e tre lo fanno risorgere).

In Shatapatha Brâmana (II,2,2,8-20), citato da Ananda Coomaraswamy, gli Dèi e i Titani erano sprovvisti di Sé spirituale e di conseguenza mortali. Solo Agni era immortale. Gli Dèi sacrificarono il fuoco in se stessi: diventarono immortali e invincibili. I Titani edificarono il fuoco esternamente e rimasero mortali.

“Analogamente – scrive Ananda Coomaraswamy – ora il sacrificante edifica il Fuoco sacrificale in se stesso. Per quanto riguarda questo Fuoco così acceso in lui pensa: «Qui stesso sacrificherò, qui farò il buon lavoro». Nulla può intromettersi tra lui e questo Fuoco. «Sicuramente, finché vivrò, questo Fuoco che è stato edificato all’interno di me stesso non si spegnerà»”.[10]

L’Agni hotra, l’offerta del Fuoco, è un rito di avvio al riconoscimento e alla ricostituzione del Sé.

La rosa simbolo della Dea Madre e dell’eterno femminino

 Veniamo ora alla figura centrale con una rosa, rota a cinque raggi.

La rosa a cinque petali è simbolo della Dea, alla quale appartiene la rosa antica, ossia la rosa canina, il biancospino e il pruno.

Hadingham[11] cita la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva nel 2000 a.C. un “Culto di Maggio”, legato al primo maggio, quindi ad Aldebaran, sopresso intorno al 1600 a.C. da adoratori del solstizio, quindi del Sole, provenienti dall’Egitto o dalla Grecia.

Il “Culto di Maggio”  venerava il sorbo e il pruno, mentre gli adoratori del sole il vischio. Il “Culto di Maggio”, secondo Hadingham, dà origine ad un calendario con l’anno diviso in otto parti.

Le tre rosacee hanno in comune l’essere spinose e Charpentier fa notare che nel Cantico dei Cantici troviamo la spina: “Io sono la rosa di Sion […] simile al giglio in mezzo alle spine”. La Vergine è chiamata nelle litanie Lilium inter spinas, il giglio in mezzo alle spine.

Il giglio compare nell’altare di Ratchis all’esterno del cerchio che racchiude la rosa, nel numero di quattro simboli, inducendo il concetto del cinque di quattro, ossia del centro.

La spina ha un valore simbolico di grande importanza. Spdt, ossia Sirio, la stella a cinque raggi associata a Iside aveva come proprio geroglifico un triangolo isoscele che sembra una punta. Era, infatti, definita la puntuta.

Nel Libro dei Giudici, fa notare Charpentier (IX,14) si legge (secondo la traduzione moderna): “Allora tutti gli alberi dissero alla spina: «Vieni; regna su di noi». La spina rispose agli alberi: «Se siete in buona fede nello scegliermi per regnare su di voi, venite e rifugiatevi alla mia ombra; altrimenti che il fuoco esca dalla spina e divori i cedri del Libano”.

La forma antica dell’aculeo vegetale della spina è akantha, parola che per estensione diventa la pianta stessa con le spine è l’acacia, la spina d’Egitto, albero sacro, riverito anche dagli Arabi pre islamici come idolo Al-Uzza o Huzzal. Col nome akanthos Teofrasto (fine IV, inizio III sec. a. C.) si riferiva alla Acacia nilotica, un arbusto o albero della famiglia delle Leguminosae spontaneo dell’Africa e dell’Asia Sudoccidentale.

L’acacia è anche la mimosa, ossia il ramo d’oro, ma soprattutto l’acacia è connessa con un’antica tradizione egizia.

Associata all’acacia, per gli Egizi albero della Vita e simbolo della nascita delle divinità, era la dea Lusaas( Lusaaset, Jeusaes, Ausaas, Jusaas), in greco Saosis.

Lusaas è la parte femminile di Atum (Tum-Aten), il demiurgo, il quale fonda nel suo cuore, nella sua intelligenza, tutto ciò che esiste e lo manifesta con il verbo Ra, la cui consonante sonora è vibrazione manifestativa.

Lusaas, la “nonna” di tutte le divinità, è la Grande che si divide in quattro. Il quaternio, ancora una volta, si evidenzia con tutta la sua valenza simbolica.

Dividersi in quattro significa assegnare le direzioni, ossia tracciare lo spazio e conseguentemente consentire l’orientamento. Lusaas Orienta e dà all’oriente il suo significato autentico di senso manifestativo.

Alla regina d’Egitto era conferito, tra gli altri, il titolo di “dimora dell’acacia”.

La dimora dell’acacia è legata al mistero della resurrezione, al quale presero parte tutte le regine [12] e alla Confraternita di Meresankh.

“Dato che Meresankh aveva accesso alla «dimora dell’acacia» – scrive Christian Jacq -, possiamo supporre che sia rappresentata in compagnia delle «sorelle» della confraternita e che la trasmissione avvenga dalla più anziana alla più giovane, passando per gli stati intermedi”.[13]

Meresankh ha il titolo importante di sacerdotessa del dio Thot, creatore della lingua sacra e signore dei geroglifici. Meresankh è pertanto messa in diretto rapporto con la conoscenza. “Il particolare – scrive ancora Christian Jacq – ha la sua importanza perché prova che Meresankh aveva accesso alla scienza sacra e agli archivi dei templi che venivano chiamati «la manifestazione della luce divina (bau Ra). Del resto, la sovrana della Casa della Vita, dove si componevano i rituali e dove i faraoni venivano iniziati ai segreti della loro funzione, era una dea, Seshat. …. Vestita di una pelle di pantera, con la testa coronata da una stella a sette punte (a volte a cinque o a nove), Seshat” è depositaria, assieme al faraone, “dei segreti della costruzione del tempio…”. [14]

Conclude Christian Jacq: “Misteriosa e affascinante Meresankh, che ci ha permesso di scoprire che l’universo della conoscenza era totalmente aperto alla donna egizia”. [15]

Abbiamo una connessione tra la rosa, il giglio, la spina e una serie di numeri relativi ai raggi. I cinque raggi, o petali, come abbiamo visto si riferiscono alla rosa antica. Il sette a Seshat, la dea connessa con l’acacia e depositaria dei segreti del Tempio.

La rosa dei Rosacroce, che Ambesi afferma essere anticipata nell’altare di Ratchis è una rosa con quattro spine a croce e con sette petali che si ripetono. Il simbolo dell’ape e del miele richiama l’iniziato e l’iniziazione.

La radice protoindoeuropea wrdho conduce al concetto di spina e la radice indoeuropea vardh-vradh dal significato di ergersi e crescere e vardh –ati dal significato di elevarsi.

Ros dà origine a Rosengarten, giardino delle rose, a Rosental, la via delle rose, a rosemberg, colle o monte delle rose.

Ros è variante indogermanica di Rot e rot è anche rosso.

Il complesso dei significati dà corpo al complesso simbolico, di rosa rossa con le spine disposte a croce, tipico dei Rosa Croce, ossia di un simbolo che ci riporta al significato di eterno divenire crocifisso nello spazio tempo e di spirito costretto nella forma.

rosacroce

Il tema della Rosa è presente in Apuleio, che nelle Metamorfosi cita la Dea celtica Epona “ch’era accuratamente adorna di ghirlande di rose” e Venere, a cui è associata la rosa, che dice di sé: “Ecco, io l’antica genitrice dell’universo, io, causa prima degli elementi, io, Venere autrice del mondo intero….”.

Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, dopo essere divenuto asino (somaro, ossia solo soma) a causa di una magia, viene riportato allo stato umano dal suggerimento di Iside di mangiare le rose, ossia, in altri termini, di nutrirsi della Sapienza divina.

Nelle Metamorfosi di Apuleio, Iside dice: “Eccomi a te, o Lucio, poiché le tue preghiere mi hanno commossa. Io sono la genitrice dell’universo, la sovrana di tutti gli elementi, l’origine prima dei secoli, la regina delle ombre, la prima dei celesti; io riassumo nel mio volto l’aspetto di tutte le divinità maschili e femminili: sono io che governo col cenno del capo le vette luminose della volta celeste, i salutiferi venti del mare, i desolati silenzi dell’Averno. Indivisibile è la mia divina essenza, ma nel mondo io son venerata ovunque sotto molteplici forme, con riti diversi, sotto differenti nomi.   ….. e gli Egiziani cui l’antico sapere conferisce potenza, mi onorano con riti che appartengono a me sola, e mi chiamano, col mio vero nome, Iside Regina”.

Dopo aver mangiato le rose, Lucio (Apuleio) sarà iniziato ai riti isiaci.

La Rosa non è solo un fiore, ma anche il mandala che troviamo realizzato nei rosoni delle chiese: ruote attraverso le quali la luce penetra nel tempio; e una donna o, meglio, la Donna, l’Amorosa Madonna Intelligenza, Fontana dell’Insegnamento.

Amore è l’amor sapientiae, la cui opera consiste nel condurre l’uomo dallo stato di religioso alla perfezione del congiungimento con la Santa Sapienza:

Il tema della Santa Sapienza appartiene a una linea di pensiero, quella dei Fedeli d’Amore, la quale è il frutto dell’incontro di culture diverse, che hanno in comune la libera conoscenza adogmatica della Sapienza divina (Rosa), raggiungibile con un percorso iniziatico il quale, per quanto condiviso, presuppone una tensione conoscitiva individuale (Amore) capace di condurre l’adepto (Amante) dalla Croce (la materialità che fissa lo Spirito nello spazio tempo) alla Rosa; e quella Rosa mistica raffigurata come ruota di luce.

Il rapporto tra la ruota e la rosa è affermato dal fiore primordiale cabalistico Shoshana, la rosa dell’Antico Testamento, simbolo del tempo che ruota.

Il senso della rotazione è anche insito nel significato del nome della rosa greco: rhodon, un sostantivo per il quale non sono mancati i tentativi di collegarlo con il verbo reho (scorrere).

La rosa delle cattedrali è pertanto rota e il giardino delle rose è il giardino del divenire.

La rosa è, dunque, il continuo divenire, il cerchio dell’emanazione delle esistenze, al quale si accosta il quadrato, che rappresenta la crocifissione nello spazio tempo: il cammino esoterico della croce (spazio-tempo) alla rosa (l’eterno divenire).
Il cerchio in sanscrito è sacra.

Pertanto il concetto di rosa e di rota conducono anche al concetto di sacro e di eterno divenire.

Il simbolo centrale oltre a rappresentare la rosa e quanto alla rosa è connesso, ci riconduce anche al rapporto tra il quattro e il cinque in quanto centro di quattro.

Nella cultura celtica, Tara era simbolicamente il centro d’Irlanda, che a sua volta era simbolicamente l’intero mondo. “A Tara il cosmo è rappresentato da quattro parti, dentro altre quattro; a Uisnech, tutto il cosmo insieme alla sua origine nel caos primordiale è rappresentato da cinque parti dentro altre cinque, dentro altre cinque”. [16]

In Irlanda ci si può imbattere nell’indovinello: “Qual è il centro del mondo?”, la cui soluzione corretta è: “Qui”, oppure “Dove ti trovi”. [17]

Il Centro è l’unione della conoscenza, che sta ad ovest, della guerra che è a nord, della prosperità, che è a est e della musica, che è a sud ed è il luogo della Sovranità (rappresentata dalla Dèa Medb, sposa di Lug) ed è con la Sovranità, dispensatrice di una bevanda potente e bevanda essa stessa (medus, idromele, liquore degli dèi) che si sposa simbolicamente il re per essere tale. Assumendo il liquore degli dèi, sposando Medb (medus) il re diventa la personificazione della giustizia, della stabilità e della rettitudine e impersona il potere della verità (la Regola) come prerequisito per un regno prospero. Nel centro di Tara c’è la pietra Fál, ossia “la Pietra della Conoscenza”, che con il suo grido indica se il re che vi si siede sopra, eletto dal popolo e sottoposto al controllo druidico, è il sovrano giusto.

Ritorna il tema della Conoscenza.

L’insegnamento dell’altare di Rachtis

 Cosa ci dicono i simboli e gli archetipi che una mano d’artista a ricavato con maestria dalla pietra d’Istria dell’altare di Ratchis?

Ci parlano di un “sole” fuoco centrale, caotico, ruotante, sorgente perenne di un’energia che si diffonde nelle sei direzioni della manifestazione spazio-temporale: nord, sud, est, ovest, sopra e sotto: sei petali al centro di una croce.

Ci parlano di una Dea Madre cosmica, ossia di una Natura universale ordinata: la rosa-rota, con i suoi cinque petali che richiamano la stella a cinque punte, anch’essa in movimento, perché: “panta rei”.

Ci parlano di archetipi che riguardano la nascita del mondo da un centro energetico e caotico e il suo divenire in forme ordinate.

Ci parlano, se vogliamo volgere l’attenzione ad un altro piano interpretativo, di un Pensiero puro, abissale, dal quale emanano, per forza generatrice, le forme e la materia.

Ci parla di un’intelligenza, che è un’armonia invisibile, che governa l’universo e questa intelligenza è il Logos eracliteo, che nel Prologo di Giovanni è Theos ed è in Arché presso Theon e poiché una parte del Logos è compresa in noi, ecco che noi possiamo accedere alla sua conoscenza ed ecco il motivo per il quale il Logos “è la luce degli uomini”.

Su quell’altare ci può ben stare il Prologo di Giovanni l’evangelista ci consegna la chiave per comprendere l’insieme della ritualità massonica.

Nel Principio[Arché] era il Logos,
il Logos era presso Theon
e il Logos era Theos.  
 

Egli era nel principio presso Theon:  

tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto

di tutto ciò che esiste.  

In lui era  zoé
e zoè era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.

La traduzione che assegna al Logos il significato di Verbo e a Theos quello di Dio non rende la complessità dei significati.

Il nome del Divino è un verbo sostantivato e pertanto sottende un’azione, un agire, un continuo divenire.

Théos, infatti, deriva da theeîn, correre e theâsthai, vedere e dà, pertanto, l’idea di un procedere verso l’evidenza, di un continuo manifestarsi.

Nella fissità marmorea, una mano sapiente di un lavoratore della pietra, ci ha significato il divenire costante, l’eterno emanare degli infiniti mondi dalla sorgente primordiale. L’eternamente immobile e l’eternamente mobile coincidono, in un ossimorico canto che è l’eterna creazione.

 

Silvano Danesi

[1] Jung, “Lo Spirito della Psicologia”, Bompiani

[2]Alberto Cesare Ambesi, L’enigma dei Rosacroce, la saggezza nascosta, Mediterranee.

[3] Alberto Cesare Ambesi, L’enigma dei Rosacroce, la saggezza nascosta, Mediterranee.

[4] M.M.Davy, Il simbolismo medievale, Mediterranee

[5] Salvatore Farina, il libro completo dei Riti Massonici, Gherardo Casini Editore

[6] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo

[7] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo

[8] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo

[9]Ananada Coomaraswamy, La dottrina del sacrificio.

[10] Ananada Coomaraswamy, La dottrina del sacrificio

[11] Hadingham, I misteri dell’antica Britannia, Newton, a pagina 98

[12] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[13] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[14] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[15] Christian Jacq, Le donne dei faraoni, Mondadori

[16] Alwyn Rees, Bruley Rees, L’eredità celtica, Mediterranee

[17] Alwyn Rees, Bruley Rees, L’eredità celtica, Mediterranee

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