MORO: DOPO QUARANT’ANNI L’ITALIA MERITA LA VERITA’

Fabrizio Cicchitto sul quotidiano Libero del 9 maggio 2018 scrive a proposito dell’uccisione del leader Dc Aldo Moro e contesta le teorie del complotto internazionale e focalizza l’attenzione su quella parte del comunismo italiano, definito linea Secchia, che non aveva rinunciato alla lotta armata per la conquista del potere.Messa da parte la realpolitik di Togliatti, la linea Secchia ha alimentato l’ideologia delle Brigate Rosse.Fa bene Cicchitto a ricordare che le Brigate Rosse non erano figlie di nessuno, come fa bene a ricordare che “tutto l’establishment del gruppo dirigente, da quello Dc a quello Pci, e conseguentemente Andreotti, Cossiga, gli apparati delle forze dell’ordine e i servizi considerarono Moro un uomo morto”.Cossiga, all’epoca ministro dell’Interno, non ha mai declinato le sue responsabilità nella scelta di non trattare con le Br, dicendo di averlo condannato a morte insieme con Andreotti, Zaccagnini e Berlinguer. Tuttavia sottolinea che gli assassini furono i brigatisti.Se gli assassini furono i brigatisti, sicuramente la responsabilità della linea del diniego ad ogni trattativa va equamente ripartita tra Dc e Pci. Solo Craxi optò per la trattativa alla fine di salvare Moro.

Sin qui tutto chiaro. Tuttavia va detto che alcuni elementi della vicenda ci riconducono a interventi non direttamente brigatisti.

Renato Besana (Libero, venerdi 16 marzo 2018), in un articolo intitolato: “Il puzzle si potrebbe ricomporre ma lo Stato non vuole” scrive testualmente: “Da anni invece è di dominio pubblico che l’appartamento dove lo statista fu tenuto prigionieri era nella disponibilità dei servizi segreti” e che Romano Prodi, “di certo per consentire che il covo fosse scoperto, escogitò lo stratagemma della sensitiva che avrebbe pronunciato il nome Gradoli”.

Che ci facevano le Br in un appartamento che era a disposizione dei servizi segreti?

Bella domanda, che dopo 40 anni meriterebbe una risposta.

Il 9 maggio 2018 il generale dei Carabinieri Cornacchia (nome in codice Airone 1), l’uomo che trovò il cadavere di Moro, in un servizio di Rai-News 24 parla esplicitamente di trattativa aperta tra Paolo VI e le Br bloccata da una telefonata al segretario del papa.

Chi bloccò la trattativa papale? Chi telefonò?

Cornacchia indica la Loggia P2. Imboccare la strada della Loggia P2 significa arrivare alla Cia, a Frank Gigliotti e agli ambienti interni al Vaticano.

Ma gli scenari possibili non finiscono qui.

Come ho scritto nella postfazione al libro dell’amico Aberto Panighetti: “Gli occhi su Brescia”, la Resistenza non è stata un fenomeno unitario, come è noto, e nomi e cognomi come quelli di Edgardo Sogno, Junio Valerio Borghese, Roberto Dotti e organizzazioni come la “Volante Rossa” e Gladio sono esempi preclari di come il fragile equilibrio ciellenistico si sia rapidamente dissolto. In Italia i “resistenti” hanno agito nel dopoguerra su fronti diversi, per interessi diversi, per stati diversi. L’Italia, sin da quando è nata, è un crocevia di interessi altrui.

La costante celebrazione formale dell’unità antifascista ha coperto sostanziali diversità di collocazione politica internazionale e l’addossare la responsabilità dello stragismo al neofascismo è stato un comodo alibi per evitare di mettere il dito nella piaga di eterodirezioni indicibili.

Il “tintinnar di spade” del generale De Lorenzo, al quale fa cenno nel suo libro Alberto, ben lungi dall’essere neofascista, è stato il segnale del non gradimento del centro-sinistra da parte di ambienti internazionali, non certamente ascrivibili al fascismo.

 

L’indipendenza di una nazione dipende in gran parte dalle risorse energetiche e l’assassinio di Enrico Mattei, una delle figure di riferimento del libro di Alberto, è il prezzo pagato dal manager italiano per aver osato costruire le fortune dell’Eni.

Il centro-sinistra nacque nel 1963 per opera di Aldo Moro, l’altra vita esemplare alla quale si richiama Alberto.

E’ Moro che, esaurita la fase del centro-sinistra, dà avvio al lento avvicinamento della Dc e dal Pci, che troverà la sua definizione nel berlingueriano “compromesso storico”.

A quarant’anni di distanza dal quel tragico 16 marzo 1978, molte analisi consentono di collocare la “vicenda Moro” in un contesto internazionale che la rende maggiormente comprensibile. Lo scenario è oggi più chiaro.

Andreotti sta per presentare alle Camere un nuovo Gabinetto di “solidarietà nazionale” con un sostanziale appoggio esterno del Pci. Moro, artefice con Berlinguer della nuova stagione, è presidente del Consiglio uscente. Gli Inglesi, come risulta dalle analisi uscite in questi anni, sono ossessionati dalla possibile partecipazione dei comunisti al Governo. L’Italia ha una posizione strategica nel Mediterraneo e partecipa alle strutture di comando della Nato.

Gli Usa sembrano più possibilisti. Mosca non vede di buon occhio la partecipazione al Governo del Pci: ha buoni rapporti con Moro e pessimi con Berlinguer. I sovietici preferirebbero un rafforzamento della Dc.

Gli ambienti internazionali pensano ad azioni capaci di interrompere il processo della “solidarietà nazionale”.

Qui entrano in scena le Brigate Rosse.

“L’obbiettivo dichiarato delle Brigate Rosse, la punta paramilitare dell’iceberg, è impedire che il compromesso storico si realizzi, che il Pci entri nel Governo” (Mario José Cereghino – Giovanni Fasanella , Il golpe inglese, Chiare Lettere).

 

L’Italia sta per emanciparsi dalla sua condizione di paese sconfitto in guerra e dalla tutela delle potenze vincitrici. La linea di Moro è la prosecuzione di quella di Mattei e la fine di Moro è simile a quella del presidente dell’Eni.

De Lorenzo, Borghese, Sogno, le Brigate Rosse sono elementi di un’unica linea di intervento, tesa, nel tempo, a impedire che l’Italia, paese sconfitto, recuperi a pieno la sua indipendenza e la sua sovranità.

I vari attori della linea del contrasto alla normalizzazione italiana sono il frutto del contesto di infiltrazioni doppiogichistiche del mondo resistenziale. Roberto Dotti ne è un esempio significativo: partigiano comunista, sospettato di aver partecipato ad un omicidio con la “Volante Rossa”, fugge in Cecoslovacchia aiutato da Pietro Rachetto, collaboratore di Sogno. Scagionato, il Dotti rientra a Torino ed entra nella sfera di influenza di Sogno, diventandone collaboratore. Tra le sue molteplici attività lo troviamo a svolgere quella di selezionatore del personale delle neonate Brigate Rosse.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 14 agosto 2008, il leader storico del Fronte popolare palestinese, Bassan Abu Sharif, afferma che ci furono tentativi dei palestinesi per salvare Moro e che le Brigate Rosse facevano parte dell’”Alleanza” che venne stabilita nel 1972, assieme ad organizzazioni di tutto il mondo. “Erano – afferma Abu Sharif – le <<operazioni speciali>> guidate da Wadie Haddad”.

Negli intrecci internazionali ci si perde, ma le Brigate Rosse non sono state un fenomeno italiano.

Come direbbero i francesi: “Tout se tient”.

Silvano Danesi

 

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