Il cavaliere Kadosch e il dovere per il dovere

Il testo che fa da preambolo a questa sezione del sito www.laboratoriocasadellavita.it è chiaro nell’affermare che i Rituali della Massoneria non sono segreti e che, chi li voglia leggere, ha anche il diritto, che è di ogni essere umano che voglia usare la sua intelligenza, di commentarli e di cercare di ricavarne qualche insegnamento.

Mi avvalgo pertanto del testo di Salvatore Farina, dal titolo: “Il libro completo dei riti massonici” e di molti altri testi che si inseriscono nella vasta letteratura riguardante la Massoneria: tutti disponibili e consultabili. Chiunque abbia il tempo e la voglia di leggerli può, pertanto, come sto facendo,  esercitarsi in interpretazioni e in approfondimenti.

In questo articolo tento di approfondire, grazie alla letteratura disponibile, alcuni aspetti del 30° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, così come ci viene offerto dalla lettura del rituale pubblicato nella raccolta di Salvatore Farina.

Nel rituale di iniziazione a Cavaliere Kadosch si legge: “Voi dovete fare il vostro dovere perché è il vostro dovere: questa è l’ultima parola della Libera Muratoria”.

L’unica certezza che ci consegna questa affermazione ultimativa è che essa è l’ultima parola della Libera Muratoria ma, come ben si addice ad ogni parola ultimativa, essa, mentre chiude una fase della conoscenza, ne apre un’altra, riconducendo chi abbia intelletto per intendere, al dubbio, alla domanda, al punto interrogativo, lieviti di ogni divenire cosciente.

Cosa significa, dunque, dovere?

Il dovere, dal latino de habére, è possedere qualcosa avendolo ricevuto da altri e introduce il concetto di restituzione e la conseguente domanda: ricevuto da chi?

Ricevuto dal proprio Sé, dal proprio daimon, da quel dio personale che i Sumeri indicavano come il creatore della propria personalità umana. La risposta è: ricevuto da se stessi.

Non a caso l’affermazione segue la citazione dell’imperativo categorico, il quale è “assoluto o non lo è”.

Assoluto, in quanto libero, indipendente, prosciolto da vincoli e da limitazioni. Caratteristiche, queste, proprie del Libero Pensiero e del Puro Pensiero, ossia dell’Arché.

Non a caso l’affermazione è seguita anche da quella che il bene più grande è il libero arbitrio, ossia l’operare in proprio secondo proprio giudizio.

Si aprono interrogativi fondamentali.

Kant, a proposito dell’imperativo categorico scrive: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di legislazione universale”.

Principio di legislazione universale è la Regola che, racchiusa nell’Arché, si esplicita per l’azione del Logos nella legislazione universale, ossia nelle regole che presiedono al determinarsi del Logos come zoé: vita naturale universale.

Siamo tornati all’apprendistato, al primo riferimento sapienziale, non riferibile ad una singola religione, che ci è offerto dal rituale sin dal primo grado con la squadra e il compasso sovrapposti al Prologo di Giovanni.

Siamo chiamati, con quel gesto e quel testo, ad essere co-artefici di una manifestazione dell’Arché che avviene e diviene per opera del Logos, il quale materializza (gravitazione, cristallizzazione, vita) il Puro Pensiero, essendo Arché Tek-ton, artefice o, meglio: Grande Artefice.

Qui si apre un altro interrogativo fondamentale relativo agli appellativi Pantokrator e Kosmocrator.  L’Arché Tek-ton è artefice o dominatore?

Dobbiamo realizzare il richiamo secondo coscienza, ossia secondo quell’interiore conoscimento che deriva dal conoscere cum, ossia con. Con chi? Con il Logos che è “luce degli uomini” e dal quale apprendiamo (afferriamo appigliandoci) l’imperativo categorico che si presenta come lampo illuminante, Ziza, così come è stato indicato sin dai primi passi nel percorso del Rito Scozzese?

Concetti come dovere, imperativo categorico, libero arbitrio, ispirazione, conoscenza hanno occupato il lavoro e la riflessione di intere generazioni e non sono, pertanto, che marcatori di nuove esperienze intellettuali e spirituali che ognuno dovrà fare per diventare Santo (Kadosch) Cavaliere e dovrà fare, in seguito, nella sua vita iniziatica.

Un Santo Cavaliere non è un cavaliere erede di questo o di quell’ordine cavalleresco e tanto meno l’erede di bande armate di cavalieri medievali. Il proliferare di mantelli di sedicenti cavalieri è semplicemente ridicolo. Su questo essenziale punto vale la pena di soffermarci.

Cavalieri della violenza o cavalieri della Sapienza?

La cavalleria è connaturata con il feudalesimo dell’XI secolo, ed è caratterizzata dalla hýbris e dalla violenza, a tal punto che la Chiesa ha dovuto imporre la “Tregua di Dio”, chiedendo ai cavalieri di pronunciare una promessa solenne: “Per la salvaguardia che la protegge, non assalirò in alcun modo una chiesa, né i magazzini compresi nel suo recinto. Non aggredirò il chierico o il monaco senz’armi secolari, né l’uomo che li scorta se sarà senza lancia né scudo. Non ruberò il bue né la vacca, il maiale, la pecora, l’agnello, la capra, né l’asino o il suo fardello, e neppure la giumenta o il puledro non ancora svezzato. Non farò prigioniero il contadino, né la contadina, e neppure i sergenti o i mercanti; non li deruberò né li taglieggerò. Non li rovinerò estorcendogli i loro averi col pretesto che il loro signore è in guerra”. [1]

“Il primo risultato di tale legislazione – commenta Duby – fu di isolare nella società un gruppo ben definito, che i dirigenti della Chiesa ritenevano in stato di perpetua aggressione e responsabile del disordine del mondo intero; un corpo da cui occorre difendersi, e di cui bisognava contenere il potere distruttivo infliggendogli il timore dell’ira divina. Questa categoria di uomini, considerati dei nemici e che nell’ottica dell’elementare dualismo veicolato dalle credenze cristiane sembrava costituire l’esercito del male, altro non era che la cavalleria”. [2]

La cultura cavalleresca feudale è pertanto una cultura violenta, ignorante, unicamente sensibile ai gesti. Una società maschile dedita alla guerra.

“Solo il corpo e il coraggio contano, non lo spirito. Il futuro cavaliere – scrive Duby – non sa leggere, perché lo studio gli corromperebbe l’animo; la cavalleria è ignorante per sua scelta, e vede nella guerra, reale o immaginaria che sia, l’atto fondamentale che dà un senso all’esistenza, un gioco in cui si rischia tutto, l’onore e la vita, e dal quale i migliori tornano ricchi, trionfanti, coperti di una gloria degna dei loro avi e che si tramanderà di generazione in generazione. La cultura delll’XI secolo, così profondamente segnata dall’etica cavalleresca, si fonda quasi interamente sul piacere della cattura, sul ratto e sull’assalto”. [3]

Tale etica fondata sulla cattura e sul ratto è la stessa dei cosiddetti eroi greci omerici, dei quali scrive con puntuale competenza Eva Cantarella nel suo “Itaca” (Feltrinelli). Menelao, al termine della guerra di Troia, non torna direttamente a Sparta, ma erra in molte regioni “molta ricchezza riunendo”. Ulisse non è da meno. Giunto nella terra dei Ciconi incendia e distrugge, rapisce donne e ricchezze.

Lo spirito cavalleresco che trionfa nel XIV secolo è la parodia della cavalleria feudale.

“Nel momento stesso in cui l’evoluzione economica mandava in rovina le famiglie dell’antica nobiltà – scrive in proposito Duby – trascinandole più in basso di certi pescecani arricchitisi con la guerra, l’alta finanza o il servizio di corte, e distruggeva le antiche gerarchie, se ne creavano delle immagini simboliche e vane, che però mantenevano efficacemente i valori del gioco: come ad esempio gli ordini cavallereschi successivamente fondati, nel XIV secolo, dai re di Castiglia, dall’imperatore, dal delfino di Viennois, dai re di Francia e da quelli d’Inghilterra, e ben presto da tanti principi meno potenti, allo scopo di circondarsi, come re Artù, di nuovi cavalieri della Tavola Rotonda”. [4]

Il cavaliere degli ordini cavallereschi è un guerriero per gioco. Le singolari tenzoni e i tornei sono quelli che oggi si chiamano giochi di ruolo. Gli ordini cavallereschi sono parodie dove mantelli e pennacchi hanno sostituito lo scudo e la spada e dove alla hýbris si è sostituita una ridicola arroganza e supponenza.

Il cavaliere autentico, non quallo violento o dei futili giochi cortesi, è chiamato, nella tradizione iniziatica, a ben altra tenzone: quella con l’eterno femminino e con la Sapienza.

Un interrogativo, per inciso,  mi sovviene: “Chi è la donna che il Dio michelangiolesco della Cappella sistina abbraccia mentre tende il suo dito irraggiungibile all’Anthropos?”.

Traggo dal mio: “Le radici scozzesi della Massoneria” alcune considerazioni in merito.

L’eroe letterario di una delle opere più conosciute di Chrétien de Troyes è Yvain, il cavaliere del leone, basato sull’antico poema gallese Iarlles y Ffynnawn, il quale compare, nel Mabinogion, nella storia “Owein, o la Dama della Fontana” e anche nella Historia Regum Britanniae di Geoffredo di Monmouth.

Nella “Dama della fontana” Owein, dopo aver sentito alla corte di Artù il racconto di un’avventura prodigiosa, parte per viverla di persona. Giunto, su indicazione di un gigante che vive in un bosco e comanda gli animali, ad una fontana dove sorge un albero verdissimo, simbolo della vita (l’Albero della Vita), rovescia dell’acqua sulla pietra che circonda la fontana e scatena una grandine dalla quale si salva a fatica. Segue un volo d’uccelli dal dolcissimo canto e compare un cavaliere nero, che Owein affronta e sconfigge, per prenderne il posto alla difesa della fontana e del paese, dopo averne sposato la vedova, che è la contessa che governa le terre dove si trovano l’albero e la fontana. Nelle sue imprese Owein è affiancato da un leone tutto nero, che ha salvato da un serpente e che diventa il suo fedele compagno, una sorta di alter ego.

L’Yvain di Chrétien de Troyes è precedente all’Owein della “Dama della fontana” dei Mabinogion, che non ne è la traduzione. I due racconti attingono entrambi ad una fonte più antica.

Quando Chrétien comincia a scrivere, in Francia del Nord era affermato il genere epico della chanson de geste, che esaltava le imprese di Carlo Magno e dei paladini, ossia le virtù del cavaliere guerriero, mentre nelle regioni della lingua d’oc (Provenza, Aquitania, Limosino e Poitou) era sorto il movimento trobadorico, con la sua ideologia dell’amore, secondo cui ogni eroe “deve” amare e dedicare il proprio intento e le proprie opere ad una dama.

La Dama dei trovatori è la stessa della Filosofia della Consolatio di Severino Boezio, di Socrate nel Critone, della immagine raffigurata da Marciano Capella, ed è l’Intelligenza divina, la Sapienza divina che troviamo nelle opere di Ermete Trismegisto e anche nel misticismo dei Fedeli d’Amore, setta che ebbe tra i suoi fondatori il normanno Federico II di Svevia, il figlio di Federico Manfredi, il cancelliere di Federico Pier Delle Vigne, il notaio di Federico Jacopo da Lentini e successivamente: Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti (in fama di essere un eretico patarino), Dante Alighieri, Cino da Pistoia, Francesco da Barberino, Cecco d’Ascoli.

Per i Fedeli d’Amore la donna amata (Rosa) è l’Intelligenza o Sapienza divina (Fiore), che è affisa in Dio e guida l’uomo secondo il suo volere. Amore è il congiungersi dell’intelletto con la Sapienza (avere intelletto d’Amore). L’amante (nel Roman de la Rose) bacia il Fiore, la Rosa, con le braccia in croce.

Il tema della Rosa è presente in Apuleio, che nelle Metamorfosi cita la Dea celtica Epona “ch’era accuratamente adorna di ghirlande di rose” e Venere, a cui è associata la rosa, che dice di sé: “Ecco, io l’antica genitrice dell’universo, io, causa prima degli elementi, io, Venere autrice del mondo intero….”.

Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, dopo essere divenuto asino (somaro, ossia solo soma) a causa di una magia, viene riportato allo stato umano dal suggerimento di Iside di mangiare le rose, ossia, in altri termini, di nutrirsi della Sapienza divina.

Nelle Metamorfosi di Apuleio, Iside dice: “Eccomi a te, o Lucio, poiché le tue preghiere mi hanno commossa. Io sono la genitrice dell’universo, la sovrana di tutti gli elementi, l’origine prima dei secoli, la regina delle ombre, la prima dei celesti; io riassumo nel mio volto l’aspetto di tutte le divinità maschili e femminili: sono io che governo col cenno del capo le vette luminose della volta celeste, i salutiferi venti del mare, i desolati silenzi dell’Averno. Indivisibile è la mia divina essenza, ma nel mondo io son venerata ovunque sotto molteplici forme, con riti diversi, sotto differenti nomi.   ….. e gli Egiziani cui l’antico sapere conferisce potenza, mi onorano con riti che appartengono a me sola, e mi chiamano, col mio vero nome, Iside Regina”.

Dopo aver mangiato le rose, Lucio (Apuleio) sarà iniziato ai riti isiaci.

Per i Fedeli d’Amore la Santa Sapienza (ecco un riferimento puntuale per l’Owein e l’Yvain) siede alla fontana dell’insegnamento e il fiore che darà il frutto è sull’albero che sta sopra la fontana dell’insegnamento.

Nel XII secolo compare anche in Francia la traduzione dell’Historia regum Britannie di Goffredo di Monmouth, ossia il Roman de Brut del normanno Wace (1155). In Francia arriva la “materia di Bretagna”, che darà alimento al ciclo del Graal.

“L’incontro della tradizione eroica della Francia del Nord con quella lirica della Provenza del fine amour con la materia di Bretagna e con i racconti celti che bardi, menestrelli e giullari – scrivono Gabriella Agrati e Maria Letizia Mogini –  narravano tra le due sponde del canale della Manica, si realizzò nell’ambiente di Eleonora d’Aquitania, nipote di quel Guglielmo IX che era stato il primo trovatore, moglie di Luigi VII di Francia e poi di Enrico II Plantaganeto e madre di Maria e di Alice, andate spose a due tra i più grandi signori di Francia, i conti di Champagne e di Blois”. [5]

Non va sottovalutato il fatto che la narrazione cortese che si contrapponeva al ciclo carolingio soddisfaceva le “aspirazioni a un’epopea nazionale di quei normanni che avevano conquistato il trono inglese”. [6] Normanni come Federico II e i suoi iniziali Fedeli d’Amore.

Ivano-Owein rappresenta il punto di passaggio dal ciclo carolingio al ciclo bretone; dal cavaliere maschio guerriero che combatte con altri cavalieri maschi guerrieri, al cavaliere maschio che si confronta con l’eterno femminino; dalle battaglie esterne alla battaglia interna.

Il racconto di Yvain inizia alla corte di Artù a Pentecoste, ossia il giorno in cui nella tradizione cristiana discende lo Spirito Santo. Un giorno, dunque, di ispirazione: il celtico Awen. E Chrétien, quasi a voler indicare la sua appartenenza alla linea iniziatica dei Fedeli d’Amore, scrive che, mentre alcuni raccontavano storie “gli altri ragionavano d’Amore, dei tormenti, delle sofferenze e delle grandi gioie che spesso conobbero i discepoli della sua regola. A quel tempo essa era dolce e benigna, mentre ora ha ben pochi seguaci: quasi tutti l’hanno abbandonata si che Amore ne è molto svilito”.

Nel suo dire che “vale molto meglio un cortese morto che un villano vivo” intravvediamo in Chrétien un parallelo con la distinzione tra adepti e “gente grossa” dei Fedeli d’Amore.

Ivano viene accolto nel castello di un signore padre di una pulzella che lo conduce “a sedere nel più bel prato del mondo, chiuso da un muro basso tutto intorno”: è l’hortus clausus, il roseto ed è anche il luogo del suo primo incontro con il femminile.

Ivano di reca poi in una foresta (come farà Dante), dove incontra un gigante signore degli animali, ossia la natura nella sua versione materiale (il Kernunnos, l’uomo selvatico, il maschile del Paleolitico) che lo indirizza presso una fontana.

La fontana gorgoglia come se bollisse. È una fonte termale simbolo del ventre caldo della terra. Accanto alla fontana c’è l’albero più bello che la natura seppe creare, il cui fogliame resiste ad ogni stagione. La pietra è uno smeraldo sostenuto da quattro rubini e il bacile appeso all’albero è d’oro, ossia di luce, e contiene acqua.

Un Santo Cavaliere è un “ordinato prima”.

Un Santo è un prescritto per legge, ossia un essere umano prae-scriptum, ordinato prima, reso prima conforme alla legge.

Un Santo è, pertanto, ogni essere umano in quanto prae-scriptum dalla legge universale.

Il Santo Cavaliere è colui che ha cercato se stesso, il proprio Graal (Sé, nucleo pensante spirituale) superando le prove della Cerca ed è giunto alla consapevolezza di chi è e del suo ordine, ossia del suo posto nella gerarchia dell’universo.

Il Santo Cavaliere può conseguentemente accingersi con le armi della parola e della penna a narrare la propria storia, a scrivere su un libro bianco il suo percorso iniziatico verso la libertà, lungo la via in divenire del farsi del mondo; ad essere testimone.

Il Santo Cavaliere, se è davvero tale, può esercitare il dovere per il dovere, in quanto ha compreso da dove deriva l’imperativo e che tale imperativo necessita di una restituzione e ha capito che l’imperativo, ossia il comando è un “vai!” verso nuove mete, supera te stesso, usa il cor actum, restituisci, rimettiti nello stato primitivo, ossia stai di nuovo com’eri: Spiritus.


©Silvano Danesi

[1] Citazione in George Duby, L’arte e la società medievale, Laterza

[2] George Duby, L’arte e la società medievale, Laterza

[3] George Duby, L’arte e la società medievale, Laterza

[4] George Duby, L’arte e la società medievale, Laterza

[5] Gabriella Agrati e Maria Letizia Mogini, Introduzione all’Ivano di Chrétien de Troyes, Mondadori

[6] Gabriella Agrati e Maria Letizia Mogini, Introduzione all’Ivano di Chrétien de Troyes, Mondadori

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