L’EVANGELIZZAZIONE SOSTITUITA CON LA SOTTOMISSIONE

Bergoglio sostituisce l’evangelizzazione di San Francesco con la politica della sottomissione.

Nella sua nuova enciclica “Fratelli tutti”, papa Francesco riferendosi al santo di Assisi del quale porta il nome, scrive: “Francesco andò a incontrare il Sultano col medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi «tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». In quel contesto era una richiesta straordinaria. Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna “sottomissione”, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede. Egli non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio”.

Il vocabolo che stride è sottomissione, che non ha alcun senso se riferito alle cronache del tempo riguardanti l’incontro del Poverello di Assisi con il Sultano e che assume un significato del tutto attuale, in quanto sembra una dichiarazione in codice relativa al “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, stilato durante il viaggio apostolico negli Emirati arabi uniti il 3-5 febbraio 2019 e firmato il 4 febbraio dallo stesso papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar Ahmad Al-Tayyeb.

Non è un caso che il termine Islam sia un sostantivo verbale traducibile con «sottomissione, abbandono, consegna totale [di sé a Dio].

Il Poverello di Assisi non si sottomette, tenta di convertire, non ci riesce, nonostante la narrazione del fuoco ad opera di Bonaventura da Bagnoregio, ma tiene la schiena dritta, non bacia pantofole altrui.

La narrazione del Francesco del 2020 riguardante l’incontro del Francesco del 1200 con il Sultano fa scrivere a monsignor Viganò, noto critico dell’attuale papa: “Macroscopica e decisamente imbarazzante la falsificazione storica dell’incontro di San Francesco con il Sultano: secondo l’estensore dell’Enciclica il Poverello «non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine»; in realtà le parole di San Francesco che i cronisti riportano suonano ben diverse: «Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e Signore, Salvatore di tutti».

Ha ragione monsignor Viganò a emettere un commento così tranciante?

Vediamo la cronaca dei fatti narrata dai cronisti dell’epoca di Francesco (Riprendo da Noel Muscat, la sua bella Vita di San Francesco, pubblicata nel 2003 da Kunvendi Françeskan «Zoja Rruzarë» Arra e Madhe Shkodër – Albania).

“Il primo tra questi cronisti è il vescovo Jacques de Vitry, che nel frattempo aveva raggiunto la sua diocesi di Acri e poi continuò il suo viaggio per l’Egitto. In una lettera scritta nel 1220, dopo la presa di Damiata da parte dell’esercito cristiano, egli parla dell’incontro di Francesco con il Sultano: Il maestro di questi frati, cioè il fondatore di questo Ordine si chiama frate Francesco: un uomo talmente amabile che è da tutti venerato. Venuto presso il nostro esercito, acceso dallo zelo della fede, non ebbe timore di portarsi in mezzo all’esercito dei nostri nemici e per molti giorni predicò al Sultano la parola di Dio, ma senza molto frutto. Ma il Sultano, re dell’Egitto, lo pregò, in segreto, di supplicare per lui il Signore perché potesse, dietro divina ispirazione, aderire a quella religione che più piacesse a Dio (FF 2212). Lo stesso Jacques de Vitry, nella Historia Occidentalis, intitola il capitolo 32: De Ordine et predicatione fratrum minorum, e parla dell’incontro di Francesco con il Sultano: Noi abbiamo potuto vedere colui che è il primo fondatore e il maestro di questo Ordine, al quale obbediscono tutti gli altri come a loro superiore generale: un uomo semplice e illetterato, ma caro a Dio e agli uomini, di nome frate Francino. Egli era ripieno di tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto nell’esercito cristiano, accampato davanti a Damiata, in terra d’Egitto, volle recarsi, intrepido e munito solo dallo scudo della fede, nell’accampamento del Sultano d’Egitto. Ai Saraceni che l’avevano fatto prigioniero lungo il tragitto, egli ripeteva: “Sono cristiano; conducetemi davanti al vostro signore”. Quando gli fu portato davanti, osservando l’aspetto di quell’uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l’ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi, preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall’efficacia delle sue parole, e passasse all’esercito cristiano, lo fece ricondurre, con onore e protezione nel nostro campo; e mentre lo congedava, gli raccomandò: “Prega per me, perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita” (FF 2227). Un’altra testimonianza preziosa è quella della Cronaca di Ernoul, composta nel 1227-1229, pochi anni dopo i fatti, da un personaggio che trascorse molti anni della sua vita in oriente. Nel capitolo 37 parla di “due chierici che si recano a predicare al Sultano”. Riportiamo solo qualche brano del racconto: Due chierici si trovavano nell’esercito a Damiata. Un giorno si recarono dal cardinal legato, e gli manifestarono la loro intenzione di andare a predicare al Sultano. Il cardinale rispose che non avrebbe mai dato né licenza né comando in tal senso. Lo sapeva bene lui, che se ci andavano, non ne sarebbero tornati mai più. E tanto lo pregarono che il cardinale, costatando che avevano un proposito così fermo, disse loro: “Signori miei, io non conosco quello che voi avete in cuore e quali siano i vostri pensieri, se buoni o cattivi; ma se ci andate, guardate che i vostri cuori e i vostri pensieri siano sempre rivolti al Signore Iddio”. Allora i due chierici attraversarono il campo cristiano, dirigendosi verso quello dei Saraceni. Quando le sentinelle del campo saraceno li scorsero che si avvicinavano, si fecero incontro, li presero e li condussero al Sultano. Introdotti alla presenza del Sultano, lo salutarono. Il Sultano rispose al saluto e poi domandò loro se intendevano farsi saraceni oppure portavano qualche messaggio. Essi risposero che giammai si sarebbero fatti musulmani, ma piuttosto erano venuti a lui portatori di un messaggio da parte del Signore Iddio, per la salvezza della sua anima (FF 2231-2234). Il racconto continua a fare vedere un colloquio tra Francesco e il Sultano e i suoi consiglieri. Il colloquio non ebbe una conclusione di conversione da parte del Sultano. Tuttavia Ernoul dice che il Sultano rimase colpito dalla semplicità di Francesco e del frate che l’accompagnò (che dalla LM IX,8 sappiamo che era Illuminato), che voleva darli molti regali, ma loro rifiutarono. Poi il Sultano li congedò e li fece tornare sani e salvi nell’accampamento cristiano. La stessa storia viene raccontata da Bernardo il Tesoriere, autore del Liber de Acquisitione Terrae Sanctae. Infine, l’Histoire de Eracles empereur et la conqueste de la terre d’outremer, da la seguente testimonianza: Quell’uomo, che diede principio all’Ordine dei frati minori – il quale aveva nome frate Frate (sic) Francesco, e fu canonizzato ed elevato a dignità tra i cristiani così che lo si chiama ora san Francesco, venne all’esercito che assediava Damiata e vi compì molto bene, rimanendo fino alla presa della città. Ma poi, vedendo che il male e il peccato cominciavano a crescere tra la gente dell’accampamento, ne fu grandemente amareggiato. Per questo, partì di lì e si fermò molto tempo in Siria; poi fece ritorno al suo paese (FF 2238). Le testimonianze tra le Fonti Francescane che parlano dell’incontro di Francesco con il Sultano sono Tommaso da Celano, Vita Prima 57, S. Bonaventura, Legenda Maior IX,7-9 e Fioretti 24. Celano scrive: Nel tredicesimo anno dalla sua conversione, partì per la Siria, e mentre infuriavano aspre battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno, non esitò a presentarsi al cospetto del Sultano. Prima di giungere al Sultano, i suoi sicari l’afferrarono, l’insultarono, lo sferzarono, ed egli non temette nulla: né minacce, né torture, né morte; e sebbene investito dall’odio brutale di molti, venne accolto dal Sultano con grande onore. Questo lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo; ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri (1C 57). 72 San Bonaventura, nella Legenda Maior, dipende dal Celano. Tuttavia aggiunge dei dettagli interessanti, che fanno vedere che egli ha cercato di indagare personalmente sull’accaduto. Troviamo, per esempio, il nome del frate che accompagna Francesco dal Sultano, e cioè frate Illuminato da Rieti, che egli ha personalmente incontrato. Da lui ha avuto delle particolari che riporta nella sua LM. I due frati incontrano due pecorelle che li fanno ricordare le parole del Vangelo: “Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Mt 10,16). Tutto il brano di LM IX,7-9 deve essere letto nel contesto del titolo del capitolo: “Fervore di carità e desiderio del martirio”. Per questa ragione Bonaventura, ancor più di Celano, insiste sui maltrattamenti che Francesco e Illuminato subiscono prima di essere ammessi alla presenza del Sultano. Da notare che nessuno dei cronisti della crociata che abbiamo appena citato menziona una persecuzione diretta contro Francesco da parte dei Saraceni. Bonaventura dice che Francesco va dal Sultano esplicitamente per convertirlo, anche se non riesce in questo proposito. Anche qui, abbiamo uno sviluppo di interpretazione che non si incontra nei brani precedenti. Pure di Bonaventura è la prova del fuoco che Francesco propone di fronte al Sultano. Tutti questi dettagli sono uno sviluppo ulteriore sul nucleo storico che abbiamo visto più sopra. Arriviamo agli Actus Beati Francisci et Sociorum Eius, scritti da Ugolino di Monte Santa Maria (Montegiorgio) tra il 1327-1337, al capitolo 27, che parla di come Francesco va dal Soldano di Babilonia e lo converte alla fede cristiana. La traduzione e adattamento di questo brano nel dialetto Toscano dei Fioretti 24 è quanto mai simile a quella degli Actus. Notiamo subito in questi brani degli elementi abbastanza leggendari. Il racconto usufruisce di elementi storici e fantastici, con la storia della donna Saracena che voleva sedurre San Francesco e con la conclusione del Sultano che riceve il battesimo prima di morire. Interessante anche è il dettaglio che il Sultano diede a Francesco un signaculum (un segno, o firmano) per transitare tranquillamente nel suo regno. Tutto il racconto da l’impressione che Francesco sia rimasto nel regno dei Saraceni per un tempo assai lungo. Gli storici Francescani hanno cercato di capire esattamente che cosa fosse accaduto durante il soggiorno di Francesco dal Sultano. Abbiamo degli indizi abbastanza chiari dalle cronache che abbiamo citato. Francesco è certamente andato dal Sultano e ha predicato la fede cristiana davanti a lui. Tuttavia non è riuscito a compiere un gran che riguardo alla conversione dei Saraceni, anche se il Sultano lo accolse con benevolenza e rimase colpito particolarmente dalla sua povertà e semplicità. Quando Francesco vide che lo scopo della sua visita fu raggiunto, fece ritorno al campo crociato. In altre parole, stette per poco tempo dal Sultano. Tutto questo va molto d’accordo con quanto dicono i cronisti della quinta Crociata, e cioè che Francesco andò dal Sultano in un momento favorevole, durante la tregua di settembre 1219. Di fatto, i Crociati entrarono vittoriosi nella città di Damiata il 5 novembre 1219. Trovarono la città ridotta agli estremi con la fame e la peste, e compirono una strage degli abitanti. Il cardinale Pelagio programmò il suo solenne ingresso nella città per il giorno 2 febbraio 1220. Alcuni storici, come Arnaldo Fortini, hanno detto che Francesco fu presente durante la resa di Damiata e durante l’ingresso dei cristiani nella città. Oggigiorno questo dato storico è molto discusso. Pure dubbioso è il fatto di Francesco che, secondo la tradizione francescana, dopo aver lasciato il Sultano, si reca nei suoi territori portando il signaculum che gli aveva dato, con l’intento di visitare i Luoghi Santi che erano interdetti ai cristiani dai 73 musulmani. Diciamo subito che la prima testimonianza di questa presunta visita in Terra Santa viene data da Angelo Clareno nella Chronica seu Historia Septem Tribulationum Ordinis Fratrum Minorum, composta nel 1323-1325. Oltre alla data tardiva di questa fonte, sappiamo che nel 1220 i cristiani non potevano entrare in Terra Santa. Era soltanto tra il 1229 e il 1244, con un trattato di pace che Federico II di Svevia fece con Malik-alKamil, che Gerusalemme fu ridata per 15 anni ai cristiani. In quel periodo sappiamo che i Frati Minori avevano il loro primo convento a Gerusalemme, vicino alla quinta stazione della Via Crucis. Ma certamente non nel 1220. Oltretutto c’è una lettera di Onorio III scritta al cardinale Pelagio il 24 luglio 1217 che proibisce esplicitamente, sotto pena di scomunica, a tutti i cristiani di accedere ai Luoghi Santi, perché per entrare nella basilica del Santo Sepolcro, che era chiusa e senza ufficiatura, si doveva versare una forte somma di denaro ai Saraceni. Come sono andate veramente le cose? Sembra che, alla fine di settembre 1219, Francesco ha dovuto terminare il suo soggiorno in Egitto e tornare in Italia. La ragione è molto semplice. Abbiamo la testimonianza di frate Giordano da Giano nella sua Cronaca, che spiega come Francesco non poteva restare a lungo in Oriente: Nell’anno tredicesimo della conversione (Francesco) affrontò i pericoli inevitabili del mare per giungere tra gli infedeli e si recò al Sultano. Ma prima di giungere da lui, subì molte ingiurie e offese, e non conoscendo la loro lingua, gridava tra le percosse: “Soldan, soldan!” E così fu condotto da lui e fu onorevolmente ricevuto e curato molto umanamente nella sua malattia. Ma poiché presso di loro non poteva portare frutto, si dispose a partire; e, per ordine del Sultano, fu accompagnato con scorta armata fino all’esercito dei cristiani, che allora assediavano Damiata”.

Tutte le cronache non parlano di sottomissione, ma di tentativo da parte di Francesco d’Assisi e dei suoi di convertire il Sultano. Nessuna fraterna sottomissione, ma tentativo di evangelizzazione.

La Fratelli tutti inizia chiaramente con una forzatura della storia e dell’azione di San Francesco, per piegarla alla politica globalista di Bergoglio.

Silvano Danesi

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